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UNA CITTÀ n. 159 / Ottobre 2008
Articolo di Gaetano Salvemini
COCO’ ALL’UNIVERSITA’ DI NAPOLI O LA SCUOLA DELLA MALA VITA
Reprint
Gli adolescenti che dopo aver fatto il liceo in una città del Napoletano, lasciano la famiglia per andare ad addottorarsi all’Università di Napoli, sono forniti assai di rado, di una perfetta e solida coscienza morale. Ma anche nei peggiori non mancano mai grandi capacità di bene. E basta che un giovane meridionale abbia la fortuna di trovarsi sbalzato tra i 18 e i 22 anni in un centro di lavoro onesto, in una scuola universitaria seria e sana, perché in lui -fornito quasi sempre di un’intuizione rapidissima, di un forte amor proprio, di facile adattabilità all’ambiente- si determini subito una grande crisi di rinnovamento e di epurazione. E da questa crisi nascono prodotti talvolta mirabili per raffinatezza e per forza, ma non mai inferiori a quella che è la media intellettuale e morale dei giovani del settentrione.
La più parte dei meridionali, invece va a finire a Napoli. E Napoli è la piaga del mezzogiorno, come Roma è la piaga di tutta l’Italia.
... Tutto sembra che consigli al giovane: “Arrangiati, che io mi arrangio: l’onestà e il lavoro sono buoni per gli sciocchi: godere è lo scopo della vita”. Nessuna voce grida alla sua coscienza inquieta e vacillante: “su via figliulo: lavora per te e per gli altri: il lavoro è la gioia, il lavoro è la libertà”.
Dopo qualche mese di tirocinio in quell’ambiente pestifero e infetto, la giovane speranza della giovane delinquenza borghese meridionale ha scelto per sempre la sua strada. ...
... Di tanto in tanto lo spirito di Cocò è turbato dallo spettro degli esami. Ma solo alla morte non c’è rimedio! Una Università in cui 5000 alunni fanno ogni anno, nelle sole sessioni di estate e autunno, senza contare quella abusiva di marzo, 17.000 esami, non può cercare troppo il pelo nell’uovo in questo genere di operazioni. Eppoi parecchi professori ufficiali esercitano anche le libere docenze: iscrivendosi al loro corso libero, l’elegantone laureato si garantisce abbastanza bene contro i rischi di quegli esami che dipendono da quei professori. Altri professori ufficiali sono investiti di incarichi in materie non obbligatorie, che apparirebbero inutili qualora non vi si inscrivesse un numero sufficiente di volenterosi. Cocò si inscrive anche a questi corsi e si assicura altri esami. Parecchi professori ufficiali, specialmente delle facoltà di giurisprudenza e di medicina, sono avvocati, o esercitano la professione, o fanno gli affaristi: è facile, quindi, trovare il magistrato, il banchiere, l’elettore influente, il cliente danaroso, il socio d’affari, che con una raccomandazione metta a posto qualche altro esame. Poi ci sono i professori indulgenti per natura, o vecchi o rimbecilliti, che non bocciano mai, mai, mai. Non manca a Cocò che incontrare nell’Università di Napoli uno dei trecentocinquanta liberi docenti, imbroglione e pasticcione, camorrista e intrigante, che sa aiutare nei momenti difficili i poveri giovani bisognosi di soccorso. Basta dare la firma ad uno di costoro, lasciandogli godere tutte le 12 lire e centesimi dell’indennità e non pretendendo il rimborso immediato di una parte delle 12 lire, come molti fanno, e la gratitudine e la protezione del libero docente è assicurata in tutte le commissioni di esami, di cui egli farà parte.
Ed ecco come l’Università di Napoli sforna ogni anno circa 600 fra medici e avvocati e una sessantina fra professori di lettere e di scienze, dei quali la più parte non è assolutamente capace di scrivere dieci righe senza almeno dieci errori di grammatica ed è intellettualmente abbruttita e moralmente disfatta.
Questa vergogna non è peculiare all’Università di Napoli. Tutte le università italiane sono più o meno ammalate: ed in fatto di corsi liberi, per es. gli abusi che si commettono dai professori ufficiali a Palermo, a Torino, a Padova, sono forse superiori a quelli a Napoli. Ma è innegabile che nell’insieme l’Università di Napoli è quella che accentra in sé il minimo bene e il maggior male; che mentre nelle altre università prevalgono fra i professori ufficiali in proporzioni più o meno forti gli scienziati sugli affaristi, nell’Università di Napoli prevalgono gli affaristi sugli scienziati.
Cocò analfabeta e laureato, si avvede ben presto di essere inetto a vincere un concorso per la magistratura o per le prefetture o per i ministeri, se è avvocato; è sistematicamente bocciato nei concorsi per le scuole medie, se professore; non ha nessun titolo di capacità per ottenere una condotta fuori dal paese natio, se medico. Se ne ritorna, dunque, sospirando alla casa paterna dove lo aspettano la mamma invecchiata e le sorelle avvizzite. E qui impotente a vivere con i frutti della professione libera, privo, come è di qualunque abilità tecnica, tenta di assicurarsi un reddito, anche minimo, con un impiego municipale. Dove il partito dominante è solido e potente, Cocò gli striscia umile ai piedi e gli chiede un tozzo di pane. Dove esiste un’opposizione abbastanza forte o la maggioranza non si affretta a riconoscere i meriti e i diritti del neolaureato, costui si mette all’opposizione e combatte la maggioranza nell’interesse della patria. E allora si vede Cocò anticlericale fierissimo all’Università inscriversi a una Confraternita e tenere il baldacchino dietro al Vescovo nelle processioni: e l’ex socialista rivoluzionario giocare la sera a terziglio col delegato, col maresciallo dei carabinieri, e chi applaudiva Giovanni Bovio falsifica le bollette del dazio consumo e ruba i denari della beneficenza.
L’azione politica degli spostati ha una grandissima importanza nella società moderna, perché costoro, non avendo nulla da fare, fanno per tutto il giorno della politica: sono giornalisti, libellisti, galoppini elettorali, conferenzieri, propagandisti. Fanno di tutto; e in grazia delle loro attività, si conquistano i primi posti nelle file dei partiti politici, diventano gli uomini di fiducia, i depositari dei segreti, i guardiani e i padroni delle posizioni strategiche. Per tal modo tutta la vita dei partiti si accentra in essi; e poiché le idee non girano per le strade sulle proprie gambe, ma si incarnano in uomini, si ha che le più belle idee, i più bei programmi di questo mondo, quando cadono nelle mani di quei miserabili, si riducono a pretesto per conquistare un impiego. E i partiti vanno in rovina; perché conseguita la vittoria, la distribuzione degli impieghi è causa di ingiustizia contro gli impiegati antichi o di dissidi fra gli aspiranti, sempre più numerosi del bisogno; una prima ingiustizia indebolendo moralmente gli amministratori che l’hanno commessa, li dà mani e piedi legati in balia degli elementi peggiori del partito, che minacciando scandali e pronunciamenti, ricattano senza posa e senza freno i loro padroni e li obbligano a nuove ingiustizie o a nuove immoralità; gli impiegati maltrattati si inviperiscono; gli aspiranti delusi o passano al partito avversario, o restano nel partito a crear nuove scissioni e sospetti e recriminazioni. E così i partiti, che avevano riportato strepitose vittorie e sembravano depositari della più scrupolosa giustizia e padroni dell’avvenire, in pochi mesi si disgregano e precipitano nel fango.
E’ questa una malattia di tutti i partiti, a qualunque gradazione politica appartengano e di tutti i comuni italiani, qualunque la razza che li popoli. E girando per l’Italia e vivendo a lungo in Romagna, in Lombardia, in Toscana, ho acquistato, sotto questo, come sotto molti altri rispetti, una discreta stima per l’Italia… meridionale: tutto il mondo è paese; anche i nordici sono discretamente sudici. Ma tra l’Italia settentrionale e l’Italia meridionale ci sono, a danno del mezzogiorno, le seguenti differenze.
1°. Nel mezzogiorno le professioni libere offrono meno risorse che nel settentrione, data la minore ricchezza del paese e i meno sviluppati bisogni civili della popolazione; 2°. Nel mezzogiorno i professionisti, e più specialmente gli avvocati, sono assai più numerosi che nel Nord, e quindi si riversa sugli impieghi comunali un maggior numero di spostati; e Cocò è costretto ad una concorrenza più feroce, e non ha modo di fare le cose per benino e di salvare le apparenze come fanno i suoi analoghi nell’Italia settentrionale; 3°. Nel Nord la classe dei professionisti affamati costituisce soltanto uno fra gli elementi della vita politica ed amministrativa e deve ordinare e subordinare la propria azione a quella delle altre classi che hanno peso politico: borghesia industriale e commerciale, proletario industriale, proletario rurale, professionisti competenti e non affamati; nel Mezzogiorno la borghesia capitalistica è poco sviluppata, il proletariato industriale è agli inizi, il proletariato rurale è escluso dal voto perché analfabeta, professionisti competenti e non affamati ce ne sono pochini assai. E così gli spostati -il così detto proletariato dell’intelligenza- formano la grande maggioranza della classe politicamente attiva, sono ovunque padroni del campo, saccheggiano senza limiti e senza freno i bilanci comunali; e si possono dare anche il lusso di dividersi in partiti secondo che sperano l’impiego dal gruppo amministrativo dominante o dall’opposizione. E le spese di tutto questo lavoro le fanno sempre alla chiusura dei registri, i contadini.
E il deputato meridionale è, salvo rarissime eccezioni individuali, il rappresentante politico di una delle due camorre di professionisti affamati, che si contendono il potere amministrativo per mangiarsi i denari del municipio e delle istituzioni di beneficenza e per tosare i contadini. E l’ufficio del rappresentante politico consiste nell’impetrare l’acquiescienza della prefettura, della magistratura, della questura, alle cattive azioni dei suoi elettori e seguaci e di votare in compenso la fiducia al governo in tutte le votazioni per appello nominale.
Così la corruzione della borghesia meridionale arriva a Roma e da Roma impesta tutta l’Italia. Con questa differenza che le province settentrionali presidiate da una borghesia non indegna della sua funzione politica e sociale, e forti di una vigorosa vita autonoma, reagiscono contro l’infezione della Città Eterna e, bene o male, fanno la loro strada. Nel mezzogiorno la corruzione propinata dal governo centrale si accumula a quella che pullula nella vita locale e tutto il paese si sprofonda in una fetida palude di anarchia intellettuale e morale e di volgarità. E in tutto questo processo patologico una parte grandissima di responsabilità tocca ai professori dell’Università di Napoli, che sono venuti meno spesso al loro dovere di far servire l’Università a selezionare intellettualmente e moralmente senza debolezze e senza colpevoli pietà la borghesia meridionale; e hanno lasciato che essa funzionasse come una scuola superiore di mala vita, e contribuiscono così poderosamente a rendere impossibile nelle classi dirigenti del Napoletano ogni iniziativa illuminata e benefica, a dissipare in esse ogni coscienza di dovere e solidarietà sociale, a distruggere nel Mezzogiorno ogni capacità di vita locale energica e sana.
Gaetano Salvemini
La Voce, gennaio 1909
La più parte dei meridionali, invece va a finire a Napoli. E Napoli è la piaga del mezzogiorno, come Roma è la piaga di tutta l’Italia.
... Tutto sembra che consigli al giovane: “Arrangiati, che io mi arrangio: l’onestà e il lavoro sono buoni per gli sciocchi: godere è lo scopo della vita”. Nessuna voce grida alla sua coscienza inquieta e vacillante: “su via figliulo: lavora per te e per gli altri: il lavoro è la gioia, il lavoro è la libertà”.
Dopo qualche mese di tirocinio in quell’ambiente pestifero e infetto, la giovane speranza della giovane delinquenza borghese meridionale ha scelto per sempre la sua strada. ...
... Di tanto in tanto lo spirito di Cocò è turbato dallo spettro degli esami. Ma solo alla morte non c’è rimedio! Una Università in cui 5000 alunni fanno ogni anno, nelle sole sessioni di estate e autunno, senza contare quella abusiva di marzo, 17.000 esami, non può cercare troppo il pelo nell’uovo in questo genere di operazioni. Eppoi parecchi professori ufficiali esercitano anche le libere docenze: iscrivendosi al loro corso libero, l’elegantone laureato si garantisce abbastanza bene contro i rischi di quegli esami che dipendono da quei professori. Altri professori ufficiali sono investiti di incarichi in materie non obbligatorie, che apparirebbero inutili qualora non vi si inscrivesse un numero sufficiente di volenterosi. Cocò si inscrive anche a questi corsi e si assicura altri esami. Parecchi professori ufficiali, specialmente delle facoltà di giurisprudenza e di medicina, sono avvocati, o esercitano la professione, o fanno gli affaristi: è facile, quindi, trovare il magistrato, il banchiere, l’elettore influente, il cliente danaroso, il socio d’affari, che con una raccomandazione metta a posto qualche altro esame. Poi ci sono i professori indulgenti per natura, o vecchi o rimbecilliti, che non bocciano mai, mai, mai. Non manca a Cocò che incontrare nell’Università di Napoli uno dei trecentocinquanta liberi docenti, imbroglione e pasticcione, camorrista e intrigante, che sa aiutare nei momenti difficili i poveri giovani bisognosi di soccorso. Basta dare la firma ad uno di costoro, lasciandogli godere tutte le 12 lire e centesimi dell’indennità e non pretendendo il rimborso immediato di una parte delle 12 lire, come molti fanno, e la gratitudine e la protezione del libero docente è assicurata in tutte le commissioni di esami, di cui egli farà parte.
Ed ecco come l’Università di Napoli sforna ogni anno circa 600 fra medici e avvocati e una sessantina fra professori di lettere e di scienze, dei quali la più parte non è assolutamente capace di scrivere dieci righe senza almeno dieci errori di grammatica ed è intellettualmente abbruttita e moralmente disfatta.
Questa vergogna non è peculiare all’Università di Napoli. Tutte le università italiane sono più o meno ammalate: ed in fatto di corsi liberi, per es. gli abusi che si commettono dai professori ufficiali a Palermo, a Torino, a Padova, sono forse superiori a quelli a Napoli. Ma è innegabile che nell’insieme l’Università di Napoli è quella che accentra in sé il minimo bene e il maggior male; che mentre nelle altre università prevalgono fra i professori ufficiali in proporzioni più o meno forti gli scienziati sugli affaristi, nell’Università di Napoli prevalgono gli affaristi sugli scienziati.
Cocò analfabeta e laureato, si avvede ben presto di essere inetto a vincere un concorso per la magistratura o per le prefetture o per i ministeri, se è avvocato; è sistematicamente bocciato nei concorsi per le scuole medie, se professore; non ha nessun titolo di capacità per ottenere una condotta fuori dal paese natio, se medico. Se ne ritorna, dunque, sospirando alla casa paterna dove lo aspettano la mamma invecchiata e le sorelle avvizzite. E qui impotente a vivere con i frutti della professione libera, privo, come è di qualunque abilità tecnica, tenta di assicurarsi un reddito, anche minimo, con un impiego municipale. Dove il partito dominante è solido e potente, Cocò gli striscia umile ai piedi e gli chiede un tozzo di pane. Dove esiste un’opposizione abbastanza forte o la maggioranza non si affretta a riconoscere i meriti e i diritti del neolaureato, costui si mette all’opposizione e combatte la maggioranza nell’interesse della patria. E allora si vede Cocò anticlericale fierissimo all’Università inscriversi a una Confraternita e tenere il baldacchino dietro al Vescovo nelle processioni: e l’ex socialista rivoluzionario giocare la sera a terziglio col delegato, col maresciallo dei carabinieri, e chi applaudiva Giovanni Bovio falsifica le bollette del dazio consumo e ruba i denari della beneficenza.
L’azione politica degli spostati ha una grandissima importanza nella società moderna, perché costoro, non avendo nulla da fare, fanno per tutto il giorno della politica: sono giornalisti, libellisti, galoppini elettorali, conferenzieri, propagandisti. Fanno di tutto; e in grazia delle loro attività, si conquistano i primi posti nelle file dei partiti politici, diventano gli uomini di fiducia, i depositari dei segreti, i guardiani e i padroni delle posizioni strategiche. Per tal modo tutta la vita dei partiti si accentra in essi; e poiché le idee non girano per le strade sulle proprie gambe, ma si incarnano in uomini, si ha che le più belle idee, i più bei programmi di questo mondo, quando cadono nelle mani di quei miserabili, si riducono a pretesto per conquistare un impiego. E i partiti vanno in rovina; perché conseguita la vittoria, la distribuzione degli impieghi è causa di ingiustizia contro gli impiegati antichi o di dissidi fra gli aspiranti, sempre più numerosi del bisogno; una prima ingiustizia indebolendo moralmente gli amministratori che l’hanno commessa, li dà mani e piedi legati in balia degli elementi peggiori del partito, che minacciando scandali e pronunciamenti, ricattano senza posa e senza freno i loro padroni e li obbligano a nuove ingiustizie o a nuove immoralità; gli impiegati maltrattati si inviperiscono; gli aspiranti delusi o passano al partito avversario, o restano nel partito a crear nuove scissioni e sospetti e recriminazioni. E così i partiti, che avevano riportato strepitose vittorie e sembravano depositari della più scrupolosa giustizia e padroni dell’avvenire, in pochi mesi si disgregano e precipitano nel fango.
E’ questa una malattia di tutti i partiti, a qualunque gradazione politica appartengano e di tutti i comuni italiani, qualunque la razza che li popoli. E girando per l’Italia e vivendo a lungo in Romagna, in Lombardia, in Toscana, ho acquistato, sotto questo, come sotto molti altri rispetti, una discreta stima per l’Italia… meridionale: tutto il mondo è paese; anche i nordici sono discretamente sudici. Ma tra l’Italia settentrionale e l’Italia meridionale ci sono, a danno del mezzogiorno, le seguenti differenze.
1°. Nel mezzogiorno le professioni libere offrono meno risorse che nel settentrione, data la minore ricchezza del paese e i meno sviluppati bisogni civili della popolazione; 2°. Nel mezzogiorno i professionisti, e più specialmente gli avvocati, sono assai più numerosi che nel Nord, e quindi si riversa sugli impieghi comunali un maggior numero di spostati; e Cocò è costretto ad una concorrenza più feroce, e non ha modo di fare le cose per benino e di salvare le apparenze come fanno i suoi analoghi nell’Italia settentrionale; 3°. Nel Nord la classe dei professionisti affamati costituisce soltanto uno fra gli elementi della vita politica ed amministrativa e deve ordinare e subordinare la propria azione a quella delle altre classi che hanno peso politico: borghesia industriale e commerciale, proletario industriale, proletario rurale, professionisti competenti e non affamati; nel Mezzogiorno la borghesia capitalistica è poco sviluppata, il proletariato industriale è agli inizi, il proletariato rurale è escluso dal voto perché analfabeta, professionisti competenti e non affamati ce ne sono pochini assai. E così gli spostati -il così detto proletariato dell’intelligenza- formano la grande maggioranza della classe politicamente attiva, sono ovunque padroni del campo, saccheggiano senza limiti e senza freno i bilanci comunali; e si possono dare anche il lusso di dividersi in partiti secondo che sperano l’impiego dal gruppo amministrativo dominante o dall’opposizione. E le spese di tutto questo lavoro le fanno sempre alla chiusura dei registri, i contadini.
E il deputato meridionale è, salvo rarissime eccezioni individuali, il rappresentante politico di una delle due camorre di professionisti affamati, che si contendono il potere amministrativo per mangiarsi i denari del municipio e delle istituzioni di beneficenza e per tosare i contadini. E l’ufficio del rappresentante politico consiste nell’impetrare l’acquiescienza della prefettura, della magistratura, della questura, alle cattive azioni dei suoi elettori e seguaci e di votare in compenso la fiducia al governo in tutte le votazioni per appello nominale.
Così la corruzione della borghesia meridionale arriva a Roma e da Roma impesta tutta l’Italia. Con questa differenza che le province settentrionali presidiate da una borghesia non indegna della sua funzione politica e sociale, e forti di una vigorosa vita autonoma, reagiscono contro l’infezione della Città Eterna e, bene o male, fanno la loro strada. Nel mezzogiorno la corruzione propinata dal governo centrale si accumula a quella che pullula nella vita locale e tutto il paese si sprofonda in una fetida palude di anarchia intellettuale e morale e di volgarità. E in tutto questo processo patologico una parte grandissima di responsabilità tocca ai professori dell’Università di Napoli, che sono venuti meno spesso al loro dovere di far servire l’Università a selezionare intellettualmente e moralmente senza debolezze e senza colpevoli pietà la borghesia meridionale; e hanno lasciato che essa funzionasse come una scuola superiore di mala vita, e contribuiscono così poderosamente a rendere impossibile nelle classi dirigenti del Napoletano ogni iniziativa illuminata e benefica, a dissipare in esse ogni coscienza di dovere e solidarietà sociale, a distruggere nel Mezzogiorno ogni capacità di vita locale energica e sana.
Gaetano Salvemini
La Voce, gennaio 1909
archivio
Matteotti a Londra
Gino Bianco, 1984
Leonida Bissolati
Francesco Ruffini, 1920
Un uomo
I Siciliani, 1984
La Quindicina
Lo stato moderno, 1945
Il vecchio Cervi
Luigi Einaudi, 1954
Saluto a Gobetti
Max Ascoli, 1926
Federalismo...
Gaetano Salvemini, 1945
Invito alla cultura
Camillo Berneri, 1924
Elena, Nide, Libera...
Bianca Ugo, 1945
Dialogo su Israele
Giovanni Russo, 1962
Per una scuola nell'Agro...
L'Unità, 1914
Dopo Proudhon
Nicola Chiaromonte, 1945
Un libertario dimenticato
Enzo Tagliacozzo, 1957
Una pensione
Adele Cambria, 1965
La nascita di GL
Emilio Lussu
Ho rivisto Mussia
Susanne Leonhard, 1951
Il Campanile di Codogno
Giulio Maccacaro, 1975
Ho litigato con...
Giorgio Levi Della Vida
Una previsione sbagliata
Giorgio Levi Della Vida
Defenestrazione mancata
Giorgio Levi Della Vida
Ai miei amici di Romagna
Andrea Costa. 1879
Anticlericalismo
Camillo Berneri, 1936
Disobbedienza civile
Henry David Thoreau, 1849
Ai lettori
Mari Pannunzio, 1966
Il contadino italiano
Gaetano Salvemini, 1952
Un po' di prefazione
Saverio Merlino, 1898
Una federazione europea
Eugenio Colorni. 1944
Da un vecchio fallito
Andrea Caffi, 1935
Cocò all'università...
Gaetano Salvemini. 1909
Siamo tutti dei violenti
Nicola Chiaromonte, 1969
La sua discrezione...
Alberto Moravia
Togliatti in Spagna
Gino Bianco, 1964
Riflessioni sul socialismo
Andra Caffi
Gino Bianco, 1984
Leonida Bissolati
Francesco Ruffini, 1920
Un uomo
I Siciliani, 1984
La Quindicina
Lo stato moderno, 1945
Il vecchio Cervi
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Ai lettori
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Un po' di prefazione
Saverio Merlino, 1898
Una federazione europea
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Da un vecchio fallito
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Riflessioni sul socialismo
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