Vittorio Sereni (1913-1983) nasce poeta ermetico o non ermetico? La questione resta in bilico, irrisolta, come irrisolta e in bilico è la situazione da cui nasce tutta la sua poesia. Si è molte volte ripetuto che il titolo del primo libro di Sereni, Frontiera (1941), individua immediatamente tema e tono di questo poeta. In Sereni si sente subito un’estraneità che può essere chiamata culturale o di poetica rispetto all’ermetismo fiorentino, alla visionarietà notturna di Luzi, al melodismo associativo di Quasimodo o di Alfonso Gatto. Sereni è semmai più prossimo al Montale delle Occasioni, ma senza l’energia emblematica e ritmica, l’estremismo allusivo di Montale.
Sereni è un poeta poco interessato a un’ideologia o fede poetica. Dichiarò: "Il nome di poeta appare sempre più una qualifica socialmente difficile da portare e da sostenere persino nel suo normale ambito letterario (…) Lo specialistico discorso della poesia in quanto tale infastidisce quanto più tende a portarsi sul terreno delle poetiche comparate o contrapposte a tutto scapito del naturale rapporto autore-lettore”. Per concludere così: "In ogni caso, ciò che non si vorrebbe mai vedere stravolto o semplicemente alterato è la naturale capacità di comunicazione della poesia e la corrispondente attitudine ad accoglierne la voce”.
In questa dichiarazione di fine anni Cinquanta (che si legge nell’antologia di Giacinto Spagnoletti Poesia italiana contemporanea 1909-1959, Guanda) Sereni, senza polemica ma con totale chiarezza, si dice lontano da ogni poesia che nasca al riparo di una poetica trascurando la propria leggibilità. Non si era sentito propriamente ermetico e più tardi non si è sentito né engagé né tanto meno sperimentale, e arriva a parlare di "naturale capacità di comunicazione della poesia”. Benché a volte non facili da decifrare immediatamente, le sue primissime composizioni non sono certo ermetiche né per materia né per forma:

Ti distendi e respiri nei colori.
Nel golfo irrequieto
nei cumuli di carbone irti al sole
sfavilla e si abbandona
l’estremità del borgo.
Colgo il tuo cuore
se nell’alto silenzio mi commuove
un bisbiglio di gente per le strade.
Morto in tramonti nebbiosi d’altri cieli
sopravvivo alle tue sere celesti,
ai rari battelli del tardi
di luminarie fioriti
(…)
Di notte il paese è frugato dai fari,
lo borda un’insonnia di fuochi
vaganti nella campagna,
un fioco tumulto di lontane
locomotive verso la frontiera.

La base su cui lavora Sereni è piuttosto descrittiva che immaginativa. La coloritura emotiva e morale ("irrequieto”, "s’abbandona”, "mi commuove”, "sopravvivo”) si confonde con l’ambiente ("golfo”, "cumuli di carbone”, "estremità del borgo”, "di notte il paese”, "campagna”, "fioco tumulto”, "lontane locomotive”, "frontiera”). Volendo nominare all’ingrosso gli inevitabili precedenti di questa poesia, è chiaro che qui Saba incrocia Montale e Montale un po’ corregge e contamina Saba. O anche: Gozzano (su cui Sereni si laureò) inibisce e fa regredire la tentazione di "fare come Ungaretti”.
Come disse Giacomo Debenedetti, queste di Sereni sono le poesie di un "annotatore di vicende personali, di momenti ed episodi della sua vita. Vita riconoscibile psicologicamente, nella sua precisa fisionomia sentimentale e sociale: quegli episodi, anche se appena indicati, hanno (…) una consistenza di fatti precisi che spiegano e giustificano lo stato d’animo, il momento espresso in ogni singola lirica (…) in questa spontanea, connaturata accettazione del costume generale c’è già il primo movente di ciò che Adorno chiama, in campo musicale, la ‘restaurazione’ [di Stravinskij rispetto a Schoenberg] e noi in campo poetico potremmo chiamarla l’uscita dall’ermetismo” (Poesia italiana del Novecento, Garzanti 1993, p. 226).
Secondo le formule usate in queste righe da Debenedetti, che ricorre niente di meno che a Filosofia della musica moderna di Adorno per arrivare a Sereni, "l’accettazione del costume generale” significa riconoscimento del fatto che anche in poesia, se si prevedono un lettore e una lettura, diventa "naturale” non negare le comuni esperienze umane e la lingua che viene comunemente usata per designarle. È questo che conduce Sereni fuori e al di là dell’ermetismo. Ed è anche la ragione per la quale il maggiore, più tipico e colto degli ermetici fiorentini, Mario Luzi, stringerà una lunga amicizia letteraria con Sereni proprio quando lui stesso sentiva il bisogno di uscire dal clima ermetico nel quale s ...[continua]

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