Ezio Menzione, avvocato, è autore del Manuale dei diritti degli omosessuali, edito da Babilonia.

Tu sei andato a Genova con un gruppo di avvocati. Ci puoi raccontare com’è andata questa esperienza?
Molti avvocati, nelle settimane e nei mesi precedenti al G8, avevano sentito la necessità di essere presenti in un contesto come quello di Genova, dove si percepiva che i diritti della persona, oltre che della collettività, sarebbero stati sicuramente calpestati, cancellati o quanto meno sospesi. In quella situazione, la presenza materiale di avvocati avrebbe certamente avuto un forte significato, addirittura forse sarebbe riuscita a tamponare o a diminuire le violazioni e gli abusi. Avevamo pensato questo intervento basandoci prevalentemente su modelli esistenti nelle manifestazioni americane, anche se comunque mai sperimentati in grande stile, sui numeri grandi.
Intorno all’iniziativa si sono coagulati 30-40 avvocati, in larga misura genovesi -ma non solo-, attraverso un lavoro di tam tam telefonico e soprattutto via internet, facendo riferimento ad alcuni settori della struttura del Gsf. Purtroppo devo ammettere che precedentemente non c’era stato un grosso lavoro di riflessione né di organizzazione; era però già stato fatto un intervento: alcuni avvocati genovesi -che sono stati in qualche modo l’anima di questa esperienza- avevano portato davanti al Tar di Genova l’ordinanza che istituiva la zona rossa e la zona gialla, in quanto violava il diritto alla libera circolazione in città. Intorno al 10 luglio, però, il Tar in sede di sospensiva aveva risposto affermando che prevalevano le necessità di ordine pubblico rispetto al diritto alla libera circolazione e quindi un diritto costituzionale come questo poteva essere sacrificato a un altro diritto, qual è quello di mantenere l’ordine pubblico. Vedremo in seguito che questo tema, del mantenimento dell’ordine pubblico, è stata la costante spiegazione della violazione di tutti i diritti, sia individuali che collettivi. Alla fine, credo che il quadro dimostrerà che su quest’altare dell’ordine pubblico si è sacrificato tutto il sacrificabile, anche una concezione della politica e dello scontro politico ridotti a questione di ordine pubblico, in cui i contenuti di democrazia, prima ancora che di diritto, vanno a farsi benedire. Il ricorso al Tar comunque costituiva già un piccola occasione per contrapporsi a questa situazione, anche se era ovvio che non si sarebbe vinto: il Tar genovese mai e poi mai avrebbe cassato l’ordinanza del sindaco che istituiva la zona rossa e la zona gialla.
L’appuntamento era per giovedì, in piazzale Kennedy, dove si trovavano gli stand di tutti i settori dell’organizzazione del Gsf, compreso il nostro. Da subito ci ha colpito il fatto che è venuto un numero di avvocati molto maggiore di quanto ci si poteva aspettare: nell’arco dei tre giorni è ruotato in piazza almeno un centinaio di avvocati, di cui circa una quarantina genovesi e il resto venuti da fuori, a volte anche semplicemente giovani laureati in legge, ma tanto per il lavoro che avevamo in mente, di interposizione all’interno della manifestazione, non è che si chiedesse chissà quale capacità giuridica; eravamo muniti della nostra brava magliettina gialla con su scritto Genova Social Forum e nella riga sotto avvocato, lawyer, con i numeri di telefono del nostro centro. Avevamo costituito anche due centri di raccolta dati e di coordinamento, uno presso la Lega Ambiente e l’altro all’interno del Gsf, alla Diaz, dove avevamo una stanza con due computer. E sappiamo come è andata a finire.
Quali erano i vostri scopi, che obiettivi vi eravate dati?
Avevamo in mente principalmente due obiettivi. Il primo era intervenire esibendo il tesserino e cercando di instaurare un rapporto con i poliziotti per evitare i fermi e gli arresti; pensavamo che la presenza degli avvocati avrebbe potuto trattenere la polizia dal compiere arresti illegittimi o violenze indiscriminate nei confronti dei manifestanti. L’altro era avere una funzione di interposizione, di intermediazione nei momenti di confronto fra manifestanti e polizia, cercando di decomprimere le eventuali situazioni di tensione per evitare che si arrivasse allo scontro.
Contemporaneamente, fin dal mercoledì, giovedì, si è capito che c’erano almeno altre due esigenze. Una era quella di intervenire alle frontiere, ai caselli dell’autostrada o nelle stazioni -Brignole e Principe- per cercare di fare affluire su Genova tutti coloro che volevano intervenire alle manifestazioni, ravvisando quelle situazioni in cui fosse violato il diritto di ingresso in Italia. Cosa che abbiamo fatto -attraverso la trattativa, aiutati anche dai parlamentari- purtroppo non quanto sarebbe stato necessario perché significava dislocarsi da Ancona, dove per esempio siamo intervenuti per sbloccare i 2.000 greci, al Tarvisio dove siamo intervenuti per gli austriaci, a Modane dove c’erano gli inglesi. Inglesi che tra l’altro erano potuti arrivare fino al confine italiano solo perché, contrariamente a quanto disposto da Chirac, che non voleva fossero trasportati attraverso la Francia, c’era stato un gruppo di ferrovieri che autonomamente si era organizzato per trasportarli con un intero treno da Calais a Modane. L’altra esigenza era quella di essere presenti come avvocati anche negli ospedali, perché si è subito capito che, se in seguito a scontri, i manifestanti avessero avuto bisogno di essere ricoverati, quello sarebbe diventato con ogni probabilità un luogo di violazione dei diritti; infatti era troppo facile per la polizia andare a prendere chi aveva la testa spaccata, e intanto fermarlo o arrestarlo. Naturalmente davamo per scontato che, se ci fossero stati fermi o arresti, sarebbe toccato principalmente a noi, in qualità di avvocati difensori, fronteggiare le convalide degli arresti.
Il giovedì c’è stata la nostra prima uscita alla manifestazione dei Migranti, che è stata una specie di Woodstock, caratterizzata dal pacifismo, ma anche per il livello di partecipazione: ci si aspettava 10.000 persone e ce n’erano circa 50.000. In questo clima, l’intervento degli avvocati è stata una festa per come siamo stati accolti dai dimostranti: “Ma lo dovete fare sempre, dovete esserci anche nelle prossime manifestazioni, siete l’unica garanzia” e così via. Questo è abbastanza importante e la dice lunga anche per il futuro: la presenza degli avvocati nelle manifestazioni costituirà un momento di sicurezza o di garanzia per i dimostranti. Vedremo invece nei giorni successivi che non c’erano avvocati che tenessero; non costituivi una garanzia di nulla, dal punto di vista concreto e immediato.
Due o tre volte, scendendo da Carignano giù verso piazza Brignole, si sono creati dei momenti di tensione. Evidentemente giovedì c’era l’ordine di non caricare se non fossero successe cose, però in tutte le strade e stradette che portavano verso la zona rossa c’era un enorme schieramento di polizia in assetto di scontro, così come c’erano già quegli orribili container che lungo tutta la via del Carignano impedivano di vedere il mare dalla cornice di terra. In questi momenti di confronto, di tensione -anche se ancora abbastanza gestibile- la presenza degli avvocati è bastata per evitare gli scontri. Intervenivamo, quattro o cinque alla volta, quando dimostranti e poliziotti erano a un metro e mezzo di distanza e c’era il rischio che si scatenasse una carica, e cercavamo di parlare ai poliziotti.
La sera eravamo, devo dire, abbastanza soddisfatti di ciò che avevamo fatto: era andato tutto liscio, eravamo riusciti ad evitare i possibili momenti di frizione e non c’era stato nessun fermo, nessun arresto.
Venerdì mattina era la giornata delle quattro manifestazioni tematiche. Da subito si poteva capire che la manifestazione più pericolosa, dove c’era la possibilità che si andasse ad uno scontro, sarebbe stata quella che doveva vedere insieme le tute bianche e i Cobas, anche perché il clima era completamente cambiato rispetto al giorno precedente. Infatti la mattina, in due ore, fra le sette e le nove, avevano praticamente raddoppiato la zona rossa, erigendo delle mura con i container e isolando tutto da ovest di Brignole fino, appunto, alla zona rossa. Questo evidentemente portava la tensione a livelli altissimi.
Questo provvedimento era previsto o annunciato?
No, non era stato affatto previsto. Anzi, alle quattro manifestazioni era stato concesso, in alcuni punti, di avvicinarsi alla zona rossa per sviluppare azioni di disobbedienza civile, ovviamente in maniera simbolica -come sempre è la disobbedienza civile- arrivando a toccare le reti o riuscendo a mandare qualcuno dall’altra parte come messaggero di un messaggio diverso. Ad esempio nella zona alta, a Piazza Manin, dove c’era il concentramento dell’area più moderata e ultra pacifista del movimento, i cattolici, la Lilliput, i Pink, i manifestanti hanno sfilato di fronte alle reti, qualcuno ha cercato di entrare arrampicandosi sulle reti, sono state appese le mutande tanto odiate da Berlusconi, ma sempre in maniera simbolica; nessuno pensava che fosse realmente possibile sfondare le reti.
Questo è stato l’attacco alla zona rossa, né più né meno. E così era previsto anche nella manifestazione delle tute bianche, all’altezza di via XX Settembre e Piazza dei Ferrari; anche lì si sarebbe dovuta svolgere un’azione di disobbedienza civile altamente simbolica, nessuno aveva in mente, né Casarini né nessun altro, di arrivare a Palazzo Ducale.
Che le cose sarebbero andate male lo si è visto subito alle undici di mattina: alla stessa altezza e nella stessa piazza avevano già cominciato a convenire 200-300 black bloc che hanno cominciato a spaccare il selciato stradale per fare dei sassi, e vetrine, inizialmente soprattutto di banche e agenzie di viaggio, anche se poi velocemente sono passati a spaccarle tutte, anche quelle del negoziante genovese. Lì si è subito capito che ci sarebbe stato lo scontro; io ho detto: “Tra mezz’ora ci siamo”, in realtà dopo un quarto d’ora era già scontro, con la polizia che aveva facile gioco ad accerchiare questo primo pezzo di manifestazione, dietro il quale stava la massa dei Cobas; le tute bianche erano ancora in cima alla salita e sarebbero arrivate un’ora, un’ora e mezza dopo. Qui ha colpito il fatto che, nonostante la manovra di accerchiamento avesse funzionato, perché era facile accorgersi che quello era un cul de sac rispetto al quale era quasi impossibile arretrare, la polizia ha cominciato ugualmente a caricare, senza arrestare assolutamente nessuno dei responsabili degli episodi di vandalismo. Sia chiaro, non è mai facilissimo acchiappare cinque dimostranti che su un angolo stanno spaccando tutto; la polizia ha sicuramente una mobilità inferiore rispetto a loro, però di quei 300 -quanti erano più o meno all’inizio degli scontri- almeno 50 riuscivi a prenderli senza nessuna difficoltà, e chissà che prendere quei 50 non sarebbe bastato per neutralizzare gli altri 200 o 300 che erano alle spalle.
Voi come vi siete mossi in questa situazione?
Noi avvocati ci eravamo divisi tra le quattro manifestazioni e abbiamo cominciato a fare quello che si sperava potesse essere un lavoro proficuo, intervenendo sui fermi o gli arresti palesemente illegittimi. Ad esempio, proprio lì accanto alla piazza, in Corso Torino, all’inizio degli scontri, hanno cominciato a caricare un povero medico, che pur avendo la maglietta con la croce rossa stava per essere quasi ammazzato di botte; tentava di dire: “Sono un medico, sono un medico” ma non serviva a niente. Io ho cercato di intervenire, ma in realtà è servito solo perché si scatenassero anche contro di me. Si è subito capito che quel lavoro di intermediazione e di blocco che ci eravamo proposti, in quel contesto non si sarebbe potuto attuare e ci abbiamo quasi rinunciato. C’è chi, con più coraggio, ha cercato ugualmente di farlo, sbandierando il tesserino per due giorni di seguito, e ha preso soltanto un mucchio di botte e di insulti.
Infatti l’astiosità nei nostri confronti è andata crescendo di giorno in giorno. Il primo giorno eravamo quasi benvenuti dall’una e dall’altra parte perché riuscivamo a risolvere le piccole situazioni di tensione; il secondo giorno eravamo ignorati e in alcuni casi attaccati; il terzo giorno si è avuta la netta sensazione che gli avvocati fossero diventati un obiettivo privilegiato; come la polizia vedeva una maglietta gialla correva a picchiare, condendo con insulti del tipo: “Siete peggio dei vostri assistiti, ma cosa vi credete, qua non stiamo mica parlando di diritti, andate a parlare di questo in tribunale”, e cose di questo tipo, con un chiaro riconoscimento del nostro ruolo, e proprio per questo con uno speciale accanimento nei nostri confronti. Lì non c’è stato praticamente nulla da fare. In generale, sabato, in quella situazione, come avvocato non potevi fare un accidente, se non rinfrancare chi scappava e scappare tu pure; oppure prendere gruppetti di manifestanti dispersi e riportarli all’ovile dei rispettivi spezzoni di corteo, tipo cane da pastore. E’ evidente che in una situazione di travolgimento totale di ogni diritto, anche l’avvocato serve a poco. Ancora il venerdì pomeriggio siamo riusciti a risolvere una situazione: verso le quattro del pomeriggio la polizia stava per entrare a forza in Piazzale Kennedy per stanare dei black bloc che si erano barricati oltre la cancellata ovest della piazza. Era chiarissimo che se fossero riusciti ad entrare sarebbe stato un macello pari a quello della scuola Diaz, perché quella era considerata una zona franca e del tutto pacifica, era la zona dei panini, delle conferenze stampa, del concerto di Manu Chau, dove c’era gente che prendeva il sole e beveva birra. Lì siamo riusciti da un lato a trattenere per un po’ la polizia, e dall’altro a incalzare i black bloc perché si disperdessero verso gli scogli. La polizia è entrata simbolicamente con un blindato, ha fatto un giretto ed è uscita
Naturalmente un’ora dopo è arrivata la notizia della morte di Giuliani. Abbiamo appreso più tardi che anche la utrapacifica manifestazione di Lilliput, dei Pink e degli altri in Piazzale Manin era finita miseramente perché alcune unità di black bloc erano arrivate fin lì e avevano cominciato a fare casino; questa è stata la scusa adottata dalla polizia per attaccare non i cinque-sei black bloc ma la manifestazione in quanto tale, che infatti si è dispersa.
Intanto siete venuti a sapere che la Procura aveva vietato i colloqui tra i fermati e i loro avvocati...
Credo di esserne venuto a conoscenza per primo. Nota bene che questo è un diritto sancito dal cosiddetto nuovo codice -che tanto nuovo non è perché ha ormai 12 anni- che contrariamente a quanto avveniva prima (nessuno poteva vedere il fermato o l’arrestato finché non l’aveva visto il giudice), prevede che l’arrestato o il fermato abbia il diritto di vedere subito il proprio avvocato. Mi avevano telefonato dei ragazzi toscani comunicandomi che un loro amico, che era stato preso dai carabinieri e probabilmente portato alla caserma di Forte San Giuliano, mi aveva nominato come avvocato difensore. Così corro a Forte San Giuliano, suono -naturalmente era tutto bunkerato- e spiego il motivo della mia presenza. Vengo così a sapere che c’è una disposizione della Procura che vieta agli avvocati difensori di incontrare i fermati, senza dare troppe spiegazioni, né per quanto tempo, né per quale motivo. Allora, scendo giù a Piazzale Kennedy e immediatamente facciamo un lancio Ansa su questo, che costituisce una violazione gravissima. E’ vero che il codice consente tale procedura, ma a livello individuale e motivatamente; certamente non è consentito sospendere questo diritto collettivamente, per tutti i fermati. E mai avremmo immaginato che dietro a questa blocco ci sarebbe stato Bolzaneto e tutto ciò che là è successo; lì per lì ci è apparsa soltanto una violazione del tutto ingiustificata dei diritti.
La giornata di venerdì si conclude con un’assemblea che si svolge lì a Piazzale Kennedy, in cui si deve decidere cosa fare il giorno dopo. Agnoletto dapprima è dubbioso sul fatto di tenere la manifestazione del giorno dopo, poi si rimangia tutto perché se la previsione era di 500.000 persone, bisogna fare in modo che ce ne sia un milione. Questa è l’indicazione politica da dare, perché soltanto così si dà una risposta a quello che è successo oggi. Devo dire che anch’io ero convinto che sabato il numero dei partecipanti, sarebbe stato talmente grosso -e infatti lo è stato- da non consentire né le violenze del black bloc né l’intervento della polizia. Si vedrà il giorno dopo che avevo completamente torto: bastano 3.000 poliziotti per sfondare un corteo pacifico, anche di due milioni di persone.
Puoi raccontarci come si è svolta la giornata di sabato?
La mattina avevamo in programma di andare a parlare con la Procura e con il Gip. Con la Procura volevamo chiarire la questione del divieto di colloquio e, nel contempo, ottenere il rilascio di molti dei fermati, senza dover aspettare il Gip, che fino al lunedì non sarebbe stato presente. Peraltro noi pensavamo che passare tre notti in carcere senza motivo sarebbe stata una cosa molto seccante, ma non avevamo la più pallida idea delle violenze che a quel punto erano già state poste in atto a Bolzaneto. Con la Procura, che incontriamo nella persona del Procuratore Capo Menoni, è subito scontro sulla linea dei permessi di colloquio; il Procuratore Capo si difende affermando che il divieto è dovuto solo al fatto che nelle caserme non ci sono le stanze per i colloqui, però assicura di aver dato disposizione di ripristinare il diritto subito dopo l’arrivo degli arrestati nei carceri di destinazione. Ribatto che quando gli arresti avvengono in questa maniera, a 60 alla volta, ora che si viene portati al carcere e si viene registrati, passano ore e ore e ore; si devono quindi prevedere circa 18-24 ore di sospensione del diritto e ciò è assolutamente impensabile. Su questo punto il Procuratore Capo però non recede.
Abbiamo visto poi a che cosa ha portato questo divieto. Insisto anche sulla questione di liberare i fermati senza dover aspettare il Gip lunedì, e su quel punto il Procuratore sembra abbastanza disponibile. La cosa poi non avverrà perché la manifestazione di sabato ha avuto episodi di violenza, peraltro da parte delle forze dell’ordine, ancora maggiori che non quella di venerdì, e quindi si è capito che non valeva più nessuna regola, nessun accordo; e quindi non mi aspettavo certo che alle otto e mezza della sera i fermati venissero liberati.
Con il Gip, il magistrato che deve decidere della sorte degli arrestati, il confronto è stato più franco e diretto. Si è capito, pur non avendo nessuna promessa, che non si sarebbe distaccato dalla linea della Procura e avrebbe convalidato gli arresti, per coprire in qualche modo ciò che avevano fatto la polizia e la Procura, però poi avrebbe rimesso in libertà i dimostranti. Da questo incontro siamo usciti anche rinfrancati, perché c’è stato comunque un riconoscimento del nostro ruolo da parte dell’istituzione giudiziaria, che ha accettato il fatto che eravamo delegati a tutelare i diritti delle persone durante la manifestazione. E’ la prima volta che degli avvocati si propongono come difensori non di singole persone ma genericamente di una situazione.
Siamo a sabato sera. Quando avete saputo della perquisizione alla scuola Diaz?
Alle dieci e mezzo, undici è arrivata la voce drammatica che la polizia stava entrando alla Diaz Pertini e al Gsf, nella prima picchiando le persone, e al Gsf cercando esclusivamente i cinque computer di Indimedia, la rete telematica indipendente che in quei giorni aveva fatto un lavoro grandioso di coordinamento e di raccolta di notizie, e i nostri due. Noi avevamo già cominciato, in Piazzale Kennedy, a raccogliere le contro-testimonianze delle violenze successe, per fortuna le avevamo scritte a mano e non le avevamo ancora riversate nel computer. Ma non credo che cercassero le nostre contro-testimonianze, non posso pensarlo; in realtà, spaccando tutti i computer volevano dare una risposta a ciò che avevamo fatto, sia a noi come avvocati che a Indimedia dal punto di vista del coordinamento delle notizie; perché in una situazione come quella la velocità con cui correvano le notizie era tutto, tutto si è giocato a livello mediatico. E quindi nella distruzione dei nostri uffici era evidente il carattere di ritorsione. Per carità, meglio spaccare due computer che non massacrare, come hanno fatto, 90 persone, per di più portandole in carcere. Noi eravamo lì fuori e immediatamente abbiamo chiesto di entrare come avvocati. La risposta è stata: “Ma avvocati di chi?”. “Avvocati di quelli che sono dentro”. Nota bene che c’erano ragazzi che dalle finestre gridavano: “Sì, io voglio quell’avvocato”, eccetera, perché si capiva che giocavano su questo elemento formale. Non ci hanno fatto entrare, e del resto non hanno fatto entrare nemmeno i parlamentari; la cosa più grave è che abbiamo chiamato immediatamente il Pm di turno, ma non è voluto venire. Se fosse intervenuto, non sarebbe successo nulla, certe violenze di fronte al magistrato non sarebbero assolutamente accadute.
Il magistrato deve sempre essere presente?
Non necessariamente. Ma quando viene chiamato, con discorsi tipo: “Guardi che qui c’è una situazione gravissima, si sta compiendo quello che con ogni probabilità è un abuso”, che il magistrato di turno non intervenga… Si interviene anche per un incidente stradale mortale, figuriamoci per una cosa di questo tipo. Se c’è un reato, prima corri e meglio è. Ora sappiamo che si sono consumati reati gravissimi. Tra l’altro sono entrati senza mandato di perquisizione, cosa anche stupefacente, perché se lo avessero chiesto, il magistrato, alle otto di sera lo avrebbe senz’altro firmato. Invece hanno voluto fare la perquisizione senza mandato, con la scusa delle armi (per cercare armi è consentito farlo). E tu magistrato, di fronte a una perquisizione fatta senza l’ordine di un Gip, non intervieni? E’ assurdo, è come lasciare mano libera e, ahimé, la mano libera è stata lasciata.
Inoltre c’è stata una ulteriore violazione perché, entrando un po’ nello specifico, una perquisizione ad uno studio legale o a un ufficio legale deve essere fatta con determinati criteri, determinati crismi, e con certe modalità. Invece qui, pur sapendo che si trattava di fatto di un ufficio legale -e proprio per questo si è andati a colpirlo, a sfondare i computer- non è stata rispettata nessuna di queste modalità. Questa, certo, è una violazione formale ma di un certo spessore, che la dice lunga sull’idea del ruolo che gli avvocati hanno ricoperto.
Naturalmente, poi, il giorno dopo, si comincia a sapere che anche a Bolzaneto erano successe cose molto gravi. A partire da lunedì mattina, quando andiamo ad Alessandria e a Pavia per le convalide degli arresti, i ragazzi cominciano a raccontare cose inenarrabili, torture psicologiche, torture materiali, violenze di ogni genere, assolutamente impensabili. Cose che certamente non sarebbero successe se ci fosse stato da subito il diritto di colloquio con gli avvocati difensori. Infatti queste persone, com’era facilmente prevedibile, sono rimaste almeno 12 ore a Bolzaneto, e altre due o tre ore nei rispettivi carceri di approdo in attesa dell’immatricolazione.
In quelle 12 ore è successo il peggio. Adesso possiamo anche parlare del ruolo avuto dalle guardie carcerarie, dal medico nazista, eccetera, ma la mia impressione è che ci sia stato un unico mucchio, chi più voleva scatenarsi si è scatenato. Forse si sono scatenati meno i carabinieri; la mia impressione è che -così come anche in piazza- i carabinieri siano stati più presenti a se stessi, più trattenuti, si siano lasciati andare di meno, mentre la polizia si è sentita totalmente coperta quindi ha fatto l’indicibile, addirittura l’impensabile fino al giorno prima.
A questo punto l’indicazione di noi avvocati è stata quella di far raccontare ai ragazzi le violenze subite. In genere noi avvocati siamo molto cauti nel calcare la mano sulla violenza subita, è più logico cercare di difendersi e di uscire. Lì però si è immediatamente percepito che erano successe cose gravissime; spesso non occorreva neanche raccontarle tanto erano evidenti: c’erano gli ematomi al collo, al viso, le teste rotte, gli strappi ai piercing, se ne accorgeva lo stesso giudice, che chiedeva: “Quell’ecchimosi come se l’è procurata?”. Si è anche capito che i fermati sentiti il lunedì erano tutti pacifici dimostranti, infatti sono stati quasi tutti rilasciati, su 60 ne è stato trattenuto uno solo. La stessa cosa si è ripetuta più o meno anche per gli arresti del sabato; gli arresti fatti alla Diaz, addirittura, nella stragrande maggioranza non sono stati convalidati dal Gip, segno questo di totale estraneità all’ipotesi di reato che era stata formulata nei loro confronti, cioè detenzione di armi.
A posteriori, a esperienza conclusa, che riflessioni si possono trarre?
Intanto si è sperimentato un modo totalmente inedito di fare l’avvocato. Non fai l’avvocato di una singola persona (anche se poi, naturalmente, fai l’avvocato del singolo fermato), ma ti schieri a favore di una determinata situazione, non perché tu sia d’accordo con ogni singola espressione di questa manifestazione, ma perché senti che si può verificare una grave violazione dei diritti e pensi che ci sia bisogno di qualcuno che presidi questi diritti in blocco, che riesca a tenere un quadro di legalità nell’insieme.
Nota bene che le illegalità sono cominciate 10-15 giorni prima, e non solo con la limitazione al diritto alla libera circolazione in città; si possono aggiungere la violazione degli accordi di Schengen, fermando la gente che voleva venire a Genova, e soprattutto la violazione del diritto di manifestare: il colpire indiscriminatamente un corteo pacifista ha a che fare non soltanto con i diritti della persona, cioè non essere picchiato, non essere fermato, non essere arrestato, ma soprattutto con il diritto di manifestare, cioè con un diritto che è di ciascuno e in quel momento è di tutti 300.000.
La stessa città di Genova, totalmente priva di persone, dimostra come soltanto la presenza della gente costituisce una garanzia del fatto che chi detiene la forza non la eserciti illegalmente. C’è una sorta di parallelo tra la mancanza della gente e la mancanza dei diritti. Vedendo Genova ormai totalmente vuota, si capiva che lì qualunque violazione sarebbe stata possibile. Genova è stata la prova che in 24 ore si può bloccare ed evacuare un’intera città, con la scusa dell’ordine pubblico, senza neanche chiedere alla gente di andarsene, tanto la gente se ne va spontaneamente se il clima è di un certo tipo. Naturalmente nessuno poteva prevedere che si arrivasse al divieto di colloquio o al fatto che la Procura non presenziasse alla perquisizione della Diaz, ma quando tu svuoti un luogo per farne una città assediata e dai mano libera, è chiaro che ogni violazione dei diritti è consentita. E difatti a Genova si è assistito a tutto un ventaglio di violazioni, da quelle dell’habeas corpus vecchio di ormai di sette secoli, alla violazione di diritti più recenti qual è quello del diritto al colloquio tra avvocato e difensore.
Poi, la novità di questa esperienza sta nel fatto che questo ritrovarsi a lavorare insieme non è avvenuto sotto l’egida di un’ideologia politica precisa. Non si tratta dei soliti 10 o 20 nomi dell’avvocatura di sinistra che cercano la vetrina: il dato che ci ha fatto muovere e ci tiene ancora insieme non è il riferimento politico, ma la consapevolezza che in quella situazione sarebbero state possibili delle gravi violazioni di diritti. E questo è un pregio che spero non si perda nel tempo. Io sono abbastanza vecchio da avere esperienze pessime, per esempio dei vecchi soccorsi rossi, in cui l’unico cemento era l’ideologia; non reggono, non servono assolutamente a nulla, neanche a risolvere le situazioni del singolo. Servono solo a cacciarti in un determinato angolo. In questo caso, invece, credo che questa coscienza, che nasce da tutt’altro presupposto -non ideologico, ma semmai ideale- potrebbe anche pagare.
E per il futuro?
In verità non abbiamo nessuna intenzione di girare per tutte le manifestazioni; è più interessante vedere se anche altrove, ammesso che ce ne sia bisogno, possa nascere un’esperienza di questo tipo con altre persone. Questo significherebbe che il nostro intervento è servito da esperienza pilota da riproporre in altre situazioni, magari in forme diverse, ma sempre muovendo dalla stessa coscienza radicale.
Con il team di Genova siamo comunque in contatto continuo, ci vediamo più che settimanalmente. Inoltre abbiamo creato un sito apposito per la discussione al nostro interno, per far convergere le notizie, perché il lavoro adesso è enorme. Non si tratta tanto di difendere gli arrestati, quello è facile, poiché non hanno commesso nulla, quindi prima o poi l’accusa cadrà, il difficile invece è far emergere le responsabilità altrui. Non hai idea di che cosa significhi raccogliere le contro-testimonianze, è un lavoro enorme, devi parlare con la gente, fare le verifiche, trovare i testimoni e così via. Ma è l’unico modo affinché alla fine nella rete rimanga qualcosa perché, ahimé, sul ruolo della magistratura nel lungo termine non sono molto fiducioso. Devo dire che i Gip di Genova non si sono comportati male, la stessa Procura ha al proprio interno persone che non hanno alcuna intenzione di lasciar correre. Però conosco questi meccanismi: tra tre anni, quando si faranno i processi… C’è il problema della responsabilità: io sono ben contento che la Procura lavori sulle responsabilità dei funzionari, non mi voglio certo accanire contro i singoli appuntati che hanno dato le manganellate, però in certi casi anche l’appuntato che ha dato le manganellate ci ha messo del suo, poteva non darle. Se è vero per esempio che i carabinieri si sono comportati meglio dei poliziotti, cerchiamo di vedere perché, che cosa è successo, e così via.
Quindi il lavoro è enorme; la struttura comunque sta funzionando e credo resista fino ai processi. Speriamo che abbia il fiato anche per arrivare a definire un nuovo modo per fare l’avvocato, ma forse questo è un po’ chiedere troppo.