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UNA CITTÀ n. 183 / 2011 Aprile

Articolo di Stephen Eric Bronner

IN RICORDO DI UN SINDACALISTA SOLITARIO

Bob Fitch è morto il 4 marzo 2011, all’età di settantadue anni. Lo avevo incontrato la prima volta a Berkeley nei primi anni ’70 e poi, fino a poco prima della sua morte, avevamo continuato a incontrarci ogni mese o due alla taverna di Pete, sulla diciottesima strada in Gramercy Park a Manhattan, che rimane uno dei ristoranti più vecchi di New York City. Intellettuali e politici erano soliti riunirsi qui, ed è il posto dove O. Henry ha probabilmente scritto il suo meraviglioso racconto "Il dono dei Magi”. La taverna di Pete era sempre rumorosa, affollata e il cibo non era granché. Ma era vicino al minuscolo appartamento di Fitch sulla diciassettesima strada e ci richiamava alla mente un passato ammirevole. Faccio fatica a ricordarmi anche solo una conversazione con lui che non coinvolgesse l’eredità radicale, politica o letteraria, dei tempi passati. Intuizioni storiche, aneddoti, idee arruffate, fatti su fatti, e pregnanti teorie, si rincorrevano nella sua mente incredibilmente fertile. Spesso, dopo un dibattito su una qualche oscura tematica, Fitch mi chiamava il giorno seguente per dirmi che aveva controllato - e trovato una citazione che chiariva il problema (e, di solito, avvalorava la sua posizione) . Era un interlocutore formidabile: dopo una discussione con lui ci si scopriva più intelligenti -e più intellettualmente onesti- di prima. Fitch dimostrava scarsa pazienza nei confronti delle tendenze associate agli anni sessanta e per le loro conseguenze: marxismo autoritario, politica identitaria, populismo, spiritualismo o quella che poi, più avanti, sarebbe stata definita come "politica del significato. ” Era una persona di grande profondità intellettuale. Ficht aveva studiato la cultura della Grecia classica (come tutto il resto) da solo. La sua idea politica fondeva gli ideali comunitari di Rousseau, il razionalismo etico di Kant, l’economia critica e politica di Marx, e una visione dei sindacati come espressione di una solidarietà della classe proletaria che derivava da Durkheim. Ma il teorico si occupava anche della pratica. Fitch era entrato a far parte di un sindacato per la prima volta quando aveva quindici anni e poi, dopo un periodo nell’intelligence militare quando era in Aeronautica, andò a Berkeley. Divenuto radicale nel corso degli anni sessanta, Fitch diventò un maoista. Aiutò a creare il Sindacato Rivoluzionario che, sotto la direzione di Bob Avakian, si trasformò nel Partito Comunista Rivoluzionario. Ma a Fitch mancava la penosa megalomania di molti settari "leader” rivoluzionari. Non fu mai intossicato dalla violenza. Un viaggio in Europa dell’est, nel frattempo, lo privò di ogni entusiasmo verso il comunismo e le avanguardie politiche. Fitch lavorò due anni per il sindacato Local 802 della Federazione America Musicisti, dal 1989 al 1990. Al Local 802, Fitch orchestrò molti contratti sindacali ed era considerato un organizzatore modello. Venne poi assunto dalla Cwa Local 1180, un sindacato che rappresenta gli impiegati pubblici di New York City, per sviluppare un piano per ricostruire la base industriale ormai erosa di New York. Le sue ricerche gli sarebbero state utili e, nello svolgere il lavoro, Fitch divenne conscio della corruzione nei ranghi del sindacato. Si rifiutò di chiudere un occhio e cominciò il suo pubblico allontanamento dal movimento organizzato dei lavoratori. Fino al giorno della sua morte, comunque, Fitch era rispettato da molti importanti funzionari sindacali e, in privato, alcuni di loro continuavano a chiedere il suo consiglio su come rivitalizzare il sindacato. Nel suo periodo a Berkeley, assieme a David Horowitz e David Collier, (entrambi diventarono poi grandi personalità intellettuali della sinistra radicale) Fitch lavorò come editor di un periodico-icona, "Ramparts”, e in seguito aiutò a fondare "Socialist Revolution”. Quindi tornò a fare il giornalista. Divenne uno dei migliori saggisti... [ continua ]

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