









punti di vista

UNA CITTÀ n. 175 / Giugno 2010
Articolo di Stephen Eric Bronner
LA SCELTA DI HAMAS
Appena poche settimane fa, il Medio Oriente sembrava in un limbo. Le prospettive per la pace, o almeno per la fine del devastante embargo su Gaza con i suoi terribili costi umani apparivano fioche. Un’intransigente coalizione di destra governava Israele. Il mondo considerava Fatah, organizzazione corrotta e allo sbando, l’unico rappresentante riconosciuto del popolo palestinese. Hamas, a dispetto del suo trionfo elettorale a Gaza, era isolata e demonizzata dal tribunale dell’opinione pubblica. Ma poi la "Freedom flotilla” turca, carica di 10.000 tonnellate di aiuti umanitari, ha tentato di rompere l’embargo. La marina israeliana è intervenuta brutalmente, causando la morte di nove attivisti. Per le pubbliche relazioni israeliane è stato un fiasco monumentale: la Turchia ha interrotto i rapporti diplomatici; le manifestazioni anti-israeliane hanno scosso i palazzi governativi in giro per il mondo, e Israele ha assunto l’immagine dello Stato canaglia.
Quegli attivisti a bordo della flottiglia hanno cambiato il panorama politico: l’Egitto ha aperto il suo confine con Gaza, Israele ha rinunciato ai suoi piani di processare più di milleduecento attivisti palestinesi; le probabilità di un attacco contro l’Iran sono diminuite; Fatah è stata messa fuori gioco e Hamas si gode la ribalta della ritrovata legittimità simbolica. Nuove opportunità di pace sono all’orizzonte. La domanda, ora, è se Hamas e le altre parti in conflitto saranno in grado di sfruttarle.
Sin dal suo emergere, nel 1987, Hamas ha svolto un ruolo di alternativa religiosa e più "radicale” di Fatah, soprattutto dopo che Yasser Arafat ha adottato la soluzione a due stati. Si è rifiutata di riconoscere Israele come partner con cui negoziare e ogni precedente internazionale favorevole a un accordo per due stati sovrani.
Il suo statuto fa riferimento ai famigerati Protocolli dei Savi di Sion, rappresentando Israele come il prodotto di un intrigo internazionale ad opera di ebrei intrinsecamente malvagi. Ha anche rifiutato di rinunciare alla violenza.
Ma c’è un’altra versione di questa storia.
Hamas non ha mai tentato di imporre la sharia e non è un’organizzazione monolitica. Hamas ha dichiarato la disponibilità a un cessate-il-fuoco con Israele lungo cinquant’anni, e ha affermato che la soluzione a due stati è accettabile, se venisse accolta dalla maggioranza dei palestinesi in una libera votazione. I segnali di un atteggiamento nuovo e più pragmatico vengono sempre controbilanciati dal riemergere dell’antica retorica estremista. Ora che Hamas è in una posizione di autorità, le tendenze più pragmatiche potrebbero prevalere. Incoraggiare questa inclinazione è nell’interesse sia degli Stati Uniti che dei suoi alleati. Tuttavia, fino a che non ci sarà un cambiamento politico, Hamas ha la sua identità da proteggere, la sua lotta contro Fatah da vincere, e quindi degli interessi, come organizzazione, a ritardare la risoluzione del conflitto.
Per come stanno le cose oggi, nonostante la dichiarazione di essere pronta a rispettare la volontà popolare sui due stati, Hamas ha fatto di tutto per evitare che questa eventualità si concretizzasse. Ironicamente, con la sua indisponibilità a risolvere le proprie contraddizioni politiche, Hamas fa il gioco della destra israeliana, i cui sostenitori hanno a loro volta degli interessi a rimandare la soluzione del conflitto. Ne consegue che ciascuna delle fazioni viene definita da ciò cui si oppone, esercitando di fatto un veto sulla volontà delle maggioranze che in Israele e Palestina appoggiano la soluzione a due stati sovrani.
Se la creazione di uno Stato palestinese è davvero l’obiettivo strategico, allora si rendono necessarie delle tattiche che ci avvicinino alla sua realizzazione - o perlomeno che puntellino lo Stato in fieri. Ciò rende necessario, in primo luogo, dei negoziati diretti con Hamas, e il suo riconoscimento come organizzazione di massa, piuttosto che come manipolo di terroristi. Inoltre, bisognerà rafforzare la cooperazione tra Hamas e Fatah, e iniziare a occuparsi anche della sicurezza della Palestina, oltre che di quella di Israele.
L’atteggiamento di Israele e di Hamas cambierebbero se gli aiuti statunitensi e occidentali a entrambe le parti in conflitto venissero vincolati al conseguimento di traguardi volti ad assicurare la pace e all’istituzione di uno Stato palestinese indipendente? Forse no, ma certo un risultato sarebbe più probabile che non lasciando carta bianca a Israele perché continui a comportarsi come meglio crede, mentre Hamas rimane senza una ragione materiale per cambiare la sua immagine e il suo comportamento.
Comunque la situazione, per Hamas, non è rosea come alcuni lasciano intendere. I momenti di trionfo passano velocemente. Il trend storico ci ricorda che i palestinesi sono sempre stati la parte più debole in tutti i negoziati sin dalla nascita di Israele. I termini del patto per uno Stato palestinese sono andati peggiorando dal 1948. Gaza resta prossima al collasso, mentre Israele, nel 2009, ha registrato una crescita del 6%. Gli aiuti militari dell’America verso Israele sono cresciuti e anche ora è improbabile che diminuiscano. La politica istituzionale statunitense resta indissolubilmente legata agli interessi israeliani, e i perduranti fallimenti dei processi di pace non possono che rafforzare la destra israeliana. Per quanto si deteriorino i rapporti diplomatici né l’Egitto, né la Giordania, né tanto meno la Turchia potranno mai semplicemente abbandonare i precedenti accordi di pace con Israele, mentre gli altri paesi arabi sono sempre più infastiditi dalle faide palestinesi. Pochissimi hanno davvero sostenuto Hamas, in passato e, soprattutto se arrivano soldi americani, è difficile credere che lo faranno adesso. Così Hamas rimane in una situazione politica precaria. La sua leadership si trova davanti la scelta cruciale: accettare il prossimo (e probabilmente svantaggioso) accordo per uno Stato palestinese, mantenere un intollerabile status quo o romanzare su un’infruttuosa lotta armata il cui prezzo continuerà a essere pagato da una popolazione sempre più esausta e logora.
Hamas ora potrebbe fare un importante passo avanti se puntasse sulla pace e su una politica più coerente. Gli Stati Uniti potrebbero agevolare questa scelta attraverso incentivi economici e politici: per esempio, spingendo Fatah ad un’alleanza, sostenendo gli elementi più moderati di Hamas, e fornendo alla sua leadership una via d’uscita onorevole per cambiare la propria traiettoria. Anche se Hamas e i suoi alleati più fanatici pensano che l’unica alternativa sia tra la "lotta” e la "resa”, sostenere oggi dei negoziati volti a dar vita a una Palestina imperfetta non significa rinunciare a uno stato più vitale in futuro.
Perfino i frammenti di un nuovo Stato potrebbero generare nuove possibilità di investimento, una burocrazia nazionale più affidabile e un apparato di sicurezza. Potrebbero così emergere nuovi rapporti non solo con Israele, ma col resto del mondo occidentale. Niente di tutto questo è oggi così speculativo come sarebbe potuto apparire anche solo poco tempo fa. Hamas ha l’opportunità di esercitare un’influenza più positiva che negativa, sui negoziati per il nuovo Stato palestinese. Ma ciò richiede una sorta di svolta pragmatica. Tale svolta presenta dei rischi. E tuttavia per i gazani e i palestinesi rappresenta una scommessa migliore delle politiche che li hanno ridotti in uno stato di miseria economica, violenza coloniale e conflitti intestini senza speranza e senza nemmeno un chiaro obiettivo.
* Professore di Scienze politiche alla Rutgers University, New Jersey, direttore del "Center for the Study of Genocide, Conflict Resolution, and Human Rights”.
Quegli attivisti a bordo della flottiglia hanno cambiato il panorama politico: l’Egitto ha aperto il suo confine con Gaza, Israele ha rinunciato ai suoi piani di processare più di milleduecento attivisti palestinesi; le probabilità di un attacco contro l’Iran sono diminuite; Fatah è stata messa fuori gioco e Hamas si gode la ribalta della ritrovata legittimità simbolica. Nuove opportunità di pace sono all’orizzonte. La domanda, ora, è se Hamas e le altre parti in conflitto saranno in grado di sfruttarle.
Sin dal suo emergere, nel 1987, Hamas ha svolto un ruolo di alternativa religiosa e più "radicale” di Fatah, soprattutto dopo che Yasser Arafat ha adottato la soluzione a due stati. Si è rifiutata di riconoscere Israele come partner con cui negoziare e ogni precedente internazionale favorevole a un accordo per due stati sovrani.
Il suo statuto fa riferimento ai famigerati Protocolli dei Savi di Sion, rappresentando Israele come il prodotto di un intrigo internazionale ad opera di ebrei intrinsecamente malvagi. Ha anche rifiutato di rinunciare alla violenza.
Ma c’è un’altra versione di questa storia.
Hamas non ha mai tentato di imporre la sharia e non è un’organizzazione monolitica. Hamas ha dichiarato la disponibilità a un cessate-il-fuoco con Israele lungo cinquant’anni, e ha affermato che la soluzione a due stati è accettabile, se venisse accolta dalla maggioranza dei palestinesi in una libera votazione. I segnali di un atteggiamento nuovo e più pragmatico vengono sempre controbilanciati dal riemergere dell’antica retorica estremista. Ora che Hamas è in una posizione di autorità, le tendenze più pragmatiche potrebbero prevalere. Incoraggiare questa inclinazione è nell’interesse sia degli Stati Uniti che dei suoi alleati. Tuttavia, fino a che non ci sarà un cambiamento politico, Hamas ha la sua identità da proteggere, la sua lotta contro Fatah da vincere, e quindi degli interessi, come organizzazione, a ritardare la risoluzione del conflitto.
Per come stanno le cose oggi, nonostante la dichiarazione di essere pronta a rispettare la volontà popolare sui due stati, Hamas ha fatto di tutto per evitare che questa eventualità si concretizzasse. Ironicamente, con la sua indisponibilità a risolvere le proprie contraddizioni politiche, Hamas fa il gioco della destra israeliana, i cui sostenitori hanno a loro volta degli interessi a rimandare la soluzione del conflitto. Ne consegue che ciascuna delle fazioni viene definita da ciò cui si oppone, esercitando di fatto un veto sulla volontà delle maggioranze che in Israele e Palestina appoggiano la soluzione a due stati sovrani.
Se la creazione di uno Stato palestinese è davvero l’obiettivo strategico, allora si rendono necessarie delle tattiche che ci avvicinino alla sua realizzazione - o perlomeno che puntellino lo Stato in fieri. Ciò rende necessario, in primo luogo, dei negoziati diretti con Hamas, e il suo riconoscimento come organizzazione di massa, piuttosto che come manipolo di terroristi. Inoltre, bisognerà rafforzare la cooperazione tra Hamas e Fatah, e iniziare a occuparsi anche della sicurezza della Palestina, oltre che di quella di Israele.
L’atteggiamento di Israele e di Hamas cambierebbero se gli aiuti statunitensi e occidentali a entrambe le parti in conflitto venissero vincolati al conseguimento di traguardi volti ad assicurare la pace e all’istituzione di uno Stato palestinese indipendente? Forse no, ma certo un risultato sarebbe più probabile che non lasciando carta bianca a Israele perché continui a comportarsi come meglio crede, mentre Hamas rimane senza una ragione materiale per cambiare la sua immagine e il suo comportamento.
Comunque la situazione, per Hamas, non è rosea come alcuni lasciano intendere. I momenti di trionfo passano velocemente. Il trend storico ci ricorda che i palestinesi sono sempre stati la parte più debole in tutti i negoziati sin dalla nascita di Israele. I termini del patto per uno Stato palestinese sono andati peggiorando dal 1948. Gaza resta prossima al collasso, mentre Israele, nel 2009, ha registrato una crescita del 6%. Gli aiuti militari dell’America verso Israele sono cresciuti e anche ora è improbabile che diminuiscano. La politica istituzionale statunitense resta indissolubilmente legata agli interessi israeliani, e i perduranti fallimenti dei processi di pace non possono che rafforzare la destra israeliana. Per quanto si deteriorino i rapporti diplomatici né l’Egitto, né la Giordania, né tanto meno la Turchia potranno mai semplicemente abbandonare i precedenti accordi di pace con Israele, mentre gli altri paesi arabi sono sempre più infastiditi dalle faide palestinesi. Pochissimi hanno davvero sostenuto Hamas, in passato e, soprattutto se arrivano soldi americani, è difficile credere che lo faranno adesso. Così Hamas rimane in una situazione politica precaria. La sua leadership si trova davanti la scelta cruciale: accettare il prossimo (e probabilmente svantaggioso) accordo per uno Stato palestinese, mantenere un intollerabile status quo o romanzare su un’infruttuosa lotta armata il cui prezzo continuerà a essere pagato da una popolazione sempre più esausta e logora.
Hamas ora potrebbe fare un importante passo avanti se puntasse sulla pace e su una politica più coerente. Gli Stati Uniti potrebbero agevolare questa scelta attraverso incentivi economici e politici: per esempio, spingendo Fatah ad un’alleanza, sostenendo gli elementi più moderati di Hamas, e fornendo alla sua leadership una via d’uscita onorevole per cambiare la propria traiettoria. Anche se Hamas e i suoi alleati più fanatici pensano che l’unica alternativa sia tra la "lotta” e la "resa”, sostenere oggi dei negoziati volti a dar vita a una Palestina imperfetta non significa rinunciare a uno stato più vitale in futuro.
Perfino i frammenti di un nuovo Stato potrebbero generare nuove possibilità di investimento, una burocrazia nazionale più affidabile e un apparato di sicurezza. Potrebbero così emergere nuovi rapporti non solo con Israele, ma col resto del mondo occidentale. Niente di tutto questo è oggi così speculativo come sarebbe potuto apparire anche solo poco tempo fa. Hamas ha l’opportunità di esercitare un’influenza più positiva che negativa, sui negoziati per il nuovo Stato palestinese. Ma ciò richiede una sorta di svolta pragmatica. Tale svolta presenta dei rischi. E tuttavia per i gazani e i palestinesi rappresenta una scommessa migliore delle politiche che li hanno ridotti in uno stato di miseria economica, violenza coloniale e conflitti intestini senza speranza e senza nemmeno un chiaro obiettivo.
* Professore di Scienze politiche alla Rutgers University, New Jersey, direttore del "Center for the Study of Genocide, Conflict Resolution, and Human Rights”.
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