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Lettere dalla Tunisia

di Micol Briziobello

Lettere dalla Cina
di Ilaria Maria Sala


"Sono, queste di Ilaria Maria Sala alla redazione di "Una città”, delle vere lettere ad amici, in cui racconta e si racconta. Racconta le sue giornate e le sue esperienze in un tono molto familiare. Ma le sue pagine ci fanno scorgere una Cina vera, con la sua gente (gli Han, ma anche gli Uiguri e i Tibetani e gli altri), e il continuo muoversi velocemente di uomini e donne in città sempre più grandi. Forse quella che cresce di meno fra tutte è proprio Hong Kong, il cui espandersi è limitato da confini fisici, geografici. Città più tranquilla, e ancora oggi più libera: per questo, probabilmente, Ilaria ha scelto di viverci". Continua qui.

internazionalismo
editoriale

UNA CITTÀ n. 119 / 2004 Marzo

Articolo di la redazione

UN NUOVO INTERNAZIONALISMO

C’è una cosa particolarmente nauseante nella brutalità americana. Non solo perché essa si accompagna a un discorso tanto ambiguo su democrazia, libertà e pace, ma perché è così scoperta, così grossolana, in un certo senso così fine a se stessa, uno sport, un affare tecnico. Potere Potere Potere. Ma non sospettano che il potere può essere speso molto più rapidamente dei soldi?
Con questa citazione di Nicola Chiaromonte, tratta da un articolo contro la guerra del Vietnam, Gregory Sumner a proposito dell’avventura “preventiva” irakena, nel numero del marzo 2003 di Una città, metteva in guardia dal pericolo di un “pantano vietnamita”.

Non poteva andare peggio.
L’Irak è stato consegnato all’islamismo radicale, sunnita e sciita, e probabilmente si trasformerà in una nuova repubblica islamica dove le donne saranno costrette a portare il velo. La sorte della spedizione in Irak è ormai appesa al volere di un ascetico vegliardo (e speriamo appartenga veramente all’altra corrente teologica, meno oscurantista di quella di Khomeini, con il quale ha vissuto per anni a Qom. E già questo ci dice tanto sulla grossolanità di un intervento che si confortava dei “precedenti” del… Giappone del ‘45!).
Ora si faccia tutto quello che il sant’uomo vuole, se si vuole evitare un finale catastrofico, con i cannoni dei liberatori rivolti contro la popolazione “liberata” e il personale d’ambasciata che fugge attaccato ai pattini degli elicotteri.

L’Irak è diventato terreno d’azione, e d’elezione, per le organizzazioni terroriste islamiste, e nella resistenza all’invasore presumibilmente si sta forgiando una seconda leva di brigatisti internazionali islamisti. La prima, quella afghana, poi seminò morte e distruzione in tanti paesi musulmani, a cominciare dall’Algeria.
I paesi musulmani che si avviavano con fatica sulla strada di riforme democratiche, prima fra tutte quella del Codice della famiglia, sono di nuovo in difficoltà di fronte ai “conservatori” oscurantisti, che hanno fra i loro obiettivi principali quello di mantenere le donne in uno stato di minorità e per questo fanno leva strumentalmente su sentimenti di orgoglio nazionale e religioso.
L’immagine dei barbuti islamisti che finalmente hanno di fronte, sul loro terreno, la potentissima America e riescono a tenerle testa, farà breccia nell’immaginario di tanti giovani. Il dubbio che proprio questo, “stanare l’America”, volesse Bin Laden con le Torri non è affatto assurdo. Comunque in tutti i paesi musulmani, e su questo non possiamo farci illusioni, l’internazionale islamista starà reclutando migliaia e migliaia di militanti.

Il diritto internazionale e l’Onu sono stati umiliati, e questo dopo che, a fatica, la presa di coscienza dell’orrore di Srebrenica stava portando a una nuova sensibilità dei cittadini e dei governanti di tutto il mondo sulla necessità di una vigilanza internazionale a salvaguardia delle minoranze minacciate e per prevenire i conflitti interetnici. L’America che era accorsa in difesa delle minoranze musulmane d’Europa minacciate da nazionalisti cristiani e che, per tutta risposta, aveva subito l’atrocità delle Torri, aveva raccolto la simpatia e la solidarietà di gran parte del mondo. L’America di Bush e Cheney, l’America dei fanatici cristiani e dei consiglieri d’amministrazione della Halliburton, ha il volto della prepotenza, dell’arroganza, della voglia di supremazia e si sta alienando la simpatia di tutti. C’è qualcuno alla Casa Bianca, per quanto irresponsabile e incapace, che possa ritenere questo un vantaggio nella lotta contro i rivoluzionari islamisti?

Lotte di liberazione nazionali come quella palestinese e quella cecena sono state sospinte, per disperazione e abbandono da parte di tutti, verso ideologie islamiste. Non vedere le differenze fra il giovane benestante saudita che si getta nelle Torri di New York e la giovane vedova cecena o il giovane palestinese che si fanno saltare in aria è un errore nefasto, gravido di conseguenze. Da quando è stata proclamata la guerra santa contro il terrorismo, con il beneplacito silenzioso degli Stati Uniti, il “democratico” Putin ha potuto portare avanti il suo genocidio in Cecenia, e il Milosevic del Medio Oriente ha avuto via libera per distruggere ogni possibilità di uno stato palestinese degno di questo nome. Israele si annetterà altre parti della Cisgiordania, Gaza diventerà “la pattumiera dell’Anp”, i palestinesi verranno confinati in aree-ghetto del tutto dipendenti da Israele. (E anche sui metodi spietati di Israele vanno ricordate verità elementari -e ovviamente non si parla di soldati che sparano a bambini armati di pietre, di bulldozer che demoliscono le case dei familiari dei terroristi o di uliveti sradicati, perché questi sono metodi di stampo fascista e basta, ma delle “eliminazioni” dei dirigenti di Hamas: se si fosse accettato il piano saudita oppure il piano messo a punto a Ginevra e i palestinesi avessero avuto soddisfazione, uccidere un Rantisi che avesse continuato a fare attentati perché per lui Israele va distrutto, sarebbe stato comprensibile e, anche, giustificato. Farlo mentre è in corso la costruzione del Muro, la pulizia etnica a Gerusalemme est e nel centro storico di Hebron prosegue incruenta ma inesorabile, e si sta pregiudicando ogni possibilità di accordo di pace onorevole per i palestinesi, è politicamente un crimine. E’ la stessa differenza che corre fra l’intervento in Afghanistan dopo le Torri e la guerra all’Irak).
Va così. Prima o poi, casomai al prossimo attentato, sarà ucciso Arafat, cesserà ogni “autorità” dei palestinesi che torneranno a essere “profughi in casa loro” e chi vivrà vedrà se tutto questo tornerà bene per Israele. Per intanto la sua reputazione è distrutta. Se Israele resterà quello di Sharon e del Likud finirà per essere lo stato più odiato del mondo e questo c’entrerà molto poco con l’antisemitismo e, tanto, con la ripulsa, radicata ormai nel cuore dei più, di ogni forma di apartheid. Così la memoria della shoà, usata in modo irresponsabile e cinico per alzare un muro di silenzio e indifferenza attorno all’esistenza di una popolazione di “sottouomini”, sarà pregiudicata nella coscienza dei giovani di gran parte del mondo.

L’immagine della democrazia, infine, è nel fango. La democrazia che piace ai vari Bush, Sharon, Putin è una democrazia slacciata dal rispetto dei diritti umani universali. E’ la democrazia di Guantanamo e di Bolzaneto, una democrazia che agisce in modo extragiudiziario, che può arrivare a torturare, uccidere, fare leggi razziali, segregare; è una “democrazia etica” (oltre che etnica, a volte) che ha sempre una ragione superiore cui obbedire ed è sempre minacciata. Per questa strada si può arrivare a uccidere il proprio premier o a fare brogli elettorali: i colpi di stato diventano qualcosa di accettabile, di impercettibile quasi. Se dovessimno usare il loro linguaggio dovremmo dire che sono “democrazie canaglia”. Milosevic ne è stato un alfiere. Se fosse per questa gente la democrazia sudafricana bianca sarebbe ancora in piedi e agenti dei servizi sarebbero ancora in giro la notte a torturare e a fare a pezzi “terroristi” neri dell’Anc.
Alla fine, poi, nessuna democrazia che non rispetti i diritti umani può sopravvivere perché libertà di stampa, trasparenza delle decisioni, discussione libera diventano insopportabili. Un ministro del governo fantoccio irakeno ha protestato contro la “punizione collettiva” inflitta dagli americani alla città di Falluja. La sola espressione fa rabbrividire qualsiasi democratico e antifascista. E infatti non ci stanno facendo sapere nulla.

Poteva andare diversamente?
Forse dalla guerra all’Irak non poteva venir nulla di buono. E’ stata una guerra di invasione, illegittima perché al di fuori di ogni regola del diritto internazionale e, peggio, politicamente criminale perché ha strumentalizzato i morti delle Torri e la lotta al terrorismo (che quindi si continuava a sottovalutare) per perseguire, con una campagna di menzogne, tutt’altro obiettivo: acquisire, attraverso la conquista dell’Irak, che con il terrorismo non c’entrava nulla, una posizione di supremazia sullo scacchiere geopolitico internazionale.
Ora, la furbizia in politica forse può essere usata, ma solo per facilitare il perseguimento di un obiettivo dichiarato (“Rambouillet” per far finalmente cadere Milosevic e salvare il Kossovo), mai per far passare interessi e obiettivi inconfessabili. Diventa solo cinismo che si associa, spesso e volentieri, con la stupidità.
Nel suo piccolissimo anche Aznar ha tentato di fare il furbo. Doveva semplicemente dire: “Spero solo che a fare questo scempio non sia stato uno spagnolo”. Ha lasciato intendere che desiderava ardentemente il contrario per non essere danneggiato alle elezioni. Di fronte ai corpi straziati di tanti suoi concittadini ha pensato alle elezioni, cioè a sé. Così, alle elezioni, ci hanno pensato anche tanti altri.

In questi giorni tanti “opinionisti” nostrani si sono sprecati senza vergogna a offendere gli spagnoli, che avrebbero votato per Bin Laden, che sarebbero scappati al primo attentato. Offendono solo la democrazia in cui dicono di credere e che vorrebbero esportare ovunque a suon di bombe. Un indecente foglio di propaganda della destra, che non aveva battuto ciglio per la sistematica campagna di menzogne sulle armi di Saddam, è arrivato a sostenere che il risultato elettorale era stato influenzato da una campagna mediatica di sinistra incentrata sulla menzogna che Aznar avesse detto “Eta”. (In realtà questi democratici non sanno nemmeno cosa sia lo spirito democratico: disprezzano la gente, soprattutto se povera; desiderano pensare che sia manipolabile, bieca massa di manovra. Che in 24 ore, tramite telefonini ed email, si siano mossi milioni di elettori, e abbiano discusso, e abbiano casomai deciso come votare e che tutto questo sia stato una prova straordinaria della forza e della grandezza della democrazia, non li sfiora neanche: qualcuno deve aver complottato, deve aver orchestrato. Lasciamo perdere, non val la pena).
Agli altri chiediamo: se uno spagnolo pensava che la guerra all’Irak fosse ingiusta, che fosse anche un disastro foriero di altri disastri, che il terrorismo ne avrebbe tratto tutti i vantaggi possibili, che l’allineamento servile della Spagna all’America della guerra preventiva fosse controproducente per la Spagna e l’Europa, cosa doveva fare? Votare per Aznar e quindi per Bush per via dell’attentato? Ma basterebbe anche solo la prima delle questioni -la guerra era giusta o ingiusta?- a far mettere da parte ogni considerazione sul “a chi giova?”. Altrimenti ogni gerarchia di valore salta: in questo momento, siccome battersi per la causa cecena vorrebbe dire anche aiutare i patrioti ceceni divenuti islamisti, dovremmo restare indifferenti di fronte a quello che potrebbe essere un genocidio? L’opposizione a una guerra odiosa come quella del Vietnam era sbagliata visto che andava anche a rafforzare l’altro totalitarismo, quello rosso?
Il fatto è che la domanda “a chi giova” è sempre insidiosa, tendenzialmente paranoica; l’esercizio delle libertà democratiche, non può che essere “spensierato”. La stessa debolezza che tale esercizio implica -perder tempo a discutere, far decidere alla maggioranza, attribuire a ogni testa un voto, concedere la libertà a chi vuole distruggerla, nonché, a volte, dover “mandar su” per pochi voti una testa vuota- è la sua forza, al fondo.

Hanno pure tirato fuori lo “spirito di Monaco” e ne parlano come se fare la guerra, sempre e comunque, sia il rimedio per scacciare tale spirito. Noi non sappiamo bene, ma immaginiamo che lo spirito di Monaco sia l’incapacità di capire il nemico e le sue mire, la tendenza a scambiare i propri desideri con la realtà, che in quel caso, certo, erano desideri di pace, di quieto vivere, e di lì l’arrendevolezza, la disponibilità a compromessi inutili, se non ignobili. Ma questo cosa c’entra con l’invasione dell’Irak? Chi sono gli attori? Chi sarebbe la Cecoslovacchia e chi se la vuol prendere? Se l’Europa per quieto vivere fosse rimasta inerte di fronte all’invasione del Kuwait poteva essere il caso, ma fece la sua parte. Allora?
Attenzione, perché poi l’incapacità di capire il nemico può agire anche al contrario: un presidente americano ossessionato dallo spirito di Monaco avrebbe potuto scatenare la guerra atomica per la crisi di Cuba. Il primo dovere per un politico, e anche per un capo militare, visto che per professione vogliono, e devono, assumersi la responsabilità della vita degli altri, è l’intelligenza. E’ quasi un dovere morale ed è vissuta come tale. La domanda “che fare?”, “cosa è giusto fare?” è drammatica per un capo. Guai, allora, allo zelo. Lo zelo mina nell’intimo la capacità di decidere con intelligenza.
C’è lo zelo del coraggio, appunto. Poi c’è quello del parvenu, che purtroppo è quello che ci sta coprendo di ridicolo nel primo, secondo, terzo e quarto mondo (entrare nel salotto dei potenti della terra inebria, ma non basta, non basterà mai nulla, e allora bisogna esser di casa, mostrare familiarità, così una bella pacca sulla spalla all’amicone Putin e via, “la Cecenia?”, “bene, tutto bene”). C’è lo zelo dell’imboscato che è il peggiore, perché può mutarsi in quello del linciatore; meglio, di colui che al momento giusto dice la parola giusta e poi si mette alla finestra con gli occhi di traverso. Li vediamo, li sentiamo. C’è qualcosa nell’aria, come suol dirsi nei film. Un miserabile che dirige un quotidiano, rivolgendosi ai sequestratori degli italiani, ha scritto: “Attenti, abbiamo circa 800.000 potenziali ostaggi a portata di mano”, e parlava dei nostri extracomunitari originari di paesi di religione musulmana. Ebbene costui è stato poi invitato in Tv a spiegare meglio cosa volesse dire e anche a dir la sua sull’Irak… Se pensiamo che nel frattempo in Francia il sociologo Edgar Morin, che immaginiamo persona mite, è sotto processo perché ha scritto: “Gli ebrei di Israele, discendenti di vittime di un apartheid chiamato ghetto, ghettizzano i palestinesi. Gli ebrei che furono umiliati, disprezzati e perseguitati umiliano, disprezzano e perseguitano i palestinesi…”... Il reato è quello di diffamazione razziale perché con l’espressione “ebrei di Israele” si addita tutta una nazione, con l’aggravante dello slittamento semantico della seconda frase, dove addirittura si omette (forse l’aveva solo sottinteso, no?) “di Israele”. “Slittamento semantico”. Sarà pure grave, ma… Sembra un mondo impazzito.

Che fare allora? Si resta a guardare, senza reagire, venir avanti la “terza ondata” fascista? (La chiamò così André Gluksmann in un’intervista preveggente: dopo il nero e il rosso, quello verde).
Intanto è prioritario combattere e sconfiggere con le armi della democrazia queste destre guerrafondaie e autoritarie. Con questo non si vuol dire, sia chiaro, che Bush sia più malefico di Bin Laden, ma che fa più danni sì, e fra questi c’è il vantaggio enorme dato agli islamisti con i propri errori, la propria arroganza stupida, l’incapacità di capire gli altri. Su questo a sinistra non può esserci alcun compromesso, non può funzionare alcun ricatto in nome dell’Occidente, di radici cristiane e nazionalismi vari. Con un democratico marocchino o algerino che per amore della libertà di stampa rischia la galera con il suo governo e la vita con le bande dei fondamentalisti c’è una consonanza e una simpatia totali; con le destre di Bush e Sharon c’è un abisso, incolmabile. Sarebbe tempo, in nome di un nuovo internazionalismo democratico, di fondare una nuova Internazionale… Ma questo è solo un sogno. Purtroppo alcuni movimenti che fanno riferimento al global forum non sembrano animati da una salda fede democratica e questo resta un punto di grande debolezza, perché la contrapposizione fra libertà e lotta alla povertà, come ci spiega Marcello Flores in questo numero, è nefasta e ha veramente fatto già troppi danni. Fra l’altro si rischia di trovarsi in compagnia di persone che, per odio antiamericano, inneggiano alla resistenza irakena, non vedendo che certo, quella è una resistenza, ma di destra, di stampo totalitario. (Su un muro dell’Università di Bologna c’è scritto: “Rossi e neri, cercate di capirlo, il nemico è il liberismo, disputerete dopo”. Ecco, questo mai. Ma è come se gli altri dicessero: “Sinistra e destra, il nemico è il mondo islamico, disputerete dopo”. Non sarebbe giusto invece, alla vecchia maniera: “Democratici di tutti i paesi uniamoci”?)
Poi, e l’ha detto il nostro Presidente della Repubblica, si tratta di tornare a parlare ai paesi arabi e musulmani. Sono loro innanzitutto che possono sconfiggere gli islamisti, loro devono farlo. Con la repressione, ma soprattutto con le riforme democratiche, prima fra tutte quella del Codice della famiglia. Ma questo lo si può chiedere con fermezza solo se c’è rispetto e se finalmente si dimostra la volontà di render giustizia ai palestinesi. La battaglia algerina è stata vinta, certo combattendo gli sgozzatori islamisti con la violenza (che purtroppo ha passato limiti che devono restare invalicabili, come quello di colpire le famiglie dei terroristi), ma questo non sarebbe mai bastato, se non ci fosse stato un rigetto profondo del fondamentalismo da parte di giovani, ragazze, donne, giornalisti e intellettuali che hanno difeso la loro libertà, fosse anche solo quella di andare a capo scoperto. E’ questo il grande punto debole del nuovo fascismo verde, la sua disumanità. Il fatto che non abbia preso ancora il potere in nessun paese musulmano è prova della fatica che fa a conquistare il cuore della gente.

Insomma, tornando all’Irak, le battaglie si possono anche perdere e questo, certo, rafforza il nemico, ma non significa che abbia vinto la guerra. Anche la supponenza per cui l’America sarebbe diventata una specie di semidio invincibile, e buon per chi si trova dalla sua parte, è odiosa. L’America decide chi è buono e chi è cattivo, chi va colpito e chi no, senza consultare nessuno, ma se poi dovesse avere qualche difficoltà, allora tutti devono aiutarla perché una sua caduta potrebbe essere catastrofica. E’ accettabile questo?
La possibilità che la resistenza di un quartiere miserabile, in cui nessun occidentale resisterebbe a soggiornare neanche qualche giorno, metta in difficoltà il padrone del mondo, in fondo può provocare un sano risveglio nei democratici americani. Tornino fra gli umani, casomai a discutere con un africano sconosciuto in un corridoio delle Nazioni Unite. Chissà, forse andrà meglio per tutti.

Un augurio. Che la vecchia Europa si unisca finalmente e che abbia un volto giovane e nuovo come quello del governo spagnolo: 8 più 8. La guerra contro i nuovi fascisti sarà lunga ma parte di lì e arriverà lì.
Di una cosa si può essere sicuri: in cuor loro i barbuti islamisti desiderano che l’Occidente abbia il volto di Dick Cheney, non degli 8 più 8 ministri spagnoli.


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