Logo Una Città
i nostri libri
Vai al catalogo completo dei libri
i reprint

UNA CITTÀ n. 172 / 2010 Marzo

Articolo di Gaetano Salvemini

IL CONTADINO ITALIANO...


Mussolini, in quei mesi, ebbe un momento di lucido intervallo, e si dolse che i fascisti non fossero riusciti in nessun luogo, in Italia, a creare un movimento partigiano alle spalle delle truppe anglo-americane. A quella melanconica osservazione dell’Uomo della Provvidenza che aveva sempre ragione, noi possiamo aggiungerne un’altra: ed è che la così detta repubblica sociale di Salò non produsse e non produrrà mai libri come l’Antologia della Resistenza, di cui vi ho già parlato, o come le stupende Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana, raccolte da Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli. Il fiore dell’eroismo e della poesia non nasce sul terreno dell’ingiustizia, della menzogna e della brutalità. Sfuggiva al Duce che era questa assenza di motivi ideali una delle ragioni per cui non esisteva in Italia un movimento partigiano fascista. E gli sfuggiva anche un’altra spiegazione, la quale stava nel fatto che i fascisti e i tedeschi non avrebbero trovata nessuna assistenza fra i contadini italiani. Invece il partigiano antifascista e antitedesco trovò sempre una casa di contadino, in cui le donne lo nascosero, lo rifocillarono, lo fasciarono ferito, lo informarono del momento buono per mettersi di nuovo allo sbaraglio. Assistere un partigiano era sfidare una condanna a morte. Furono migliaia i contadini italiani che in quei mesi sfidarono le condanne a morte. Anche quando il partigiano era un poco di buono (e ce ne furono dei poco di buono) il contadino non lo denunciò, perché, tutto compreso, anche quello là, per quanto gli portasse via i polli, per quanto commettesse prepotenze anche peggiori, serviva una causa degna di essere servita. Senza l’assistenza dei rurali italiani, il movimento partigiano non sarebbe stato possibile. Per misurare l’azione compiuta dai rurali in quei mesi di guerra antifascista e antitedesca, bisogna tener presente anche l’assistenza da essi data ai prigionieri di guerra fuggiti dai campi di internamento nel settembre del 1943. Due ufficiali inglesi che parlavano per esperienza personale, in una lettera al Manchester Guardian del novembre 1945, scrissero: "E’ molto difficile, per chi non fu sul posto, capire quanto gli uomini e le donne italiane fecero per noi; è difficile rendersi conto dell’immenso debito di gratitudine, che abbiamo verso la loro gentilezza, umanità e coraggio. In una sola piccola vallata, dal settembre 1944 ai febbraio 1945, gli italiani dettero rifugio e nutrirono non meno di 150 prigionieri inglesi, americani e polacchi, li protessero dalle ricerche nemiche, e li guidarono fino alla linea del fuoco, perché rientrassero nei loro ranghi. Ciò facendo, quella gente si esponeva continuamente a tragiche rappresaglie personali e collettive. Un intero villaggio fu messo a fuoco e raso al suolo, perché i nazisti erano venuti a sapere che alcuni prigionieri inglesi erano stati fraternamente accolti e ricoverati. In quella zona di circa otto miglia quadrate, scarsamente abitata, furono distrutte più di 350 case per rappresaglia. Un prete di oltre 80 anni venne fucilato sulla porta della chiesa da soldati nazisti, solo perché aveva dato asilo per due notti a un ufficiale inglese, prigioniero di guerra fuggitivo”. I soli prigionieri di guerra inglesi soccorsi da italiani in quei mesi furono cinquantamila. Ed ognuno di essi poteva significare una condanna a morte. Quanti prigionieri di altre origini siano stati soccorsi, nessuno sa. Le città si prestavano meno a quell’opera di assistenza, perché entrarvi e rimanervi senza dare nell’occhio era più pericoloso che disperdersi nelle campagne. Perciò in questo settore della Resistenza la palma deve essere data al nostro contadino. Si dirà che il contadino non badò a fedi politiche o ad origini nazionali, ma operò per carità cristiana. Il nostro popolo ha tutti i difetti del mondo, ma ha una dote che ne compensa gli infiniti difetti: una umanità... [ continua ]

Esegui il login per visualizzare il testo completo.Se sei un abbonato on-line, o hai acquistato un Pacchetto di interviste o articoli clicca qui accedere, oppure vai alla pagina Abbonamenti per acquistare l'abbonamento on-line o il Pacchetto di interviste.

Gli abbonati alla rivista hanno diritto all'abbonamento on-line gratuito!


archivio

Matteotti a Londra
Gino Bianco, 1984

Leonida Bissolati
Francesco Ruffini, 1920

Un uomo
I Siciliani, 1984

La Quindicina
Lo stato moderno, 1945

Il vecchio Cervi
Luigi Einaudi, 1954

Saluto a Gobetti
Max Ascoli, 1926

Federalismo...
Gaetano Salvemini, 1945

Invito alla cultura
Camillo Berneri, 1924

Elena, Nide, Libera...
Bianca Ugo, 1945

Dialogo su Israele
Giovanni Russo, 1962

Per una scuola nell'Agro...
L'Unità, 1914

Dopo Proudhon
Nicola Chiaromonte, 1945

Un libertario dimenticato
Enzo Tagliacozzo, 1957

Una pensione
Adele Cambria, 1965

La nascita di GL
Emilio Lussu

Ho rivisto Mussia
Susanne Leonhard, 1951

Il Campanile di Codogno
Giulio Maccacaro, 1975

Ho litigato con...
Giorgio Levi Della Vida

Una previsione sbagliata
Giorgio Levi Della Vida

Defenestrazione mancata

Giorgio Levi Della Vida

Ai miei amici di Romagna
Andrea Costa. 1879

Anticlericalismo

Camillo Berneri, 1936

Disobbedienza civile
Henry David Thoreau, 1849

Ai lettori
Mari Pannunzio, 1966

Il contadino italiano
Gaetano Salvemini, 1952

Un po' di prefazione
Saverio Merlino, 1898

Una federazione europea
Eugenio Colorni. 1944

Da un vecchio fallito
Andrea Caffi, 1935

Cocò all'università...
Gaetano Salvemini. 1909

Siamo tutti dei violenti
Nicola Chiaromonte, 1969

La sua discrezione...
Alberto Moravia

Togliatti in Spagna
Gino Bianco, 1964

Riflessioni sul socialismo
Andra Caffi





chiudi