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L'eccidio di Forlì
Nel 1933 io stavo finendo il liceo, l’era nazista stava iniziando. Di circa 20 alunni ero l’unica ebrea e fino ad allora avevo avuto un buon rapporto con i miei compagni. Essendo brava nei temi in lingua tedesca, e soprattutto in francese e in inglese, ma uno zero in matematica, eravamo costretti ad aiutarci a vicenda. Le cose cambiarono bruscamente dopo il 1933. ...



ricordarsi

Stephen Eric Bronner è professore di Scienze Politiche alla Rutgers University


UNA CITTÀ n. 223 / 2015 giugno-luglio

Articolo di Stephen Eric Bronner
tradotto da Luca Amorosi

L'esempio di Paul
Ritratto di un grande intellettuale afroamericano

Stephen Eric Bronner è professore di Scienze Politiche alla Rutgers University, direttore delle Relazioni Internazionali del Centro di Studi sui genocidi e i diritti umani e fa parte del Comitato Esecutivo della Presidenza Unesco per la prevenzione dei genocidi. Il suo ultimo libro è The Bigot: Why Prejudice Persists (Yale University Press, 2014) . Questo articolo si basa sulla lezione inaugurale in onore di Paul Robeson tenuta alla Rutgers University il 9 aprile 2015. È un grande onore per me essere qui, e un’occasione speciale, dato che qualche anno fa ho vissuto a Princeton, in Witherspoon Street, vicino a dove, un tempo, sorgeva la chiesa in cui il padre di Paul Robeson lavorava come pastore e dove lo stesso Paul nacque nel 1898. Ho anche conosciuto suo figlio, Paul Robeson Jr. , per gli amici Robby. Con lui, ho partecipato a un programma radiofonico molti anni fa. Ormai vivo a Rutgers da quasi quarant’anni e ho sempre avuto l’impressione che Paul non stesse ricevendo il riconoscimento che merita, persino tra gli studenti di colore. Avrà anche ottenuto la laurea in legge nel 1923 alla Columbia University, ma il suo nome è legato a Rutgers in maniera indissolubile. Infatti, era uno studente della classe del 1919 e dovrebbe essere considerato il fiore all’occhiello di questa università, se non lo è già. Probabilmente, non esiste nessun altro studente universitario che abbia espresso una tale varietà di talenti. È proprio qua a Rutgers, infatti, che ha ricevuto premi per la pallacanestro, la corsa su pista e il football americano; è diventato un All-American (menzione onorifica sportiva assegnata ad atleti dilettanti statunitensi) , ha approfondito le sue conoscenze in letteratura e teatro, ha cantato e ha presentato il discorso di commiato della sua classe. E, sempre qui, è dove ha letto le notizie riguardanti i linciaggi, i processi farsa per incastrare i neri del sud, le discriminazioni razziali, la rivoluzione russa del 1917 e le successive rivolte in Europa, la "paura rossa” del 1919, l’ascesa del fascismo e una serie di rivolte anti-imperialiste. Negli anni a venire, si sarebbe schierato dalla parte dell’Unione Sovietica, sarebbe diventato uno dei più eminenti difensori della causa antifascista durante la guerra civile in Spagna, un fermo sostenitore del Fronte Popolare, una voce di pace durante la guerra fredda e di invito all’azione negli anni del movimento per i diritti civili. Robeson fu sia testimone sia protagonista dei grandi eventi politici che caratterizzarono la prima metà del Ventesimo secolo. Inutile nascondersi dietro un dito: molti si trovano a disagio quando si tratta di parlare della sua simpatia verso il comunismo. Preferiscono evidenziare le sue doti di cantante, attore, atleta, avvocato, scrittore o intellettuale in generale. La verità è che, a prescindere che fosse ufficialmente iscritto al partito, Robeson era comunista e sicuramente ricevette volentieri il premio Stalin nel 1953, soprattutto se si considera la situazione familiare travagliata in cui è cresciuto. Robeson si era lasciato illudere dall’utopico tentativo del dittatore di collettivizzare le campagne e industrializzare l’Unione Sovietica e prese un abbaglio riguardo al ruolo, corrosivo, che l’Unione Sovietica giocò durante la guerra civile spagnola e il Fronte Popolare francese. Gli anni Trenta furono caratterizzati dal clima di terrore di stampo comunista, dalle purghe, dai processi farsa e dall’espansione dei gulag. Robeson non si è mai impegnato contro nulla di tutto ciò ed è indubbio che abbia provato a giustificare l’ingiustificabile. Altri come Dorothy Parker, Lillian Hellman, Dashiell Hammett e tanti altri intellettuali bianchi hanno commesso gli stessi errori ma, in un certo senso, era diverso. Nel bene o nel male, ci si aspettava di più da Paul Robeson. Eppure, ci dev’essere stata una ragione per cui il partito comunista era così affascinante... [ continua ]

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archivio
Le tombe vuote

La straordinaria e forse unica esperienza delle Madres de Plaza de Majo, che a partire dal loro essere madri alla ricerca dei propri figli si sono fatte carico di tutti i desaparecidos e, in fondo, del futuro dell’Argentina, a cui sono riuscite a restituire l’onore perduto negli anni bui. Intervista a Letizia Bianchi e a Giannina Longobardi.

La buccia delle mele

L’odissea di un giovane ebreo belga, di famiglia sefardita turca, nell’Europa delle deportazioni e "l’assurdo” di Auschwitz; la voglia di vivere e la diffidenza per i ricordi che demoralizzano; le difficoltà, dopo la liberazione, per ritrovarsi e l’indifferenza delle autorità turche; la questione del ladino. Intervista a Haïm Vidal Séphiha.

8 maggio 1945

Una data sulla quale si incrociano memorie diverse: l’inizio di un periodo di pace per l’Europa occidentale, l’inizio dell’occupazione sovietica per quella orientale, il massacro di Setif per i magrebini; l’istituzionalizzazione della memoria crea anche conflitti; la necessità di un’attualizzazione della memoria.
Intervista a Enzo Traverso.
Arrivarono a Auschwitz a piedi

Un interesse, quello per gli zingari, nato per caso, e proseguito nella frequentazione del campo. La scarsa copertura storiografica dello sterminio nazista. Il difficile rapporto con la memoria di una cultura orale. Un pregiudizio diffuso anche a sinistra.
Intervista a Paolo Finzi.

I rituali inutili

La memoria che oggi sembra perdersi nell’attualità, nel consumo degli oggetti, nel non aver più tempo per prendersi una pausa; il ruolo anche positivo dell’oblio che si intreccia con quello del ricordo. La funzione di un di gesto, o di un oggetto mediatore, che sposta, spiazza, apre al ricordo e al dialogo. La pena può essere proprio nello sguardo dell’altro che sa; la scoperta delle complicità.
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Ruanda
Un gruppo di scrittori africani ha vissuto per due mesi in Rwanda per poi raccontare il genocidio. Il problema che pone l’uso della fantasia letteraria e di lingue leggibili da pochissime persone. Le responsabilità storiche gravissime delle potenze coloniali e quelle politiche, altrettanto gravi, della Francia rispetto al genocidio. Il pregiudizio razzista che l’Africa sia un problema in sé, che sia diversa.
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La vergogna
della tortura

Le ferite riportate dalle torture non si cancellano, restano, continuano a riaprirsi in un silenzio dovuto, spesso, alla vergogna per aver abbandonato i cari o per aver subìto violenze psicologicamente devastanti. Un fardello di cui non ci si potrà mai liberare del tutto. E’ lo psicoanalista a dover avvicinarsi alle barriere. L’importanza di far venire alla luce la storia.
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Non provavo colpa, vergogna sì

L’intervento-intervista di Hans Koschnik al convegno di Sarajevo sulla memoria.
La cospirazione del silenzio

Il silenzio e l’indifferenza che fanno più male della persecuzione. Il trauma che infetta l’individuo, ma anche la famiglia, il vicinato, una nazione. L’importanza del risarcimento, della restituzione, della riabilitazione, della commemorazione. Parlare e raccontare è la condizione fondamentale per ogni ricostruzione. L’intervento di Yael Danieli ad un convegno a Tuzla su "trauma e memoria".
Lo sgabuzzino buio

Cosa sanno della shoà i ventenni di oggi? Una ricerca svolta all’Università di Torino con un gruppo di liceali offre una traccia preziosa di lavoro. Perché bisogna evitare di colpevolizzare in partenza i ragazzi. L’importanza delle nozioni e la lotta al pregiudizio, che non è mai vinta per sempre.
Interventi di Anna Bravo e Fabio Levi.

Il quotidiano di allora

Un viaggio a Auschwitz e Birkenau di studenti romani, accompagnati da ex-deportati, organizzato dal comune di Roma nel tentativo di coniugare storia, memoria e spirito di cittadinanza in una città che ha conosciuto le deportazioni. La realtà dei luoghi visti nei film. Il rischio che il concetto di unicità ostacoli la riflessione dei ragazzi.
Intervista a Fiorella Farinelli.
Piccoli pezzi di vita

Il problema drammatico di una memoria che non passa più nell’esperienza quotidiana e familiare. Lo spettacolo dell’orrore che rischia di suscitare rimozione e banalizzazione. Il surrogato dei film usati dalla scuola per consegnare la verità ai giovani. Arrivederci Ragazzi e Schindler’s list.
Di Andrea Canevaro.







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