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UNA CITTÀ n. 203 / 2013 Maggio

Articolo di Gianni Saporetti

FORLI' NON E' LA CITTA' DEL DUCE

Il 3 e il 4 giugno a Forlì si sono svolte due iniziative intitolate "Forlì non è la città del duce”, promosse dalla Fondazione Lewin, dall’AMI, associazione mazziniana, dall’Anpi, dall’Istituto per la storia della Resistenza e da Forlì città aperta, con l’adesione di Cgil, Uil, Arci, Endas, Fondazione Roberto Ruffilli, Acli zona di Forlì, Polisportiva Edera, circolo Acli Oscar Romero, Scuola di musica popolare, Istituto Gramsci. La prima iniziativa è stata un’assemblea cittadina al Salone comunale a cui erano presenti Roberto Balzani, sindaco di Forlì e Giorgio Frassineti, sindaco di Predappio. La seconda, il giorno dopo, ha visto l’incontro con l’assessore alla cultura della Regione Massimo Mezzetti. Pubblichiamo l’intervento introduttivo dell’assemblea al salone fatto da Gianni Saporetti a nome della Fondazione Lewin.


Io parlo a nome della fondazione intitolata ad Alfred Lewin, un giovane ebreo tedesco che a Forlì fu fucilato insieme alla madre, ad altri ebrei ed ebree e a detenuti italiani sospettati di simpatie antifasciste, come la marchesa Pellegrina Paulucci, Rosa Piselli Tomasetti con le figlie Maria e Palma, e tanti altri, da soldati tedeschi e miliziani italiani, presumibilmente anche forlivesi. Si capirà quindi che una certa suscettibilità, quando si parla di fascismo, è per noi un difetto quasi dovuto statutariamente.

Vogliamo esprimere un disagio. Il disagio deriva dal fatto che all’improvviso Forlì è diventata tutto un fiorire di progetti, iniziative, mostre sul fascismo. Si vuol restaurare un affresco dell’asilo Santarelli, intonacato alla liberazione, con al centro la casa natale di Mussolini, si celebrano i mosaici dell’ex-collegio aeronautico, si fanno mostre sull’architettura fascista e su "arte e vita” del Ventennio. Il tutto, ovviamente, con le scolaresche mobilitate. Qualcuno che ci risulta non essere un buontempone aveva proposto di chiamare "Mussolini” l’aeroporto.
Cosa sta succedendo? Si pensa di sfruttare turisticamente il fatto che Forlì era la città del duce? E in che modo? Con un turismo culturale? Di certo nessuno desidera che a Forlì si aprano market dove poter comprare manganelli con su scritto "me ne frego” e Protocolli dei Savi di Sion, come succede a Predappio; ma ci rendiamo conto della delicatezza delle scelte?

(Lo dico fra parentesi perché non c’è attinenza, ma solo concomitanza, fra queste cose: qualche settimana fa noi, il Comune e la Regione, abbiamo fatto una mostra, qui al Comune, su "Giustizia e Libertà”, il settimanale clandestino fondato nel ’34 da Carlo Rosselli. Il manifesto della mostra, affisso in città, riproduceva la prima pagina del numero che annunciava l’uccisione in Francia dei fratelli Rosselli su mandato di Mussolini. All’inaugurazione, qui al salone comunale, ci sono state letture e canti. La notte dopo l’auto della cantante, che è anche una nostra attivista, è stata pressoché rovinata con sfregi profondi su tutti i lati, svastiche incise e mastice nei finestrini. Mariuccia Salvati, la professoressa di scienze politiche, ci ha scritto molto colpita: "Ma a Forlì? Io vivo a Roma…”. La Digos ha minimizzato, almeno a parole. Poi ora veniamo a sapere di una lapide a un partigiano sfregiata appena inaugurata…).

Ora, tornando all’argomento, cos’è che crea disagio? Parliamo ovviamente della mostra "Novecento”, che ha attirato tanti visitatori da fuori e che è molto bella da vedere.
Intanto l’ambiguità del titolo: si parla solo della corrente e della rivista "Novecento”, o si parla anche del secolo? Doveva chiamarsi "l’arte del consenso”, ma anche in quel caso: si vuol parlare degli artisti consenzienti col fascismo o anche del modo del regime per creare consenso? Perché sono due cose diverse.
Nel depliant si scrive che "la cultura italiana attraverso i suoi migliori esponenti... si sentì investita di una missione...”. La cultura italiana? Tutta? I migliori esponenti? Tutti? E tutti al seguito di Bontempelli?
Si parla della data fatidica del ’43. Fatidica per chi? Sempre per il Bontempelli? Di certo fu fatidica per gli ebrei italiani per i quali iniziava l’ultimo atto di quel processo iniziato con la spoliazione dei beni, la perdita del lavoro e l’internamento. Ma almeno una citazione la meritava un’altra data, forse fatidica anch’essa, che spinse anche tanti intellettuali alla scelta: il 1924, l’assassinio di Matteotti, che fu un trauma per tutta l’Europa perché veniva ucciso il capo dell’opposizione di un parlamento ancora formalmente democratico, dopo la sua denuncia delle violenze generalizzate degli squadristi ai seggi elettorali.
La mostra si chiama "Arte e vita”. Io non capisco nulla di arte, ma di vita spero qualcosa sì, come tutti. Quando si parla dell’Africa si dice di un soldato italiano decapitato che diede ispirazione a non so quale scultura, e nulla si dice dei crimini di guerra e contro l’umanità che furono costretti a compiere i nostri soldati. Non era vita quella?
Se si fa vedere un quadro dove le camicie nere sono tutte dei begli adolescenti, accanto non si doveva scrivere che erano manipoli organizzati militarmente di picchiatori e assassini la cui azione sistematica di attacco ai corpi intermedi della società, case del popolo, sindacati, giornali, fu la premessa, indispensabile in ogni regime totalitario, della costruzione di un consenso di massa? E perché non dedicare una stanza intera a una rivista come la "Difesa della razza” che in quanto a grafica, uso del disegno e delle foto, è una specie di capolavoro? Basta pensare alla copertina del primo numero, col profilo romano separato da una daga da quelli del semita dal naso adunco e della ragazzina nera.
Ma poi colpiscono anche alcuni particolari secondari: perché proiettare un film dei telefoni bianchi con Vittorio De Sica e non con Luisa Ferida, grande attrice e popolarissima, che con il suo compagno Osvaldo Valenti, anch’egli attore bravo e famoso, furono entrambi fucilati dai partigiani perché collaboratori della banda Koch, una delle squadre di torturatori più feroci d’Europa? Forse il racconto avrebbe fatto pensare e discutere i ragazzi in visita, anche sull’opportunità o meno dell’epurazione, sulla sommarietà che pure a volte ci fu (ma non in questo caso, ci disse Lisa Foa che con la banda Koch aveva avuto a che fare e che pure era contraria a quell’esecuzione, per il motivo, diceva, che ci aveva tolto per sempre la possibilità di chiedere ai due artisti: "Perché?”, e di ottenere prima o poi una risposta).

Altre cose creano disagio. Sgarbi viene in una scuola di Forlì per esaltare l’alto valore educativo dei mosaici che inneggiano alle imprese dell’aviazione italiana in Grecia e per dire, fra frizzi e lazzi, che l’elenco delle cose buone del fascismo è lungo e va "oltre le leggi razziali, perché il decreto sui beni culturali di Bottai è del ’39”. Una frase anche ineccepibile in sé, ma che dà la sensazione che le leggi razziali siano un decreto fra gli altri, che non merita più neanche l’aggettivo "ignobile”, ripetuto da tutti, anche da chi, poi, vuol minimizzarne la responsabilità italiana. Insomma, si fa un elenco di decreti, alcuni buoni altri cattivi: uno riguarda i beni degli ebrei, il lavoro, la casa, la cittadinanza, finanche la vita loro e dei loro figli, l’altro i beni culturali dell’Italia.
Vien da chiedersi se fosse opportuno che il prefetto e un capitano dei carabinieri presenziassero a una riunione del genere.

Insomma, la paura è che involontariamente si sia aperto un varco che potrebbe allargarsi e far sì che ci passi di tutto. Ma con ciò, attenzione: non si tratta di fare della predicazione antifascista o di perpetuare dei tabù; la retorica e il paradosso dell’imperativo ("devi essere antifascista”, "devi ricordare”) hanno quasi ucciso il ricordo della Resistenza, adesso stanno uccidendo la giornata della memoria e pure la Costituzione.

Quindi parliamo pure delle cose buone fatte dal fascismo. Ma come? Mettendo in chiaro innanzitutto che un sistema totalitario, per sua natura, non può non fare anche cose buone. Lo scambio sicurezza, vantaggio economico o di status sociale, lo scambio welfare e lavoro con libertà è alla base del totalitarismo. Crea consenso? Possiamo fare il paragone con la mafia che è un sistema, a suo modo, totalitario: raccoglie consenso attorno a sé? In parte sì, perché dà lavoro e sicurezza, in parte incute timore, impone rispetto e sottomissione. E questo grazie all’uso sistematico della prepotenza da parte di un’élite disposta a morire. Una prepotenza che si scarica comunque, in modo terribile, su una minoranza indicata come "nemico interno”.
Hitler raggiunse in poco tempo la piena occupazione, dopo gli anni terribili susseguiti alla crisi del ’29. Cosa dovremmo dire? Che ha fatto anche del bene? Pensiamo che Stalin abbia potuto sterminare un’intera classe sociale senza costruire una specie di welfare per gli operai?

Penso che proprio su questo dovremmo far lavorare i ragazzi, perché la scelta fra un trar vantaggio o anche solo fra lo star fuori dai guai e la libertà e l’onore può presentarsi continuamente nella vita quotidiana. In Sicilia quelli di "Addio pizzo” ci dicevano che il momento più drammatico per un commerciante è quando il figlio, di ritorno dalla scuola elementare, chiede: "Babbo, tu lo paghi il pizzo?”. E alcuni hanno smesso di pagarlo, a rischio della vita, per poter rispondere "no”.

Ora, è importante cercare di imparare a mettersi nei panni degli altri, perché serve a vivere meglio. Però non illudiamoci che uno che nasce in maggioranza possa capire, al fondo, cosa prova chi nasce in minoranza. Un’amica ebrea che da trent’anni vive qui e che ci aveva sempre detto che Forlì era un’oasi felice per lei perché mai aveva visto una scritta antisemita, mentre a Parigi ce n’erano a ogni angolo, l’altro giorno ci ha detto di averne vista una in via Palazzola e di essere rimasta molto colpita. A me sarebbe venuto da dirle: "Ma cosa sarà mai una scritta!”. In realtà noi non potremo mai sentire quel che sente chi ha avuto due genitori sopravvissuti ai campi. (E detto fra parentesi: usiamoli come sensori, fidiamoci. In questi giorni abbiamo consultato il rabbino, che sarebbe venuto ma partiva per Israele, e ci ha detto tutta la sua preoccupazione).
Quindi portiamo certamente i ragazzi ad Auschwitz, ma alla fine la sensazione sarà sempre che quella cosa a loro, nati in maggioranza, non capiterà mai.
Se vogliamo lavorare su di noi dobbiamo anche metterci nei nostri panni, in quelli cioè dei nostri padri e dei nostri nonni. Chiederci cosa faremmo se qualcuno volesse imporci di andare a un’adunata in camicia nera, se qualcuno ci volesse proibire di ascoltare il jazz, se il conoscente della banca ci chiamasse per dirci che c’è un’asta molto favorevole di una casa andata sotto sequestro. Se sono un funzionario che può decidere per una richiesta di sussidio per la madre di Alfred Lewin caduta in indigenza dopo l’arresto del figlio, e le circolari non sono chiare, dirò sì o no? O se grazie alle leggi razziali si libera una cattedra universitaria cosa faccio? O se vediamo quattro persone addosso a uno solo?
La libertà e la responsabilità, le due cose che fanno l’onore, sono sempre potenzialmente drammatiche ed ecco perché ogni tipo di sdrammatizzazione, di banalizzazione, è pericoloso. Se il fascismo, alla fin fine, fu telefoni bianchi e vacanze a Ventotene, allora i 12 professori che rifiutarono di firmare sono dei poveretti della storia italiana. E infatti non li ricorda nessuno.

Oggi i tedeschi potrebbero tranquillamente fare un convegno sull’arte della Leni Riefenstahl, la fotografa di Hitler, o sui progetti di Speer, l’architetto di Hitler. Perché uscendo da quelle mostre basterebbe fare poche centinaia di metri per incontrare un monumento alla colpa. Per la prima volta nella storia dell’umanità un popolo ha monumentalizzato le proprie colpe.
Noi? Ancora oggi diamo la colpa delle leggi razziali all’alleanza coi tedeschi. E’ sempre colpa di qualcun altro. E attenzione, perché soprattutto per un ragazzo è facile cadere in inganno rispetto alla responsabilità italiana nella Shoà, quando la cifra di 8000 sta a fianco a quella di 6 milioni. Quando chiedemmo alla Fargion, del Centro di documentazione ebraica di Milano, come si misurava il tasso di antisemitismo di un popolo, ci rispose: "E’ semplice: per l’Italia gli ebrei scomparsi sono 8000. Su 40000, che tanti ne contava la comunità italiana, è il 20%. Quello è il tasso”.

Qualche domenica fa tre signore di Parma che erano state alla mostra "Novecento”, ci hanno fermato per chiedere di un ristorante. Abbiamo fatto 50 metri insieme, il tempo perché ci chiedessero: "Ma a voi pesa questa storia di Mussolini?”. Come se un po’ ci dovessimo vergognare. Siamo caduti dalle nuvole. Io non ci avevo mai pensato. Per me Forlì era ed è la città di Aurelio Saffi che con gli altri due ha scritto una costituzione, quella sì, fra le più belle del mondo; è la città che con le altre della Romagna e con i contadini delle sue campagne, ha fatto nascere nel mondo il partito di massa moderno, fatto, allora, di case del popolo, cooperative di produzione e di consumo, teatri sociali, biblioteche popolari; è la città di Tonino Spazzoli, repubblicano e uomo di fiducia, nella Resistenza, dei generali inglesi, che i nazifascisti torturarono per giorni senza risultato, e prima di finirlo, vollero che vedesse il fratello minore, appeso in piazza Saffi.
No, non abbiamo alcun motivo di vergognarci, anzi. Ma spero proprio che la città non voglia mettere a profitto il fatto di aver dato i natali a uno dei peggiori dittatori del 900.



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