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UNA CITTÀ n. 185 / 2011 giugno

Articolo di Paolo Bergamaschi

L'oro blu

C’è un errore macroscopico nelle carte geografiche in circolazione oggi. Non si tratta della mancata inclusione di qualche nuovo stato dopo gli sconvolgimenti degli ultimi vent’anni che hanno provocato la disintegrazione di Urss e Jugoslavia, ridisegnando i confini interni di Europa ed Asia. L’errore questa volta riguarda la parte fisica del pianeta. Chi pensava che il lavoro dei cartografi fisici fosse da tempo terminato deve ricredersi. In quasi tutte le mappe, infatti, compare ancora quello che una volta era il quarto specchio d’acqua interno del globo, il Mare o Lago d’Aral. Fino agli anni Sessanta aveva un’estensione di 67.000 chilometri quadrati, equivalenti più o meno alla superficie complessiva di Piemonte, Lombardia e Veneto. Oggi è irrimediabilmente ridotto a tre piccoli spezzoni in ulteriore contrazione circondati da quello che era una volta il letto del lago, ora scoperto, trasformato in una landa arida e desolata dall’alto contenuto salino dove non cresce nulla. Qua e là, arenate, si stagliano ancora spettrali le carcasse corrose delle imbarcazioni che un tempo affollavano il grande lago dando lavoro a migliaia di pescatori. Oggi di quell’attività non rimane più niente. La polvere salmastra sollevata dal vento causa fra le popolazioni locali un alto tasso di patologie respiratorie con una percentuale considerevole di mortalità infantile. Conosciuta come "la catastrofe del Mare di Aral” è ritenuta il più grave disastro ambientale provocato dall’uomo. Si è consumato negli ultimi vent’anni portando ad una situazione che gli esperti ormai definiscono irreversibile.

La sede del Fondo Internazionale per il Salvataggio del Mare di Aral si trova in un’elegante palazzina alla periferia di Almaty. Nel mio precedente viaggio in Kazakistan l’incontro con i dirigenti di questa organizzazione era stato il mio ultimo appuntamento prima del ritorno in Europa. Mi avevano parlato dell’incompatibilità fra gli interessi degli stati situati a monte dei fiumi della regione con quelli a valle, della necessità di arrivare ad una gestione integrata delle acque a livello transfrontaliero introducendo criteri più efficaci ed efficienti di utilizzo dell’acqua stessa. Avevano altresì sottolineato che il Fondo era l’unico ambito in cui i leader delle cinque repubbliche dell’Asia Centrale si riunivano periodicamente superando la tradizionale diffidenza ed i malcelati reciproci sospetti. Mi aveva dato l’impressione di un inutile carrozzone. Il lago d’Aral ha, infatti, perso il 90% dell’acqua. I buoi sono ormai scappati dalla stalla ed è impossibile riprenderli e riportarli a casa. Vale ancora la pena investire soldi, energie e capitale umano in un’impresa ormai disperata? Apprestandomi a ritornare in Asia Centrale sono andato a rileggermi i documenti in materia che conservavo ancora in ufficio per avere un quadro più chiaro della situazione e raccogliere informazioni più precise. Ho il vizio di non gettare via quasi niente delle tonnellate di opuscoli, libri, fascicoli e brochure che ci vengono rifilati durante i viaggi istituzionali. Al ritorno cerco di riordinare tutto negli scaffali del mio ufficio di Bruxelles. Ogni volta che cerco di sbarazzarmi di qualcosa incontro un blocco psicologico. Non c’è niente da fare, è più forte di me. Anche il catalogo delle opere del più sconosciuto artista di qualche sperduta regione del Caucaso meridionale trova ancora posto sulla moquette del mio piccolo pezzo di parlamento europeo.
Partire senza una meta precisa era il tipo di viaggio che caratterizzava le mie vacanze estive negli anni dell’università. Biglietto interrail e zaino sulle spalle e via verso la stazione di Parma a prendere il primo treno verso nord. A distanza di così tanti anni, però, avevo perso l’abitudine alla precarietà. Ho in valigia il biglietto di andata per Tashkent e quello di ritorno da Ashgabat ma non so ancora se riuscirò a prendere l’aereo che collega le due capitali centroasiatiche. Sono in lista d’attesa senza alcuna certezza con compagnie aeree dal nome impronunciabile. Ho aspettato fino all’ultimo a recarmi in agenzia viaggi. Le ambasciate di Uzbekistan e Turkmenistan tardavano a rilasciare i visti di ingresso e l’annullamento della delegazione era un’ipotesi più che probabile. Invece si va, con il passaporto che in pochi anni ha già quasi esaurito le pagine per i timbri.

I collegamenti aerei con l’Uzbekistan dai Paesi europei sono scarsi e non permettono molta scelta. Di solito per destinazioni inconsuete si fa scalo nei grandi hub di Francoforte, Londra o Parigi che offrono le migliori opportunità. Sorprende, pertanto, che la più conveniente via d’accesso per Tashkent sia Riga. Mi chiedevo quali fossero i legami fra una piccola repubblica baltica, la Lettonia, ed un Paese dell’Asia Centrale come l’Uzbekistan e quali fossero i vantaggi per una piccola compagnia aerea come Air Baltic di mantenere connessioni regolari con luoghi minori, per certi versi esotici e improbabili, distanti migliaia di chilometri. La mia curiosità troverà risposta una volta giunto alla meta. Nel periodo sovietico Riga era il porto dove arrivava via terra tutto il cotone grezzo uzbeko che veniva, poi, smistato via mare ai principali centri internazionali di tessitura.
L’Urss è morta ma gli scambi di allora hanno generato vincoli, relazioni e circuiti che hanno resistito all’usura della storia e trovano la forza per mantenersi vivi e vitali anche in situazioni profondamente mutate.

Nel gennaio di quest’anno il dittatore Islam Karimov si è recato in visita ufficiale a Bruxelles per incontrare i vertici dell’Unione europea e della Nato. In realtà l’Ue ha mantenuto una posizione ambigua e, per certi versi, schizofrenica. Il leader uzbeko, infatti, è stato ricevuto dal Presidente della Commissione Barroso, ma non dal Presidente del Consiglio Herman Van Rompuy e dell’Alto Rappresentante della Politica Estera, Catherine Ashton che, all’ultimo minuto, hanno addotto impegni urgenti e concomitanti per evitare di incontrarlo. A nessuno fa piacere stringere la mano a chi rappresenta e controlla uno dei regimi più repressivi al mondo dove prigione e tortura sono la tappa obbligata per chi dissente e persecuzione ed emarginazione con eventuale ricovero in ospedale psichiatrico la condizione permanente di chi non è d’accordo con chi governa. Peggio ancora se le mani grondano di sangue come nel caso dell’uomo forte di Tashkent. Fu Karimov che nel maggio del 2005 diede alle forze di sicurezza l’ordine di sparare sulla folla che ad Andijan, la principale città della valle di Fergana, si era assembrata pacificamente in Piazza Babur per contestare il governo locale. Un macello. Ci furono più di 500 morti e centinaia di feriti, inclusi donne e bambini. La polizia inseguì i dimostranti dovunque, persino negli ospedali dove alcuni di loro erano andati a farsi medicare. Per Karimov si trattava di pericolosi terroristi, in realtà era una popolazione esasperata che, inerme, reclamava giustizia e migliori condizioni di vita. La condanna della comunità internazionale fu quasi unanime salvo, ovviamente, Cina e Russia, trincerate nel principio di non ingerenza negli affari interni di un altro paese. La richiesta di un’inchiesta internazionale sugli avvenimenti di Andijan fu rispedita ai mittenti dalle autorità uzbeke. Sulla spinta emotiva dell’opinione pubblica, l’Ue adottò sanzioni contro i principali uomini del regime ed impose un embargo alla vendita di armi che restò in vigore fino al 2009 senza apparentemente produrre alcun risultato concreto. Tanto vale ritornare alla politica del "business as usual”, avranno pensato i leader europei il giorno che decisero di riportare alla normalità le relazioni con l’Uzbekistan non senza una certa dose di cinismo e ipocrisia. D’altronde le priorità della guerra in Afghanistan richiedono un appoggio logistico per le forze occidentali e quello fornito dall’Uzbekistan, con la base aerea di Termez per l’esercito tedesco e la Rete di Distribuzione Settentrionale per i soldati americani, prevale su ogni considerazione relativa a democrazia e diritti umani, quegli stessi diritti che si vogliono o si pretende di difendere nel conflitto afghano.

"La visita di Karimov in Europa è stata un punto di svolta”, esordisce l’ambasciatore ceco nel darci il benvenuto durante il tradizionale incontro di apertura con i diplomatici europei che caratterizza ogni mission: "la situazione in linea di massima sta lentamente evolvendosi”. "Bisogna capire il retroterra storico e culturale del paese”, aggiunge quello francese, "le riforme non sono dietro l’angolo ma la politica delle sanzioni non ha funzionato”. Più diretto è il rappresentante inglese che definisce provocatori i pochi difensori dei diritti dell’uomo rimasti in Uzbekistan sottolineando come un approccio antagonistico con le autorità locali sia controproducente. "Per il governo non esistono prigionieri politici, si tratta di semplici criminali”, insiste l’ambasciatore di Parigi, "l’isolamento politico di un paese che si basa su un modello economico autarchico non porta da nessuna parte”. I giornali sono sottoposti ad una pressione asfissiante, in televisione i sollevamenti del mondo arabo sono a malapena citati, Internet è sotto la mannaia della censura. Per gli ambasciatori, però, la situazione volge al meglio. Valli a capire i diplomatici.

Con più di 27 milioni di abitanti l’Uzbekistan è di gran lunga il paese più popoloso della regione e l’unico che confina con le altre quattro repubbliche dell’ex Unione Sovietica. Ricco di metano quanto basta per garantirsi l’autosufficienza energetica e una discreta quota per l’export, fonda la propria fortuna sulla monocultura del cotone. Tutto il settore agricolo del paese è concentrato sulla coltivazione di questa pianta. Da fine febbraio a novembre schiere di contadini armati di zappa inondano i campi per accudire le piantine che forniranno la preziosa fibra per l’industria tessile. Le aziende agricole non possono decidere cosa coltivare: quella del cotone è una scelta obbligata imposta dal governo. Un imprenditore belga trapiantato da anni nel paese mi spiega che la varietà uzbeka è abbastanza pregiata. La lunghezza della fibra, infatti, è intermedia fra quella egiziana, più lunga, e quella americana, più corta. Cotone per l’Uzbekistan vuol dire acqua e lavoro minorile. La pianta, infatti, richiede un’irrigazione copiosa. Per quanto riguarda il raccolto, che si svolge in due fasi in autunno, l’impiego di minori è pratica corrente. Per questa ragione la repubblica centroasiatica è stata messa sulla lista nera delle organizzazioni mondiali del lavoro e delle associazioni a difesa dei diritti umani, che hanno promosso campagne internazionali di boicottaggio.
Lo stesso imprenditore belga, comunque, mi dice che questo avviene soprattutto nelle aziende famigliari dove è uso corrente per i bambini seguire i padri al lavoro. L’avvento della raccolta meccanizzata, inoltre, avrebbe ridotto radicalmente il fenomeno. Difficile, però, dare una giustificazione plausibile quando intere scuole si svuotano nel periodo del raccolto. Le autorità uzbeke sostengono che le denunce contro il paese sono partite il giorno in cui l’Uzbekistan ha deciso di commerciare il cotone in proprio, affrancandosi dai circuiti tradizionali controllati dalle imprese occidentali. Si è trattato di una vera a propria sfida all’establishment internazionale del cotone che il paese sta pagando caro in termini di immagine. Oltre a questo, l’Uzbekistan, contrariamente a quanto avveniva in passato, riesce oggi a lavorare buona parte del cotone raccolto aumentando di molto il proprio potere contrattuale sul mercato internazionale.
La fabbrica che abbiamo occasione di visitare alla periferia di Tashkent, e la visita è imprevista e improvvisata, colpisce per la tecnologia avanzata e gli elevati standard del processo produttivo.

Il fiume Syr Darya passa a poche decine di chilometri dalla capitale. All’apparenza, mentre lo attraverso, non sembra diverso dal mio Po, ma qui ha ancora l’aspetto del fiume. Con l’Amu Darya, che scorre più a sud, affluisce al Lago d’Aral. In realtà ben poca è l’acqua rimasta nei due corsi quando sfociano nel lago dopo più di duemila di chilometri. Quasi tutto l’oro blu, infatti, finisce nei campi di cotone uzbeko e, in quantità minore, turkmeno e kazako. Quella di pianificare l’abbandono, con conseguente devastazione, della parte occidentale del proprio territorio per privilegiare lo sviluppo del resto del paese è stata una scelta folle, degna di uno scienziato pazzo che insiste nel suo disegno malato. L’acqua è diventata la grande questione della regione. I paesi a monte, Tagikistan e Kirghizistan, ne hanno in abbondanza. Quelli a valle, Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan, non ne hanno mai abbastanza. Ai tempi dell’Urss l’acqua, in inverno, veniva immagazzinata in grandi riserve negli stati a monte per poi essere rilasciata durante il periodo delle coltivazioni agricole, quando aumentava il bisogno, a valle.

L’elettricità così generata in primavera ed estate finiva nella rete unificata dell’Urss. Durante l’inverno, in cambio, Tagikistan e Kirghizistan ricevevano dalle repubbliche vicine gas e petrolio per il riscaldamento. Con la disintegrazione dell’Urss l’intero sistema di gestione è crollato. Gli idrocarburi hanno reso ricchi Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan, gettando nella miseria Tagikistan e Kirghizistan che, per supplire alla mancanza di energia, hanno pensato bene di sfruttare al massimo l’unica risorsa che hanno in abbondanza, cioè l’acqua. È cambiato, così, il modo di operare gli impianti idroelettrici obbligati a funzionare a pieno regime anche in inverno per produrre elettricità per il riscaldamento con l’acqua rilasciata che gonfiava i fiumi provocando inondazioni in pianura. Dire che fra Tashkent e Dushambe le relazioni sono tese è un eufemismo. Quando il governo tagiko ha annunciato l’intenzione di costruire un nuovo grande impianto idroelettrico di 3.600 megawatt a Rogun, sul bacino dell’Amu Darya, fra Uzbekistan e Tagikistan è scoppiata una guerra diplomatica che si è poi trasformata in torti reciproci fino all’interruzione, da parte delle autorità uzbeke, dei convogli umanitari in transito verso le montagne tagike. Per gli uzbeki l’acqua è un dono del cielo e come tale è un diritto di tutti. Per i tagiki l’acqua è un diritto di chi ce l’ha e come tale va sfruttata fino in fondo. Nell’ambito dell’Unione Sovietica le esigenze degli uni venivano contemperate con quelle degli altri. Una volta smantellata l’Urss, gli autocrati che sono subentrati hanno pensato solo a spartirsi le risorse ereditate come un bottino di guerra. Oro blu contro oro nero. Con il rischio che dalla guerra di propaganda si passi alle armi. Non tutti i mali vengono per nuocere e quello sovietico, in fin dei conti, non era forse il male peggiore.

Sarà due giorni dopo, ad Ashgabat, Miroslav Jenca, capo dell’Ufficio Regionale di Diplomazia Preventiva dell’Onu, a spiegarci che in Asia Centrale c’è acqua a sufficienza per tutti. "È solo una questione di gestione e di ripartizione corretta delle risorse nel rispetto dei trattati internazionali”, afferma. L’Uzbekistan non ha ancora firmato la Convenzione sulle Valutazione di Impatto Ambientale a livello transfrontaliero, così come si guarda bene dall’accettare la Convenzione sull’Accesso all’Informazione, la Partecipazione Pubblica, il Processo Decisionale e l’Accesso alla Giustizia in Materia Ambientale.
Anche se era una delle principali città dell’Urss, Tashkent non presenta i caratteri tipici dei grandi agglomerati urbani. Traffico debole, ordinato e scorrevole, niente ressa. E niente donne velate o simboli religiosi da quando il presidente Karimov ha dichiarato guerra al radicalismo religioso imponendo la sua versione "moderata” dell’islam in una delle culle del mondo musulmano. Ci sono poliziotti ad ogni angolo di strada con metal detector all’ingresso dei principali edifici, compreso l’hotel dove alloggio. Quasi interamente ricostruita dopo il terremoto del 1966, ai severi e grigi edifici sovietici, comincia ad affiancare palazzine dai tratti moderni, frutto della crescita economica del paese che lo scorso anno è stata dell’8,5%. "Vogliamo costruire uno stato laico e democratico, fondato su un’economia sociale di mercato”, esordisce il Vice-Ministro degli Esteri Vladimir Norov, che ci riceve in un’ampia sala dallo stile austero, "nonostante l’Accordo di Partenariato e Cooperazione del 1996, l’Ue non è riuscita ad affermare la sua presenza nella regione”. Per Norov la collaborazione fra le due parti deve fondarsi su tre principi: in primo luogo anche gli interessi dell’Uzbekistan vanno presi in considerazione, e non solo quelli europei; in secondo luogo occorre evitare un approccio che applica due pesi e due misure; in terzo luogo nessun modello va imposto agli altri. Al governo uzbeko non va giù, per esempio, l’atteggiamento europeo di chi tratta il partner come un maestro con l’alunno. "Le relazioni devono basarsi sull’eguaglianza fra le parti”, afferma non senza irritazione. Il Vice-Ministro contesta che i fondi stanziati dall’Ue vadano in larga parte per progetti regionali. Preferirebbe una ripartizione dei finanziamenti fra i cinque paesi della regione. Non capisce, inoltre, perché le critiche si concentrano sull’Uzbekistan mentre con il vicino Kazakistan i paesi europei si dimostrano indulgenti. "Prima di costruire nuove speranze non distruggiamo le vecchie: le riforme devono essere graduali”, risponde seccato a chi solleva l’urgenza di cambiamenti democratici, "noi siamo a favore di un’evoluzione non di una rivoluzione”.

Involtini di zucca, che qui chiamano samsa, annaffiati da birra uzbeka mentre mi comunicano di avermi trovato un posto sul volo della sera per Ashgabat. Sto ancora rileggendo, intanto, la lunga lista di prigionieri politici che ancora marciscono nelle galere del paese. Cibo buono ma indigesto.

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