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lettera dal carcere


UNA CITTÀ n. 253 / 2018 novembre

Articolo di Giovanni Zito

L'ultimo cancello

Quando varcai l’ultimo cancello rosso del carcere, per avviarmi verso le otto ore libere dopo aver scontato un quarto di secolo in carcere non mi sembrava vero. Ad attendermi c’erano la dottoressa Ornella Favero, la sua assistente Francesca, la Rossella sorella della Favero ed un mio carissimo amico, Lorenzo, che ho abbracciato con molta emozione. Sono stati loro i miei angeli custodi per quel giorno. In macchina, seduto davanti vista la mia imponenza strutturale, mi sono goduto la vista guardando le distese d’erba che scorrevano nei miei occhi, il profumo degli alberi che m’investiva come un’onda... pochi chilometri, per arrivare nella sede esterna della redazione di "Ristretti Orizzonti”, dove si è svolto un incontro con alcuni professori per definire alcuni punti del progetto scuola-carcere, che seguo da cinque anni, insieme agli incontri che facciamo tra dentro e fuori il carcere per testimoniare delle nostre vite, le devianze ormai lontane del tempo della gioventù, e quel che siamo diventati oggi.
Devo molto alla magistratura di sorveglianza che con coraggio e fiducia mi ha spinto verso un nuovo capitolo della vita detentiva. E che finalmente ci sia stato questo capovolgimento nel mio percorso è stato un bene, nonché un sollievo, dimostrando che le persone cambiano quando vengono seguite con costanza. Così mi sono ritrovato fuori dopo tutto questo tempo, quando avevo perso ogni speranza di rivedere ancora il mondo libero.  La ruota ha fatto il suo giro migliore portandomi nuovi stimoli che nel tempo si erano spenti dietro le mura di una prigione. Adesso vedevo tutto questo movimento come un marziano che tocca il suolo terrestre per la prima volta dopo un  lungo viaggio. Le persone mi salutavano, c’era chi parlava al cellulare e per me è stata una cosa nuova da vedere, considerando che avevo il ricordo delle cabine telefoniche... chi andava in bicicletta per lavoro, chi aveva un cane da portare a spasso, persone che si muovevano con uno scooter... insomma, la vita normale che mi ero perso. Mi sono lasciato alle spalle l’inferno per entrare in paradiso, forse, ma tutto mi sembrava così nuovo, diverso... alzare gli occhi a un cielo così grande che faceva paura, il caldo sulla pelle che camminava su ogni centimetro del mio corpo, bellissimo, frizzante, spumeggiante... vedere colori e odori che non riconoscevo più.
La mente faceva fatica ad assimilare questo impatto straordinario che è la vita. Ovunque guardassi vedevo libertà in movimento. Niente più rumori di cancelli, né chiavi che sbattono. 
In questo grande spazio c’erano due alberi centenari e un piccolo altarino e la madonnina. Mi recai in quell’angolo per osservarlo meglio, c’erano due panchine in pietra, e mi sedetti fumando un paio di sigarette e contemplando il canto degli uccellini che sembravano in festa per me. Trovai pace e serenità, assorto da quel piccolo spazio pieno di verde, e pensavo alla mia famiglia lontana, le persone che avevo perso in tutti questi anni di reclusione, ed ero tristemente felice anche così, non potevo ottenere di più dal destino che mi ero scelto.
Adesso cerco di vivere un passo alla volta con fiducia e responsabilità nelle persone che si sono spese per me in tutti questi anni di duro lavoro che a volte ti spezza le ossa. Quindi grazie a tutte quelle persone che mi sono vicine in questo mio rinnovamento e riavvicinamento alla società, senza di loro non sarei andato da nessuna parte. Grazie per avermi riportato sotto un cielo libero, azzurro, con le nuvole bianche sopra la mia testa. Sono fiero di essere rinato con forza e sudore, rimango in piedi perché voglio vivere ancora. T.V.B. Ornella


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