Lucia Bulian, ricercatrice, lavora presso i Centri Territoriali Permanenti (Ctp) avviati in provincia di Treviso.

Da due anni insegni l’italiano agli stranieri che hanno trovato lavoro nell’area trevigiana. Puoi raccontarci?
Lo scorso anno sono stati avviati dei centri territoriali permanenti in provincia di Treviso; inizialmente ne sono nati a Treviso, Asolo, Montebelluna, Conegliano, Mogliano, ma ora sono in continua crescita perché c’è una richiesta enorme. L’obiettivo dei Ctp è l’educazione in età adulta, inserita nello scenario generale dell’istruzione e della formazione durante tutta la vita, in una prospettiva nella quale ogni persona a qualunque età, sia posta in grado di sviluppare le proprie capacità, di governare il proprio apprendimento, di partecipare a processi di riconversione, di usufruire di offerte d’istruzione che consentano di migliorare le qualità della vita. Si tratta in realtà di un contenitore che permette ampia libertà, nel senso che c’è una elasticità di orari, di programmi. E comunque non è rivolto solo agli immigrati, anche se io ho seguito soprattutto loro. Lo scorso anno a Conegliano abbiamo avuto mille e cinquanta iscrizioni che si protraggono durante tutto l’anno: perché anche lì è questione di tam tam. Infatti è emerso anche questo dubbio: se sia giusto finire con l’anno scolastico, avere questi ritmi settembre-giugno, che coincidono male. Tanta gente arriva proprio quando il corso sta per finire e si ritrova nel panico, perché non sapere la lingua è veramente un handicap: “No, non potete chiudere adesso, arriva mia moglie, deve imparare l’italiano…”.
Lo scorso anno io ho fatto tre corsi a Ormelle, un paesino vicino al Piave; due corsi per dei ragazzi che sapevano già un po’ parlare e un corso per analfabeti.
Com’è stato il primo impatto?
E’ stata dura. Intanto a questi corsi per analfabeti si presentano spesso persone che non sono mai andate a scuola nemmeno nei loro paesi d’origine e quindi arrivano in questi paesini sperduti, perché magari hanno avuto questo contatto per cui hanno anche il posto di lavoro, però non sanno leggere, scrivere, non sanno la lingua. E vivono come marziani: vanno a lavorare e tornano a casa, vanno a lavorare e tornano a casa, come automi. All’inizio mi trovavo veramente a chiedermi se avessero dei problemi mentali, ma poi piano piano, iniziano a scrivere, iniziano a parlare e sono persone rispettabilissime, che veramente fioriscono. Le vedi trasformare: una volta che capiscono che possono scrivere il proprio nome, che quello è il loro nome, le vedi con le lacrime agli occhi.
Si tratta di persone fra i trenta e i quarant’anni. Tanti vengono dal Marocco, e in genere non parlano neanche proprio l’arabo corrente ma il dialetto di qualche tribù berbera. Così non si trovano neanche fra di loro. E lì c’è questa cosa che arrivano e sono subito bollati come “il marocchino”. Allora poter trascorrere qualche ora in un luogo dove c’è qualcuno che sa che ti chiami Mustafa, che hai quell’età, che hai una moglie e dei figli a casa, che hai dei problemi, cioè che ti conosce come persona è tutto un altro discorso. Ma arrivano anche dei ragazzini, albanesi, o marocchini, che sono venuti via, tante volte neanche con la famiglia, con un cugino, con chissà chi, e hanno fatto questi percorsi indecifrabili. Alexander è partito dall’Albania che aveva sei anni, con un cugino, e sono andati a Marsiglia.
Ecco, lui adesso ha 17 anni e sua mamma l’ha rivista per la prima volta l’anno scorso. Non mi ha mai spiegato perché questo distacco dal resto della famiglia. E’ stato a Marsiglia fino a quando ha avuto 12-13 anni. E gli ho chiesto: bene, allora saprai il francese… No. Perché erano clandestini. Suo cugino andava a lavorare tutto il giorno e lui è stato per anni tutto il giorno a casa, senza farsi vedere perché avevano paura che qualcuno li mandasse via. Così non è andato a scuola, niente. Alla fine è arrivato in Italia, è stato a Milano per un po’, ha cominciato a lavorare e ha imparato benissimo l’italiano. Ora lo parla perfettamente. Però è venuto a scuola e lui non ha la più pallida idea di cosa faccia due più due. Cosa vuol dire “cosa fa due più due”? L’astrazione. Per cui vedi questo ragazzo alto alto, grande, che cammina tutto lungo il muro, a occhi bassi, chiuso, con questo problema enorme. Sono cose dell’altro mondo.
C’è un ragazzo che lavora per una ditta, e che è riuscito a prendere la patente, non so bene come. Bene, lui non riconosce un ...[continua]

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