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UNA CITTÀ n. 192 / 2012 Marzo

Articolo di Ilaria Maria Sala

LETTERA DALLA CINA

Cari amici,
sono stata a Macao, dopo diverso tempo -curioso, dato che è appena a un’ora di traghetto da Hong Kong, e ogni volta che ci vado mi riprometto di andarci più spesso, dal momento che è un luogo molto particolare. Questa volta però sono rimasta un po’ sconvolta dai cambiamenti che ci sono stati, e non sto pensando di tornarci poi così spesso, ma vedremo.
Cominciamo dall’inizio, però, che rende spesso le cose più facili: fino al 1999 Macao era una colonia portoghese -anche se il Portogallo aveva una presenza molto leggera rispetto a quella della Gran Bretagna a Hong Kong. I portoghesi si erano aggiudicati la piccola città quattro secoli prima, come base per il commercio, e i Ming, la dinastia che se li era ritrovati fra i piedi, avevano tollerato questi stranieri irsuti (secondo le descrizioni cinesi) perché erano stati utili a combattere contro i pirati, e non davano poi così fastidio. Nel corso del tempo dei problemi ci furono, occasionalmente, ma nulla a che vedere con quanto avvenuto nella vicina Hong Kong: né Guerra dell’Oppio, né frontiere chiuse per decenni… ma nemmeno una stampa libera come quella di Hong Kong e un tentativo, pur tardivo, di democratizzazione. Anzi, a Macao ci fu un’intensa propaganda pro-Cina durante la Rivoluzione Culturale e molti dicono che Pechino già da allora aveva ricominciato a governare Macao, nei fatti se non giuridicamente. Nello stesso periodo, invece, più di un milione di persone erano arrivate a Hong Kong -anche a nuoto, se necessario.
L’episodio più sanguinoso fu quando un governatore di Macao venne decapitato dai banditi, nel 1849, ma si pensa che questi fossero stati inviati dalle autorità imperiali dopo che il portoghese Ferreira do Amaral si era messo in testa di imporre dazi doganali come previsto dalla legge. Poi, negli anni 70, dopo i disastri in Angola e Mozambico, il Portogallo decise di sbarazzarsi delle sue restanti colonie e cercò di restituire anche Macao, ma Pechino disse "no grazie”. Non voleva creare un precedente alle condizioni con cui avrebbe preteso il ritorno di Hong Kong. Insomma, le due amministrazioni erano amiche e i macanesi con maggiori aspirazioni democratiche prendevano il traghetto e andavano a stabilirsi a Hong Kong.
Macao, però, da sempre ha attratto l’attenzione cinese per un altro motivo: il gioco d’azzardo, che qui è legale. E se da qualche anno gli imprenditori dei casinò di Las Vegas sono stati autorizzati ad aprire a Macao, rompendo il monopolio di Stanley Ho, il re del gioco locale, con l’intenzione di rendere più "per famiglie” il turismo a Macao, in realtà la città è diventata qualcosa di davvero terribile. Nel fine settimana ci sono centinaia di autobus che dalle città del Guangdong arrivano pieni zeppi di turisti che non passeranno nemmeno da un hotel, ma se ne staranno fissi nei casinò. Questi poi adesso sono diventati davvero surreali: come a Las Vegas, c’è la finta Venezia, con tanto di Canal Grande, in realtà uno shopping mall fintamente all’aperto, dove un romantico tramonto permanente è riprodotto grazie a luci soffuse e dipinti sui soffitti. I gondolieri cantano canzoni a richiesta, delle maschere passano ogni tanto, magari fanno un balletto o cantano O Sole Mio, e tutti fotografano beati. Intorno, la solita panoplia degli aeroporti internazionali: Gucci e Versace, Dior e Vuitton, Cartier, Tiffany, Bulgari, e via così. Poi ci sono i casinò meno chic, che emanano un odore di criminalità e prostituzione da far spavento. Due isole sono state attaccate, riportando terra dal mare e creando la Cotai Strip, tutta fatta di casinò. Ma per la strada c’è un susseguirsi impressionante di gruppi di turisti, macchina fotografica appesa al collo, sacchetto di dolci alla crema "tipici” in mano, che fanno in fretta il giro dei monumenti portoghesi e poi si riversano sui casinò, con un’espressione entusiasta ma un po’ fuori dal mondo, come di chi abbia la febbre alta. Per le strade è pieno zeppo di orologerie e gioiellerie, che vendono preziosi impegnati dai giocatori. I proventi della vasta corruzione cinese sono spesso riciclati ai tavoli dei casinò, ma per chi perde ci sono i negozi di pegni, e dopo un po’ ecco che il Cartier e il Rolex (acquisiti meglio non sapere come) si ritrovano nella gioielleria a prezzi scontati.
E poi, salta agli occhi un dettaglio, che vi racconto, visto che c’è stato da poco l’8 marzo: uomini in completo giacca e cravatta con l’aria di successo si portano al braccio ragazze troppo imbellettate, con tacchi troppo alti e vestiti troppo succinti, ricoperte di gioielli. Quello che è rimasto della "liberazione femminile” nei Paesi che ne avevano fatto un’ideologia negli anni militanti del comunismo è ben poca cosa. In questo periodo c’è stata anche l’annuale Assemblea Nazionale del Popolo; la consueta passerella di "belle donne” (o meinu, come le chiama la stampa cinese senza nessuna remora) che fanno da decorazione, è ogni anno più orrenda: chiunque sogni che esista in Cina un "modello alternativo” se lo scordi, in Cina la misoginia è alta come altrove, le donne sono giudicate in base ad età e capacità di attrazione, e al resto ci pensano gli uomini, grazie mille. Nella Piazza del Leal Senado l’impressione è confermata da un paio di ragazze russe in gita con il fidanzato, con due dita di intonaco sul volto anche loro, che si fanno fotografare in mille pose sexy e che mettono disperazione a guardarle. Il femminismo di Stato, in tutta la sua ipocrisia, non ha lasciato un accidenti di niente.
Insomma, queste le prime sensazioni, dopo una visita a una bella mostra di ceramica antica al Museo d’arte dove non c’era praticamente nessuno… poi, la sera, ecco che chiacchiero con un’amica sino-americana che fa ricerca a Macao, e che dice: mi piace tanto Macao, così addormentata, così fuori dal tempo! Io devo aver fatto un’espressione sorpresa, perché mi ha detto: "Non trovi? Guarda, appena fuori dalle quattro strade del peggiore turismo, è la nostra Macao di sempre, quello strano misto d’Europa, chiesa cattolica e Cina dimenticata”. E così, per vedere se ha ragione, nel traghetto per tornare a casa mi dico che a Macao dovrò tornare "presto”, così vi dirò se nelle stradine c’è davvero qualcosa di meglio che nelle vie principali.

archivio

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