Gina Gatti, cilena, laureata in Filosofia (due volte), è fuggita dal suo paese ne1976. Oggi vive a Modena. Attualmente è testimonial della Campagna contro la Tortura di Amnesty International.

Quegli anni sono stati il periodo più bello della mia vita: si avviava il governo di Salvador Allende, e cominciavo l’università che per me ha rappresentato proprio il momento dell’apertura al mondo, dell’incontro con tante persone e della scoperta della politica, che è una delle mie passioni. Insomma, il mondo che mi si apriva davanti era bellissimo, colorato, pieno di stimoli e di cose da fare. Avevamo le giornate impegnatissime dalla mattina alla sera. Io poi ho sempre frequentato, per cui andavo a lezione, andavo alle manifestazioni, andavo alle riunioni, cioè erano giornate frenetiche. Gli anni ‘70 sono stati un periodo di fioritura culturale, di crescita politica; avevamo sempre da fare e il mondo ci guardava; 3 anni di governo popolare con un programma di democratizzazione, per cui nazionalizzazione delle ricchezze e poi politiche sociali importanti, come il mezzo litro di latte al giorno per ogni bambino, che in un paese dove ancora in tanti vivevano in miseria non era una cosa da poco. E poi si pensava al futuro: i bambini cresciuti bene sarebbero stati degli adulti perlomeno sani.
Noi non abbiamo mai preso in mano un’arma, abbiamo sempre combattuto con gli strumenti dell’intelligenza, del dialogo; anche se verso la fine del governo popolare c’era un’alta conflittualità.
Questo per dire che non avevamo fatto veramente niente per meritare il dopo. Eravamo solo dei ragazzi… invece ancora oggi le persone ti chiedono: “Ma cosa avete fatto per meritare la tortura?”, perché c’è sempre questa idea: se qualcuno viene punito è perché ha fatto qualcosa; questo mi è stato detto in diverse sedi. Invece non avevamo fatto niente…

La situazione è precipitata l’11 settembre, col colpo di stato di Augusto Pinochet con l’appoggio delle forze della destra, dell’esercito e di tutte le forze armate. E anche con il contributo degli Usa; ora queste informazioni sono state confermate: sono stati resi pubblici i documenti del periodo, che parlano molto chiaro.
Ecco, quell’11 settembre la nostra vita, una vita normale, di persone che si alzano la mattina, vanno a lavorare o a studiare, è stata spezzata: il giorno dopo ci siamo trovati a vivere da delinquenti, da persone che scappano. E’ stato molto duro. Il colpo di stato ha interrotto la mia carriera universitaria e tutto quello che dovevo fare nella vita. Intendiamoci, a tanta gente è stata proprio tolta la vita, però il discorso è appunto questo: con quell’11 settembre la vita di tanti o è finita o è cambiata completamente. Io ero una ragazza normale e il giorno dopo ero diventata una sovversiva, una delinquente.
Mi sono laureata nel ’74 a 24 anni. Tra l’altro a 21-22 anni avevo vinto un concorso per allievo-assistente e quindi avevo la possibilità di avviarmi alla carriera universitaria; certo, a distanza di anni non posso dire come sarebbe andata, ma c’era questa possibilità.
Avevo anche ipotizzato di prendere un’altra laurea…
Invece sono stata esonerata per motivi politici, che per me, se vuoi, è un onore, però la mia vita è stata spezzata. Io credo che Augusto Pinochet abbia delle responsabilità enormi, non soltanto per le persone scomparse, per i morti, ma anche per i vivi, perché tante persone oggi sono vive, ma sono anche un po’ morte.

I primi giorni sono stati difficili anche perché bisognava trovare i luoghi sicuri. Io sono quasi sempre rimasta a casa, però ho dormito anche fuori, da amici dei miei genitori, per evitare certe situazioni. Perché giravano con gli elenchi delle persone.
All’inizio anche loro erano un po’ disorientati, ti cercavano un po’ tutti, quindi ti vedevi arrivare sulla porta di casa i carabinieri, i vari servizi di sicurezza, ognuno con il suo elenco. Poi si sarebbero organizzati molto bene.
Anche con l’aiuto dei nostri compagni di facoltà, è ovvio, altrimenti non era possibile che sapessero tante cose. Sembra incredibile, ma c’erano proprio i nostri compagni, gli altri studenti che dicevano “questa fa questo, l’altro…”. Intanto era nata anche la polizia politica di Augusto Pinochet, quella che gli permetteva di avere un controllo assoluto, di essere un uomo onnipotente, di dire che niente succedeva senza che lui ne fosse a conoscenza, la famosa frase, per cui non si muoveva foglia che lui non sapesse.
Insomma, giorni terribili, ma anche momenti di decisione, nel senso che noi tutti ci siamo trovati a decidere cosa fare e dovevi farlo guardandoti allo specchio, parlando con te stessa: continuare la vita di prima oppure dire: “Guardate, io qui ho chiuso”.
Io quel giorno ho scelto che sarei entrata a far parte della Resistenza, sempre che si fosse creata. E così, con altri ragazzi, abbiamo cominciato a operare in clandestinità; il primo anno c’era un coprifuoco molto presto al pomeriggio, e un clima di terrore, per cui era molto difficile organizzare una resistenza, soprattutto perché non sapevi più di chi potevi continuare a fidarti.
Comunque, non so se per coraggio o ingenuità, ci siamo buttati anima e corpo in questa impresa.
In un anno avevamo raccolto 80 persone, che sembrano pochissime, ma nel clima di terrore, nella situazione che avevamo all’università… perché poi i fuori-sede erano andati via, tanta gente era già scomparsa, altri erano stati mandati via per motivi politici, insomma la popolazione universitaria si era almeno dimezzata.
Con queste 80 persone abbiamo cercato di dar vita a una presenza dignitosa: “Noi ci siamo ancora”. Questo per me è stato molto importante; oggi quando vedo Pinochet sotto processo, penso che io ho contribuito; che noi siamo arrivati a questo punto dopo tanti tanti anni anche perché anch’io ho fatto qualcosa, certo qualcosa di minimo, elementare, e che tuttavia ha rappresentato un pezzettino della strada che ha portato alla situazione odierna. Fino a pochi mesi fa i militari dicevano che loro non avevano mai torturato; adesso li sentiamo dire che hanno buttato gente in mare…

Noi in quei due anni abbiamo fatto del nostro meglio per preservare la nostra dignità, per far sentire che c’eravamo ancora; forse erano tutte cose utopistiche, tipiche dei ragazzi, anche perché poi di fronte a uomini armati…
Comunque abbiamo tenuto in piedi un’organizzazione; io questo poi l’ho fatto in prima persona. Devo dire che con quella formazione, una laurea in filosofia, ero sempre stata considerata una “inutile”. Me lo ricordo, anche durante il governo popolare, quando si andava a dare una mano nei quartieri più poveri, nelle occupazioni dei terreni, insomma la laureata in filosofia era una inutile: finivi sempre a sbucciare le patate!
Invece durante la resistenza avevo trovato questo compito, di formazione politica, per così dire, ed era bellissimo riuscire a incontrare queste persone, parlare del nostro progetto, del programma, dei nostri princìpi-guida. Certo, tenere in piedi un’organizzazione non è una cosa da poco soprattutto per ragazzi che non sapevano che cosa fosse la resistenza, però è stato entusiasmante, bellissimo!
Ricordo i primi 11 settembre quando loro celebravano l’anniversario con le parate e noi allora organizzavamo il giro di lutto, ossia giravamo per i luoghi pubblici lasciando questo fiocchetto nero, appunto in segno di lutto. Erano azioni molto semplici, per dire: c’è una resistenza, c’è un’opposizione.

Dopo un po’ però loro ci hanno scoperto, avevamo operato per due anni e mezzo. Io allora vivevo sempre a casa. Devo dire che ero già stata presa due o tre volte prima, però me l’ero cavata. Anche perché all’inizio non erano molto sicuri di quello che tu potevi fare. Io sono stata portata dai carabinieri, sono stata trattenuta e trattata malamente. Mi hanno preso anche i militari in divisa, mi hanno portato in caserma… Certo, ti mettevano paura, però nessuno sapeva che partecipavo alla resistenza. Insomma, fino allora m’era andata bene. Ovviamente avevamo paura, ma mai abbastanza, questo lo posso dire, da fermarci.
Almeno fino a prima di essere presa quell’ultima volta. Quel giorno la mia vita è cambiata completamente: quando ci hanno scoperto, hanno fatto una specie di razzia nel nostro gruppo, hanno preso molta gente, diversi studenti universitari e anche il mio fidanzato, il mio attuale marito…
In casa sua avevano trovato una mia foto. Così quel giorno mi sono vista questi uomini armati entrare in casa all’improvviso, la casa dei miei genitori; c’era solo mia mamma, e ovviamente nessuno sapeva che facevo lavoro clandestino. Quello della resistenza è infatti un lavoro che nessuno deve conoscere, per proteggere gli altri, e anche te stessa.
Per mia madre è stato tremendo. Lei poi ha avuto l’infelice idea di chiedere dove mi portassero e uno di questi ha risposto: “La portiamo a Santiago”, che sarebbe a dire a 600 km di distanza, e devi pensarlo 30 anni fa, insomma per la madre di una ragazza dire “la portiamo dall’altra parte del paese”, con la situazione che c’era, perché ovviamente anche i miei genitori capivano che vivevamo sotto dittatura, anche se avevano posizioni politiche diverse dalle mie, è stato un colpo al cuore. E infatti mia madre si mise a piangere. Insomma è stata una scena terribile, proprio difficile da sopportare.
A un certo punto comunque mi hanno detto: “Lei deve venire con noi”. Io sono andata in bagno, mi sono guardata allo specchio e ho detto: “E’ arrivato il tuo momento”. Tutti noi sapevamo che poteva succedere, anche se, in realtà, fino a quando proprio non tocchi con mano, non lo sai.
Mia madre poi, quando sono tornata a casa, mi disse che sembravo tranquilla, invece non era proprio così. Infatti quando siamo scesi assieme e sono salita sulla loro camionetta avevo le mani e le gambe che andavano per conto loro. Mi hanno bendato quasi subito e questo è tremendo perché riducono il tuo mondo a quello che riesci a vedere sotto la benda e quello che riesci a vedere sotto la benda è molto poco, cioè vedi scarpe, gambe…
Saliti nella camionetta loro hanno cominciato a girare e girare, per farti perdere l’orientamento e poi siamo arrivati a destinazione, che era un luogo clandestino. Oggi conosciamo questi luoghi, quelle case, sappiamo cos’erano, come funzionavano, la casetta col giardino davanti…
Ricordo che mi hanno fatto scendere da questa camionetta, qualcuno ti prende, ti guida, perché tu non sai dove sei, dove vai… poi cominciano a toglierti le scarpe, la giacca… ricordo che mi lasciarono in pantaloni e maglietta. Dentro era molto freddo e io ero una ragazza giovane, magra e freddolosa e quindi ho patito molto, me lo ricordo bene. Mi hanno anche rovesciato la borsa su un tavolo. Io però ero sempre pulita, anche perché lavorando in clandestinità non dovevo mai avere addosso niente. Poi mi hanno portato in cella.

Io ho un bel ricordo di quella cella. Certo, era un luogo orribile, freddo, stretto, con una rete nuda, una lampadina che pende e poi forse una finestrella, un buco con delle sbarre. Però quella finestra era importante perché io durante il giorno inseguivo il quadratino di sole che entrava per prendere un po’ di calore. E poi era il luogo in cui mi ricomponevo quando tornavo dalla tortura.
Loro venivano continuamente, avevano un’ottima razionalizzazione del lavoro, lavoravano sempre, giorno e notte. E quindi venivano a tutte le ore, calci e pugni sulla porta, entravano, mi prendevano e mi portavano all’interrogatorio. Un paio di volte mi hanno anche portato a vedere gli altri. Vedere gli altri è una cosa tremenda. Fin tanto che le cose capitano a te, sei tu che le gestisci, quindi anche il dolore, tutto quello che ti pare… ma quando vedi gli altri è insopportabile. Io ho visto i miei compagni appesi… hai presente? Appesi proprio: la persona con la testa in giù… e questo è niente, niente veramente. Perché soprattutto gli uomini venivano prima appesi al soffitto e poi con un sistema a carrucola venivano fatti scendere, sempre a testa in giù, fino a fargli immergere la testa in dei contenitori pieni di tutto quello che ti puoi immaginare; poi li tiravano su quando volevano loro, allora i ragazzi facevano di tutto, ci vomitavano dentro. Mi raccontò qualcuno che poi, quando avevano la testa immersa nel liquido, loro battevano il contenitore con le pistole, i fucili, e quindi c’era anche questo rimbombo che ti faceva scoppiare la testa.
C’era il piacere sadico di vedere che io vedevo. Alla fine venivo riportata di nuovo in cella. La tortura è una condizione di solitudine, cioè tu sei dentro, nelle loro mani, ma completamente sola, completamente. Io non sono una delle persone più torturate, anche se devo dire che non mi piacciono le gerarchie tra i torturati, però insomma c’è gente che ha subìto di peggio.
Il fatto è che entravi proprio in una catena di montaggio, perché di questo si trattava: intanto dovevi cominciare a spogliarti, che già è una violenza e un’umiliazione enorme, e poi c’era la corrente elettrica, che è stata fatta a tutti, quella famosa per cui ti legano alla rete i polsi e le gambe e ancora una volta sei a loro disposizione e ti applicano la corrente dove vogliono, possono fare anche finta. Ecco, se ti è capitato in casa, la corrente è una scossa, invece la corrente elettrica volutamente applicata a una persona si diffonde ed è un dolore atroce che attraversa tutto il corpo. E allora in quella situazione estrema le difese del corpo e della mente sono tali che tu cerchi in qualsiasi modo di scaricare questo dolore, per cui c’era chi si muoveva… io urlavo. Perché se urli forte è come se scaricassi tutta questa tensione che ti mettono dentro. Così facendo però a un certo punto li ho fatti innervosire, anche perché è chiaro che si trattava di persone come me, che però erano andate a fare i torturatori, e quindi anche loro avevano una soglia di sopportazione. Così a un certo punto non ne potevano più e mi hanno messo uno straccio in bocca. Mi hanno messo a tacere. Questo gesto per me è stato altamente simbolico, nel senso che poi ho taciuto per 20 anni. Non ho mai più parlato di quei giorni, fino a che in una scuola di Catania parlando ai ragazzi a un certo punto ho detto, senza rendermene conto, “Mi sto togliendo il tappo”. Nella mia testa era scattato qualcosa, per cui potevo ricominciare a parlare.
Poi ho subìto anche la finta fucilazione, che è un’esperienza terribile, anche nel dopo; pure mio marito l’ha vissuta. Loro preparano tutto, ti fanno sentire che hai il muro alle spalle, che ti hanno portato fuori dalla cella… perché eravamo sempre bendati. Insomma è tremendo, non tanto per la fucilazione, quanto perché senti che loro ti prendono in giro. Una volta mi hanno fatto salire, salire, salire, e poi mi hanno spinto giù, con un colpo alla schiena e in un terzo momento mi hanno ritirato su. Ecco, loro si divertivano e noi eravamo in balìa di queste persone a cui fondamentalmente piaceva farci paura…
Le minacce di violenza arrivavano tutti i giorni e a tutte le ore.
E alla fine un bel giorno ti dicono: “Tu vai a casa”. E tu cosa pensi? Che ti ammazzino, che ti sparino alla schiena e hai chiuso. Perché questo l’abbiamo pensato tutti. Invece no. Mi hanno fatto risalire nella camionetta e poi mi hanno scaricato in pieno coprifuoco, all’angolo di casa: “Adesso vai!”, e lì mi sono tolta la benda e sono corsa a casa mia.

Quanto tempo sono rimasta sequestrata? Dieci giorni. Sai, loro lavorano giorno e notte, e dieci giorni in una casa di tortura penso che siano più che sufficienti. Quando sono rientrata mia madre e mia sorella erano ovviamente incredule, mi hanno aiutato a salire le scale, sono poi andata a lavarmi, mi hanno accompagnato a letto, fino a farmi addormentare.
Ero diventata un’altra persona.
E’ questa la funzione della tortura: distruggere la figura dell’oppositore, del sovversivo, e poi farlo rientrare nella società in modo che gli altri vedano.
A quel punto non volevo più uscire di casa, avevo sempre le persiane giù, sai ti restano tutta una serie di paure, non riuscivo più a dormire da sola, per fortuna c’era mia sorella, che dormiva nella mia camera, poi non volevo più vedere nessuno, rimanevo sola al buio… E poi dopo un po’ ricominciano a cercarti, perché se qualcun altro sotto tortura faceva il tuo nome venivano a riprenderti…
Prima di allora non avevo mai pensato di poter lasciare il paese, ma a quel punto veramente non sapevo più cosa fare: una sovversiva non può lavorare, men che meno insegnare e poi stavo così male. E allora sono andata a Santiago con il mio fidanzato.
Per un po’ ci siamo nascosti, anche perché c’era arrivata la notizia che ci stavano cercando di nuovo, che erano stati di nuovo a casa mia, insomma bisognava scappare. A Santiago, il Vicariato della Solidarietà aveva una rete di case, ossia di persone che si rendevano disponibili a nasconderti, a ospitarti, però non ti potevi fermare più di due-tre giorni.
Così, visto che mio nonno era italiano, l’ambasciata assieme al vicariato ha preparato tutto per farci uscire. Ci siamo sposati e io sono uscita per l’Italia; lui mi ha raggiunto due mesi dopo.
L’imbarco all’aeroporto è stato terribile, credevo di morire; non ero più quella di prima, ero un’altra persona, molto impaurita, assolutamente vulnerabile. E allora un funzionario mi aveva accompagnato fino alla polizia internazionale; ero veramente un esserino, una bestiolina impaurita, non ero neanche più una persona.
Così ho preso l’aereo. Ho una foto di quel giorno, i due ragazzi che salgono con me sulla scaletta erano entrambi senza unghie…
Qui in Italia c’erano mia cugina e altre persone; per qualche anno siamo rimasti a Roma, però non è stato facile.

Con l’esilio è cominciata un’altra tappa della mia vita, una nuova fase, eri una sopravvissuta, eri contenta di essere ancora in vita, c’era poi questo grande amore e quindi siamo stati felici di rivederci, di poter stare assieme, di cominciare finalmente una vita. Sicuramente non sapevamo cosa ci aspettava. Perché poi l’Italia non era preparata ad accoglierci, per cui grande fatica, molte umiliazioni, e ancora dolore. E soprattutto i postumi della tortura, che con mio marito sono venuti fuori presto. Lui la notte si sedeva sul letto urlando, e stava sempre peggio.
Io cominciai a dirgli: fatti aiutare, troviamo una persona che ci possa aiutare, invece lui più stava male più diceva che ce l’avrebbe fatta da solo. Doveva completare gli studi di medicina, perché aveva avuto la convalida degli esami fatti in Cile. Si preparava per mesi, poi si presentava agli esami e gli andavano male, fino a quando non abbiamo scoperto che lui stava andando agli interrogatori. Il meccanismo mentale era quello, la scena era quella. Alla fine ha acconsentito a farsi aiutare, e un medico di Amnesty, di quelli che lavorano con le vittime di tortura, in un paio d’anni l’ha rimesso in piedi. Dopodiché la sua vita è ripresa con una velocità straordinaria: si è laureato e ha cominciato a lavorare e oggi fa la vita di una persona normale.
Certo il torturato non ha mai un recupero totale…
A Roma ho fatto un’intensa vita sociale e tutti i lavori che ti puoi immaginare: la bambinaia, la centralinista, ho fatto anche le pulizie, ma è durata poco, non ero molto capace… fino a quando dei miei amici mi hanno trovato un posto in una scuola privata; questo mi ha salvato e mi ha tenuto in piedi per molti anni. Lì insegnavo filosofia, l’ho fatto per 14 anni.
A Roma sono stata felice, stavo bene, ma ho anche sofferto molto.
Intanto comunque mi ero costruita una bella corazza. Avevamo deciso di aspettare di stare meglio prima di avere figli, ma poi, si sa, i tempi delle persone così segnate sono lunghi e così dopo cinque anni abbiamo comunque avuto una bambina. Lui infine ha trovato lavoro a Modena, per cui io e la bambina siamo state a Roma da sole per cinque anni; lui faceva il pendolare. Quando poi ha trovato una posizione gratificante e la casa siamo venute qui.

Ecco, è curioso: quando mio marito ormai era un uomo in piedi e la sua vita procedeva, io sono arrivata in questa città e, pensando di mettermi un attimo seduta, mi sono trovata di fronte a un crollo totale. C’è stato questo tempismo anche nel concedersi di crollare al momento giusto, credo sia molto femminile…
A quel punto un’amica di Bologna vedendomi stare proprio male mi aveva consigliato: “Forse anche tu ti devi fare aiutare”. Devo dire che ho accettato velocemente perché mi rendevo conto che era proprio giunto il momento. Da tempo volevo riprendere in mano la mia vita, ma non ce la facevo, non ero in grado di riprendere gli studi, riprendermi la laurea, perché una delle umiliazioni più grandi era poi il fatto che tutti gli studi fatti in Cile qui non valevano niente.
Credo che semplicemente fino allora non fosse stato il momento, non ce la facevo, ero come diventata cretina. Invece questa terapia mi ha aiutato moltissimo, fino al punto che io adesso vado in giro a parlare della mia storia, certo raccontando e non raccontando, nel senso che ci sono molte cose che forse non dirò mai, però ho ripreso la parola. E’ stato un processo interessante, ho imparato che anche il torturato può essere recuperato. All’inizio c’è il silenzio, che poi non è un vero silenzio, nel senso che è popolato di parole. Poi quando cominci finalmente a parlare ti viene quasi il vomito, un flusso di parole quasi inarrestabile.
Infine c’è il momento dell’equilibrio. Con la mia analista io ho avuto anche due “ritorni” sul luogo del delitto, che sono esperienze che non avrei mai creduto potessero accadermi.
In pratica in sede psicanalitica sono tornata sul luogo della tortura, cioè a un certo punto, senza alcuna preparazione, senza alcuna avvisaglia, o accenno, niente, mentre stavo raccontando chissà che cosa, mi è cominciata a salire un’emozione di corpo e di testa, una tale angoscia, e un pianto che non riuscivo più a controllare, per cui l’ho lasciato uscire… io mi sentivo un gran dolore in tutto il corpo, ero tutta indolenzita…
Lei la prima volta non è intervenuta perché ha visto che era un fiume in piena; la seconda volta invece è stata molto faticosa, perché c’era la sofferenza, il dolore fisico e psichico, ma non c’erano le parole. E allora mi ha aiutato a trovare le parole. Dopo, la pace. Non ti so dire cosa si è messo a posto, ma sicuramente qualcosa si è messo a posto.

Due anni fa ho ricominciato a fare dei progetti. Dovevo tornare a stare bene e riprendermi la mia dignità, che per me vuol dire prendermi una laurea italiana. Così ho cominciato, ma è stata una fatica spaventosa, un travaglio tremendo, però adesso, a marzo mi laureo. E pensare che fino a poco tempo fa non ero più in grado di scrivere neanche il mio curriculum.
E’ difficile da spiegare ma ero intrappolata in questo misto di paura e vergogna, questo sentirsi annullata, annientata, perché ti hanno distrutto profondamente, per cui pensi: sì, sei stata una brava studentessa, eri un’allieva-assistente molto giovane, hai fatto politica, se vuoi sei stata anche coraggiosa, ma adesso non sei niente, non sei nessuno.

Cosa raccontare a nostra figlia? Questo è un tasto dolente. Io e mio marito abbiamo sempre cercato di proteggerla da questa sofferenza, quindi siamo stati incapaci di raccontarle la nostra storia. Ora ormai lei sa molto, anche perché c’è un impegno pubblico. Ma non abbiamo trovato il coraggio di parlarle, il tutto per evitarle ciò che però poi lei ha vissuto, perché è cresciuta con noi. Credo sia una ragazza che oggi ha bisogno di leggerezza perché ha avuto questi genitori un po’ pesanti, se vuoi.
Lei comunque una volta ci ha detto: “Io ho avuto un’infanzia felice”. Ecco, questa è stata la gioia più grande, perché noi abbiamo fatto di tutto per tenerla lontana dal nostro dolore.
Del resto a Roma abbiamo trascorso degli anni sereni, andavamo al parco, la portavamo al circo per Natale, la portavamo al cinema, lei si è addormentata con le favole per anni. Insomma abbiamo cercato di renderla felice e che lei dica che ha avuto un’infanzia serena per noi è tutto. Però non siamo stati capaci di raccontarle niente, io non me la sentivo proprio. Se ne parlerà, purtroppo la sofferenza crea questa barriera.

In Cile siamo tornati. Il fatto è che la dittatura è durata troppo e allora ci siamo trovati con una figlia da portare in esilio. Insomma, comunque la mettessimo ci sarebbe stato un pezzo di famiglia in esilio. Così abbiamo scelto di stare qui con lei.
Io però ho una gran nostalgia di casa mia; là c’è ancora mia madre e mia sorella. C’è gente che è tornata, ma ha lasciato i figli qui, insomma è una sofferenza. Io mi fermerò fino a quando sarà necessario e poi forse la vecchiaia mi piacerebbe trascorrerla là.
La prima volta che sono tornata è stata una cosa epica, nel senso che c’era il clima eroico dei primi anni belli: era caduta la dittatura, si incontrava la gente per strada e allora baci e abbracci, infatti mia figlia, che aveva 8 anni, a un certo punto non voleva più uscire con me: “Ma insomma, tutti che ti baciano, ti danno la mano!”. E’ stato un bel ritorno, anche se sono stata un po’ imprudente perché sono tornata quasi subito.
Oggi il Cile è un paese molto diverso, ma io continuo ad amarlo e poi quando sto con mia madre e mia sorella sto bene, mi diverto. Mia madre ormai ha più di 80 anni e allora molte cose le lasciamo da parte, non se ne parla, è meglio così.
I miei genitori hanno sempre avuto posizioni politiche diverse dalle mie.
Del resto, durante il governo popolare c’era un’alta conflittualità sociale, e spesso nelle famiglie i figli avevano visioni opposte rispetto ai genitori, per cui le tensioni, le discussioni a tavola erano all’ordine del giorno.
L’11 settembre comunque ricordo che mio padre mi disse: “Qui durerà per vent’anni, non partecipare a nulla”. Lui, conoscendomi, aveva intuito che forse sarei entrata nella resistenza o in un movimento di opposizione. Mio padre era un uomo di destra, e devo dire che in effetti ha sbagliato di 4 anni, perché la dittatura è durata 16 anni. Mia madre invece ha sempre avuto una posizione più sfumata, anche perché c’era lei quando sono venuti a prendermi.
Mio padre è morto qualche anno fa. Io non l’avevo più rivisto; sapevo che stava male, ma nessuno mi aveva detto che fosse così grave, e anche quando lo sentivo al telefono mi rassicurava… invece alla fine è morto e io non c’ero. Quell’uomo, il dittatore, ci ha proprio cambiato la vita. Adesso però abbiamo Pinochet sotto processo, e questo è straordinario; è un precedente in tutto il mondo.
Le persone mi chiedono sempre se io provi dell’odio per questa gente. All’inizio questa domanda mi sorprendeva. Il fatto è che lui per quello che ha fatto deve essere processato e basta. Bisogna considerare che per un uomo come lui, onnipotente, intoccabile, sopra la legge, essere sotto processo è inimmaginabile, allora per me è già sufficiente così: deve subire il processo. Non mi interessa nemmeno che trascorra qualche giorno in galera, per me può anche andare a casa…