L’ascesa dei populismi di destra è probabilmente il problema più urgente che l’Europa deve affrontare oggi. Molti analisti, me compresa, hanno collegato l’ascesa del populismo al declino dei partiti socialdemocratici o di centrosinistra. Molti tradizionali elettori socialdemocratici oggi votano partiti populisti; l’adesione della socialdemocrazia a un "neoliberismo più gentile e amichevole” ha aperto uno spazio politico, che i populisti hanno riempito con il cosiddetto "sciovinismo del welfare”… Ma al di là di queste possibili spiegazioni, se ne può individuare una forse più fondamentale: la perdita di quel "senso del possibile” che la socialdemocrazia aveva iniettato nella democrazia liberale del dopoguerra. La socialdemocrazia è stata l'ideologia più idealista e ottimista dell'era moderna...
(Sheri Berman)

Ciò che distingue gli uomini e le donne di sinistra da tutti gli altri non sono solo queste ambizioni; è anche, e forse di più, la storia che raccontiamo su come devono essere realizzate… Ricorda la vecchia massima di sinistra: "La liberazione della classe operaia deve essere opera della classe lavoratrice stessa”. A meno che la liberazione non sia un’auto-liberazione, non funzionerà; non ci renderà veramente liberi nella vita di tutti i giorni. Ciò che davvero conta, quindi, non è la realizzazione finale degli obiettivi socialisti, ma il processo attraverso il quale vengono ottenuti. Intendo adottare qui la visione suggerita dal grande "revisionista”, Eduard Bernstein. Noi pensiamo al socialismo come a un "obiettivo finale”, ma ciò su cui dobbiamo concentrarci e impegnarci è il modo in cui lavoriamo per raggiungere tale obiettivo. Ecco la nostra più intima e attuale ambizione.
In fondo, le persone che vorremmo essere non sono i cittadini di qualche futuro stato socialista, ma gli attivisti e i militanti che lottano per realizzarlo. Quindi la domanda "Quale socialismo?” dovrebbe essere intesa in termini temporali: socialismo-in-costruzione o socialismo nella sua versione realizzata? Dovremmo scegliere il socialismo-in-costruzione proprio per sottolineare il nostro credo in quello che Sheri Berman, nella sua storia della socialdemocrazia, definisce "il primato della politica”.
(Michael Walzer)

Se il lento affievolirsi degli entusiasmi della fase della legittimazione e del riconoscimento può essere visto come l’evoluzione fisiologica di ogni formazione sociale, non si può in conclusione trascurare il diffuso e persistente sentimento di un "declino” del sindacato in apparato burocratico, efficiente nelle tutele e nei servizi, ma privo di slancio ideale. Per quanto questo giudizio venga spesso formulato dai protagonisti della stagione eroica, gli anni sessanta e settanta, si tratta di una valutazione ingenerosa. Va ricordato prima di tutto che il sindacato ha raggiunto e consolidato gli obiettivi fondamentali per i quali era nato. […] L’interrogativo finale, che rimane senza risposta, si può proporre più o meno così: come si fa a tenere insieme in un’organizzazione di rappresentanza la vitalità degli ideali iniziali con la prosaicità di una gestione tanto efficiente quanto burocratica? Esiste un ragionevole compromesso che sappia sfuggire alla deriva delle prediche nostalgiche sui valori perduti, ma anche alla tentazione opposta del cinico realismo organizzativo che si adagia sui riconoscimenti materiali e di status?

[…] A vantaggio dei sindacati italiani si può segnalare il loro radicamento sociale e organizzativo, che risulta rafforzato anche negli ultimi anni: un tale imponente insediamento può svolgere anche funzioni di orientamento sociale. Nello stesso tempo, essi non sono immunizzati dal vento che soffia nelle società occidentali contro l’esercizio dell'intermediazione nei processi decisionali. Tale vento coinvolge gli strati sociali meno protetti e meno sindacalizzati: in primo luogo, ma non solo, i giovani, spesso qualificati e con impieghi instabili. Strati che, in mancanza di risposte da parte degli attori collettivi, potrebbero rivolgersi, come già fanno in certa misura, ad altri soggetti e "contro” le organizzazioni sindacali.
(Mimmo Carrieri e Paolo Feltrin, Al bivio. Lavoro, sindacato e rappresentanza nell'Italia d’oggi, Donzelli 2016)

L’ultimo scorcio degli anni Sessanta aveva presentato ai partiti dell’Internazionale socialista un bilancio incerto. Le chances di espansione della loro area d’influenza che leader e commentatori avevano intravisto nei mutamenti del contesto internazionale e nel fermento delle società europee, si erano concretizzate solo in misura parziale. Le aspettative sull’evoluzione delle società dell’Est europeo erano state frustrate dall’invasione della Cecoslovacchia. A Ovest, con poche eccezioni, i risultati elettorali lesinavano soddisfazioni, almeno fino al successo della Spd nel settembre 1969. I movimenti giovanili, che alcuni osservatori avevano salutato positivamente, preoccupavano altri, che invece ne evidenziavano le tendenze radicali e il rifiuto degli strumenti di gestione delle domande sociali propri delle democrazie liberali. Not a Good Year for the Mensheviks: così il 1968, a partire da questi elementi, era descritto su "Socialist Commentary”, rivista della destra socialdemocratica del Labour Party. Questo insieme di questioni era affrontato in un discorso che Leo Bauer aveva preparato per Brandt in vista del Council dell’Is di Copenhagen, dell’agosto 1968, e che l’allora ministro degli Esteri non aveva potuto pronunciare, trattenuto a Bonn dall’invasione della Cecoslovacchia. L’intervento riconosceva un paradosso fondamentale nella situazione del movimento socialdemocratico. Le sue concezioni «della democrazia liberale, della dignità dell’uomo, della sua sempre più ampia sicurezza sociale» si erano diffuse, in particolar modo dal 1945 in poi, ed erano ormai accolte anche nei programmi di altre forze politiche europee. Allo stesso tempo, però, i risultati elettorali dei par­titi socialisti erano spesso negativi, soprattutto fra i giovani…
(Michele Di Donato, I comunisti italiani e la sinistra europea, Carocci 2015)