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UNA CITTÀ n. 91 / 2001 Dicembre-Gennaio

Articolo di C. A. Defanti, M. Gallucci, V. Pocar, I. Montanelli, U. Veronesi

BENEFICENZA E AUTONOMIA
Le cure palliative, che vanno promosse e rese accessibili a tutti, non rimuovono il problema ineludibile dell’eutanasia. L’ipocrisia inevitabile del “doppio effetto”, in cui la morte che sopraggiunge è intesa come mera conseguenza. Il caso della sedazione totale. La compatibilità possibile tra principio di beneficenza e principio d’autonomia. Un convegno sul diritto a una “morte dignitosa” svoltosi a Milano.

Il 12 dicembre si è tenuto a Milano un convegno dal titolo “Il diritto ad una morte dignitosa”, promosso dalla Consulta di Bioetica e dalla Fondazione Ravasi, sulle terapie contro il dolore, il testamento biologico e l’eutanasia. Pubblichiamo gli interventi di Carlo A. Defanti, Michele Gallucci, Valerio Pocar e Indro Montanelli, con una lettera di Umberto Veronesi. Carlo Alberto Defanti, neurologoMi limiterò ad esporre tre tesi, per poi argomentarle molto brevemente. La prima è che la medicina oggi deve assumere la “buona morte”, ossia la morte con dignità, tra i suoi obiettivi principali. Non è mai stato così. Di buona morte si comincia a parlare nella letteratura solo con Francesco Bacone. Infatti, la necessità di porre questo tra gli obiettivi principali della medicina si impone negli ultimi tre decenni del secolo scorso, il 1900, quando il processo del morire diventa altamente medicalizzato: nessuno muore senza assistenza del medico e il potere del medico di intervenire nel processo biologico finale, anche quando non sappia più guarire, ma casomai solo prolungare il processo del morire, o prevederlo con anticipo, è un dato incontrovertibile. Recenti studi sociologici condotti in Olanda a proposito dell’eutanasia, e in Belgio, dove l’eutanasia non è legalizzata, né penalizzata, ci insegnano che il momento della morte è comunque influenzato almeno nel 40% dei casi dal medico. Cioè anche quando non si parla affatto di eutanasia, comunque il momento della morte dipende da decisioni mediche. Quindi questa è prassi normale; nel Belgio le cose non vanno certamente in modo diverso dall’Italia e devo anche supporre che questa cifra sia approssimata per difetto. La seconda tesi è che per raggiungere un obiettivo così complicato e difficile sono necessari alcuni passi fondamentali. Il primo è lo sviluppo delle cure palliative, ossia di quel nuovo modo di fare medicina che rinuncia a curare la malattia, a guarire, e si concentra unicamente sull’obiettivo del lenire la sofferenza, migliorando e curando la qualità di vita. Il secondo momento fondamentale è il pieno riconoscimento al diritto all’autodeterminazione del malato, che si può rispettare in tre modi: quello apparentemente più scontato, il diritto di decidere, assieme al medico, sulle proprie cure, una volta che il paziente sia stato pienamente informato, in una formula semplice il “consenso informato”; il secondo modo d’espletare l’autodeterminazione è di dare indicazioni per un futuro in cui non si fosse più in grado d’intervenire nel processo decisionale, con il “testamento biologico”, il “living will”, oppure con quella che nella cultura anglosassone è nota come “direttiva anticipata”. C’è infine un terzo modo in cui l’autodeterminazione si può espletare ed è il modo più controverso, ossia il diritto o meno del malato a chiedere a un medico, in circostanze rigorosamente definite, e fatta salva la possibilità del medico a non esaudire questa richiesta, di essere aiutato in maniera diretta o indiretta a interrompere la propria vita. Le cure palliative sono il modo in cui il corpo medico cerca, dall’alto, di affrontare il problema. Questo movimento, che pure è utile, non è sufficiente, e allora dal basso è cresciuta in questi anni una forte rivendicazione di coscienza e di potere decisionale da parte del cittadino. Il consenso informato in Italia è già giurisprudenza, per cui il problema sembrerebbe risolto. Non è così nella realtà pratica: il consenso informato è ancora largamente disapplicato o mal applicato, perché necessita di una vera e propria rivoluzione culturale in quanto il medico deve rinunciare a parte del suo progetto. Sul piano delle direttive anticipate, nel nostro paese non c’era nulla fino a tre anni fa, quando l’ultima versione del codice deontologico dell’ordine dei medici ha accettato l’idea che il medico deve tener conto... [ continua ]

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