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Lettera dalla Cina di Ilaria Maria Sala


UNA CITTÀ n. 238 / 2017 aprile

Articolo di Ilaria Maria Sala

Il mese dell'arte
Lettera dalla Cina di Ilaria Maria Sala

Cari amici, a Hong Kong siamo nel periodo febbrile di Art Basel, e delle aste: mi piacerebbe fare la snob e dirvi che è un circo terribile e scuotere la testa, ma la verità per me è un’altra. Circo o meno, il "mese dall’arte” porta in città una quantità incredibile di opere moderne e contemporanee e di antichità meravigliose, che in assenza di musei significativi non potrei vedere. Quindi, approfitto per quanto possibile delle mostre che vengono installate pre-fiera e pre-asta, e guardo con occhi già nostalgici in previsione del fatto che tutto verrà arraffato da ricchi collezionisti e che quindi una volta terminato il circo in questione, le opere diventeranno invisibili alle persone come me. Quest’anno però ci sono state alcune novità: intanto, vuoi per la campagna anti-corruzione di Xi Jinping che continua a mordere, vuoi per il fatto che l’economia cinese non cresce più in modo così spensierato, i collezionisti cinesi erano molti meno del solito, ed hanno comprato meno. Si sono concentrati sulle antichità imperiali (considerate un valore certo in Cina) ed hanno lasciato un po’ perdere l’arte contemporanea e moderna, acquistata invece da giapponesi, coreani, americani ed europei. Fra tutte le opere viste, vi voglio raccontare di due, perché sono particolari. La prima, si chiama "Il Summit” ed è stata fatta da Shen Shaomin, un artista concettuale di Pechino, ed è francamente pensata per scioccare. Il summit in questione vede protagonisti Mao Zedong, Ho Chi-minh, Kim Il Sung e Lenin riprodotti belli morti in plastica e adagiati in una teca da mausoleo, con di fianco Fidel Castro, in un letto d’ospedale, moribondo ma in divisa. L’artista era lì, e quindi gli ho chiesto che cosa rappresentasse quest’opera, e lui si è messo a ridacchiare -non poteva dire "è una provocazione”, immagino- e mi ha detto che aveva pensato a questo nel 2008, quando c’è stata la crisi finanziaria, ed era la sua "critica al sistema capitalista”. Dico, sì, ma allora perché rappresentarli così, morti? E lui, evasivo, si è messo a spiegare che era un’opera pensata per rianimarli. L’intervista non è andata un granché lontano, anche perché, in piena fiera, queste cinque sagome morte hanno suscitato un interesse inatteso, dato che i collezionisti vip, quelli che come la stampa sono ammessi alla visita prima dell’apertura al pubblico, facevano la coda per farsi i selfie di fianco alle mummie finte. Quindi ho cominciato a chiedere in giro il perché dei selfie. Le risposte raccolte sono un campionario di scemenze: "Erano grandi uomini! ” oppure "Ah ah, non lo so, in effetti fa un po’ impressione”; siamo nell’antropologia dei selfie che di certo molti accademici stanno già studiando. I visitatori di Hong Kong erano più cauti: davanti a Mao, per esempio, avevano l’aria più preoccupata che spensierata, e un paio di visitatori dalla Cina continentale a cui ho chiesto che effetto gli facessero le statue-mummia hanno solo detto che forse il capitalismo aveva vinto, quindi, ecco che questi erano rappresentati morti? Mao però, si è affrettato a dire l’altro, aveva un posto speciale, comunque. L’opera, mi preme dirvi, non ha venduto, e questo mi ha dato un inspiegabile piacere: il fatto che sia ancora in giro aumenta il rischio che a una mostra o un’altra mi tocchi rivederla, ma che nessun collezionista abbia voluto mettersi in casa cinque mummie di dittatori (con l’eccezione dello zio Ho, forse) mi è sembrato ragionevole. Qualcuno, invece, si è portato a casa un Mao di Andy Warhol, per il valore di 12. 5 milioni di dollari americani: si tratta di una serie di 28, fatti utilizzando la fotografia ufficiale di Mao, quella che era dentro il Libretto Rosso delle massime di Mao e che è anche appesa a Tiananmen. A venderlo è stata la casa Sotheby’s, che non ha rivelato altro se non che l’acquirente è "asiatico”. Ma la parte interessante è... [ continua ]

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