Lucio Scatolero, docente di Criminologia presso l’Università di Torino, è tra i promotori di “Spazi di Intesa”, un centro per la gestione dei conflitti situato nel quartiere di San Salvario a Torino.

Avete avviato un centro di mediazione nel quartiere di San Salvario a Torino. Come nasce l’idea di aprire un luogo di questo tipo?
In realtà non si tratta di un centro di mediazione, ma di un centro per la gestione dei conflitti. Si chiama infatti “La casa dei conflitti”, proprio perché ci apriamo a ricevere il problema, non a dare la soluzione. Tra l’altro nella nostra cultura, a differenza, per dire, di quella anglosassone, il concetto di “mediazione” è molto poco presente. Mentre il concetto del conflitto è una realtà che tutti conoscono. Questo porta ad accedere facilmente ad uno spazio che ha fuori l’etichetta “conflitti”.
E’ molto importante distinguere tra gestione e soluzione. Noi quando affrontiamo il tema del conflitto abbiamo sempre presente il paradigma della soluzione. Infatti, di fronte al litigio di qualcuno, se decidiamo di intervenire, lo facciamo sempre in una chiave risolutiva: vogliamo far smettere i due di litigare.
Il punto è che molto raramente nella realtà i conflitti si risolvono; molto più spesso si nascondono, si dimenticano, ci si sottrae, si adottano una serie di strategie per evitarlo. Quando si è dentro un conflitto arrivare alla soluzione è molto più raro di quanto non si pensi; si arriva a delle fasi intermedie, a un’interruzione momentanea, a una tregua; si arriva a una situazione di non belligeranza attiva, in cui si smette di tirarsi le cose addosso; si arriva a fasi diverse, ma la soluzione definitiva è molto rara. In conclusione direi che non siamo un soggetto che “de-conflittualizza” un territorio, o lo “pacifizza”, in realtà aiutiamo e assistiamo nell’apertura di conflitti.
L’altro elemento carente nella nostra cultura sarebbe la nozione del “terzo”, che nel vostro lavoro è invece fondamentale…
Secondo gli autori cui facciamo riferimento esiste una sorta di paradosso del conflitto, per cui una volta dentro è impossibile uscirne da soli. E tuttavia nessuno al mondo potrà mai risolvere il conflitto al posto delle due parti coinvolte.
Quindi è necessario un “terzo”, ma quel terzo non è il “terzo risolutore”; gli unici possibili solutori del conflitto sono infatti i due stessi litiganti, se vogliamo arrivare a una vera soluzione. Se il terzo impone delle soluzioni queste dureranno un certo tempo, ma girato l’angolo i due riprenderanno a litigare. Quindi di fronte al litigio ci mettiamo in posizione di terzietà, di equidistanza tra i due litiganti, e proponiamo un accompagnamento alla ricerca della soluzione che loro troveranno; sono loro che devono autoproporsela.
Il discorso del terzo è importante anche perché, di nuovo, nella nostra cultura, di fronte a due che litigano, o a un litigio più ampio, tra parti sociali, addirittura di guerra tra popoli, la nostra attitudine naturale non è di assumere una posizione di terzietà, bensì di schieramento.
Questa è un’attitudine che può essere anche importante nella dinamica del conflitto, perché può servire a rafforzare la parte più debole. La confusione riguarda il fatto che vorremmo contemporaneamente essere “alleati del più debole” e “risolutori” del conflitto. Invece quando tu ti allei hai finito di poter essere in qualunque modo il gestore; sei diventato parte nel conflitto. Allora, va benissimo allearsi, ma bisogna poi essere consapevoli del ruolo che si è assunto.
Quindi forse il lavoro più grosso riguarda la diffusione della cultura della gestione del conflitto. Aprire uno spazio come questo infatti non ha senso se contemporaneamente non si lavora a creare su questo stesso territorio una cultura della gestione del conflitto così che diventi una capacità diffusa che possa essere assunta da molti altri soggetti.
C’è poi la componente emozionale del conflitto…
Ci sono tanti tipi di soggetto-terzo che agiscono nel conflitto, come il giudice o il conciliatore; tutti questi soggetti non sono mai risolutori del conflitto, ne affrontano un pezzo; il giudice blocca il conflitto in una determinata fase, ferma la belligeranza attiva dei due contendenti, con gli strumenti della legge li divide e sentenzia chi ha torto, chi ha ragione, chi deve pagare… Questa non è affatto una risoluzione del conflitto, è una gestione dal punto di vista della legge. Tant’è che se voi fermate sulla porta di una qualunque aula di ...[continua]

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