Alessandra Condito è dirigente scolastico del Liceo Scientifico Statale Einstein di Milano.

Qualche settimana fa, all’indomani della decisione di prorogare la chiusura delle scuole, lei aveva pubblicato un intervento un po’ sconsolato, oltre che preoccupato...
È così. È un pezzo che ho scritto veramente di getto; non mi aspettavo avrebbe avuto qualche eco. Ciò che in quel momento aveva creato grande rammarico e disagio era stato proprio questo continuo rinvio, questo continuo andirivieni, che sicuramente non ha fatto bene a chi opera nella scuola e ovviamente a chi dovrebbe abitarla, quindi agli studenti e alle loro famiglie. La percezione di quei giorni era che nell’immaginario dei decisori la scuola fosse diventata un po’ la pedina che si poteva spostare più facilmente per risolvere i problemi; insomma: “Va beh, dai, rimandiamo di un’altra settimana, apriamo, no, chiudiamo…”.
La sensazione provocata da questo tipo di comunicazioni, peraltro continuamente contraddette, era quella di una perdita di valore della scuola. Senza nulla togliere alla seria valutazione di quello che è il contesto emergenziale, il mio pezzo voleva enfatizzare appunto questa preoccupazione, questo scoramento. Voleva esprimere anche il timore che in questo continuo rinvio di tre giorni, una settimana, due settimane, un mese, stesse passando il messaggio che in fondo si poteva andare avanti così. Ecco, il mio timore più grande era che ci si abituasse.
Che ci si abituasse all’assenza della scuola in presenza?
Anche confrontandomi con i docenti ho avvertito esattamente questo sentire: in fondo con la Dad stiamo comunque lavorando, in fondo i ragazzi ci seguono...
Noi abbiamo ripreso lunedì 18 gennaio, anche in questo caso con una comunicazione che è arrivata ufficialmente il sabato precedente. Devo dire che è stato proprio un nuovo inizio. È stato un po’ come ripartire con l’anno scolastico. A settembre c’erano molte preoccupazioni, ma anche molte energie. Avevamo passato l’estate a riorganizzare il tutto per fare una ripresa in sicurezza... Settembre è sempre il mese dell’inizio, con le sue paure, le fatiche eccetera. Quest’anno era tutto potenziato, però le sensazioni erano positive. Gli stessi docenti, anche quelli più preoccupati dell’aspetto sanitario, erano felici di essere qui... Alla fine, ciò che prevale è il piacere di esserci, di apprezzare la differenza tra una didattica in presenza e una didattica da remoto.
Anche questa volta abbiamo ripreso con una certa fiducia: speriamo non si riveli mal posta e che si possa proseguire anche con una percentuale ridotta.
L’ultimo Dpcm prevede, per le scuole superiori, il rientro in classe di almeno il 50% degli studenti, fino a un massimo del 75%. Può darsi che al 75% non si arrivi mai, tantomeno al 100%, però anche solo il 50% darebbe l’idea che la scuola superiore, che coinvolge una fascia d’età importante, resta aperta.
A questo proposito devo aggiungere che uno dei temi che secondo me è stato poco valutato è che la scuola superiore non è un unicum: noi abbiamo ragazzini dai 14 anni casomai non ancora compiuti ai 19. Considerare la scuola superiore come un blocco, che si può aprire e chiudere in toto, significa non conoscere la reale situazione. Sulle scuole medie c’è stata, mi pare, una maggiore attenzione a questo aspetto, ad esempio si è riservato un trattamento differenziato alle prime classi...
Qui penso soprattutto alle prime classi delle superiori, che tra l’altro già avevano finito la terza media a distanza... Questi ragazzi non hanno fatto quasi in tempo a conoscere il nuovo contesto, i nuovi professori, eccetera; hanno fatto un primo quadrimestre in Dad.
Credo che questa difficoltà sia stata un po’ sottovalutata. Lo dico ben consapevole delle problematiche della scuola superiore, dei mezzi pubblici, ecc., fatto salvo che magari si poteva lavorare un po’ prima su questi temi. Alla fine ci siamo ridotti all’ultimo; sulla mobilità ci siamo messi in moto durante le vacanze di Natale. Abbiamo lavorato con il Prefetto, con l’ente Città metropolitana sul tema dei trasporti dal 22 al 29 dicembre; le riunioni sono state fatte in queste date. Ecco, forse si poteva sfruttare il periodo estivo... È vero, non si può pensare che le città cambino in un’estate, però forse qualche aspetto organizzativo poteva essere affrontato prima. Ci si è cullati nell’estate... Ci eravamo tutti illusi che il peggio fosse passato, però, ecco, credo che le scuole superiori abbiano pagato un prezzo importante a queste disattenzioni a livello politico centrale e periferico.
Ormai è trascorso un anno dall’inizio della pandemia. Come sono andati questi mesi?
Siamo partiti un anno fa. Premetto che io parlo da un osservatorio relativamente privilegiato, nel senso che è un liceo scientifico cittadino con un’utenza medio-alta. Questo va tenuto in considerazione, anche se va detto che rispetto per esempio alla Dad, l’anno scorso partivamo da una situazione di debolezza perché il mio liceo, come forse molti altri, aveva un’impronta didattica molto tradizionale, quindi con una digitalizzazione assolutamente residuale. Questo ci ha provocato qualche difficoltà iniziale. La disponibilità e la reattività dei docenti è stata però esemplare: in pochissimo tempo la nostra scuola si è adoperata per poter offrire agli studenti una didattica da remoto efficace; anche i docenti più refrattari, i più anziani eccetera, si sono messi al lavoro per offrire un buon servizio. Questo ci è stato riconosciuto dall’utenza, dagli studenti, dai genitori. Devo dire che quindi non c’è stata una grande penalizzazione da questo punto di vista. Ovviamente per alcune discipline, il latino piuttosto che la matematica, insegnare a distanza è più complicato, però diciamo che c’è stata una tenuta.
Da un punto di vista psicologico, invece, è emersa una certa energia vitale. La reazione è stata: ce la possiamo fare. Abbiamo riscontrato una grande consapevolezza anche da parte dei ragazzi, delle famiglie. Quello era il contesto in cui bisognava stare e ci siamo tutti impegnati a mobilitarci nel modo migliore.
Complessivamente il bilancio dello scorso anno, almeno nel mio liceo, con le condizioni di contesto che ricordavo, è stato pertanto positivo. Riguardo invece questo anno scolastico, intanto è pesata l’iniziale illusione di poter riprendere in presenza; ci aspettavamo alcuni periodi critici, la famosa seconda ondata, però quella chiusura arrivata dopo neanche un mese dall’avvio è stata una botta. Anche perché davvero le energie messe in campo per poter garantire una ripresa in sicurezza erano state enormi nel periodo estivo, sia dal punto di vista organizzativo, sia strutturale, parliamo di lavori negli edifici, anche di muratura, importanti, di ampliamento delle aule, e poi acquisto di nuovi arredi, nuove procedure, eccetera. La percezione, in questa fase, è stata di un clima più depressivo un po’ da parte di tutti, dei docenti come delle famiglie.
I docenti a un certo punto hanno iniziato a esprimere forti preoccupazioni: le classi in qualche modo non tenevano più; i ragazzi si collegavano, ma in realtà non c’erano. Soprattutto da fine novembre e poi dicembre molti docenti mi hanno detto: “Mah, li stiamo perdendo... è un po’ come parlare al muro…”.
Questa è stata una sensazione che mi hanno riportato in tanti.
La strategia comunicativa e decisionale sicuramente poco felice del “apriamo senz’altro il 7 gennaio”, poi “forse non apriamo”, “no, apriamo…”, alla fine ha fatto scattare una reazione vitale da parte degli studenti e anche delle famiglie nel dire: “Noi vogliamo ritornare”.
Non mi fraintenda, non voglio fare la movimentista. Per il mio vissuto e per il mio ruolo, sono assolutamente rispettosa delle istituzioni e delle regole. E tuttavia questa cosa ha fatto riemergere una spinta secondo me vitale e sana da parte dei ragazzi, che tra l’altro hanno fatto anche le azioni più forti da un punto di vista simbolico, come le occupazioni, con una maturità che non vediamo in molti adulti e molti rappresentanti delle istituzioni, con un’attenzione al rispetto delle regole igienico-sanitarie impeccabile.
Un po’ di pressione secondo me questo l’ha esercitata. Anche nell’ultima comunicazione arrivata dal Prefetto, in conclusione, nel fornire un tempo di adattamento alle nuove direttive si aggiungeva “purché questo tempo sia limitato”. Insomma, il messaggio era: riaprite il prima possibile per venire incontro alle legittime esigenze dei ragazzi.
Da un certo punto in poi la scuola superiore, forse anche grazie a queste azioni, è così tornata al centro dell’attenzione.
Purtroppo, infatti, questa gestione delle chiusure delle scuole superiori sembrava aver fatto riemergere in Italia un pensiero sulla formazione un po’ antico in cui, in particolare le scuole materne ed elementari, erano viste principalmente in chiave assistenzialista, cioè del “teniamole aperte perché le mamme devono andare a lavorare”. Invece, da una certa età i ragazzi possono stare da soli, quindi non c’è problema...
Questo mi ha molto colpito. Sembrava che l’unico problema fosse: ma come fanno i genitori a uscire se non mandiamo i loro figli a scuola? Ma l’istruzione, la formazione sono un’altra roba!
Cioè qui o decidiamo che la scuola è importante e quindi tutte le volte che si apre uno spiraglio mandiamo i ragazzi a scuola, altrimenti io temo che entriamo in una china... E purtroppo qui i danni sono già stati fatti e non sarà facile recuperare. Penso soprattutto alle regioni del Sud, dove hanno chiuso anche le elementari.
Mantenere aperta la scuola, anche con percentuali minime, sarebbe importante. Non importa se quella settimana l’hanno frequentata solo le prime classi, il messaggio è che la scuola, appunto, non chiude, che la scuola c’è. Questo avrebbe un impatto anche a livello simbolico, su cosa si ritiene importante in questo paese.
Con la didattica a distanza com’è andata?
Dal punto di vista delle competenze degli insegnanti, nella didattica digitale sicuramente sono stati fatti ulteriori passi avanti. I docenti sono passati da Google Meet per fare la lezione frontale a usare la lavagna digitale, a organizzare dei gruppi in contemporanea, a inventarsi delle cose... Per una scuola con un’identità abbastanza tradizionale come la nostra, è stato fatto un grande lavoro e confido che, anche quando tutto questo sarà finito, queste competenze rimarranno nella professionalità del docente.
Un altro aspetto positivo che vorrei sottolineare è che questa distanza in molte situazioni in realtà ha creato dei canali di vicinanza emotiva inedita tra docente e studente. Paradossalmente maggiori di quando c’era la didattica in presenza. È emersa un’attenzione proprio al benessere dello studente, e poi c’è stata un’esplosione dei canali comunicativi, usati per motivi didattici (“se non vi è chiaro, mandatemi una mail”) ma anche per scambi più personali...
Questo è un aspetto che nessuno di noi avrebbe potuto immaginare. La maggioranza dei docenti non si è rifugiata dietro la difesa del proprio ruolo, tipo: “Ci sono solo al mattino...”, o: “Quando esco dall’aula sia fisica o virtuale non ci sono più...”. Al contrario, hanno dimostrato pressoché tutti una grande disponibilità.
Com’è andata con gli studenti che già prima avevano qualche disagio?
In realtà qualche docente già lo scorso anno mi raccontava che alcuni ragazzi che magari erano in difficoltà, con la Dad sono venuti fuori meglio, nel senso che magari avevano i loro tempi e questa modalità si è rivelata loro più consona... Va anche detto che le richieste dei docenti sono leggermente diminuite...
Comunque, almeno l’anno scorso, c’è stata una certa compensazione e non sono emerse situazioni pesanti da questo punto di vista. Tenga conto che qui non ci sono studenti con disabilità; le difficoltà per lo più sono legate ai cosiddetti disturbi dell’apprendimento e qui direi che siamo riusciti a compensare abbastanza bene.
Le situazioni più critiche riguardano i ragazzi stranieri; qui non ce ne sono molti, ma la Dad ha sicuramente acuito e renderà ancora più visibili le differenze sociali. La didattica a distanza funziona quando dietro hai dei genitori (che magari lavorano in smartworking) che ti possono aiutare. Insomma serve tutto un contesto...
Proprio l’altro giorno facevo un colloquio con la mamma di una ragazza straniera che sta a casa tutto il giorno da sola, che non ha molti strumenti e che si sta perdendo, perché ovviamente la madre non è in grado di seguire quotidianamente gli avvisi sul registro elettronico, ecc. Quest’anno, soprattutto nelle prime, abbiamo registrato una percentuale maggiore del solito di ragazzi stranieri con qualche fragilità, quindi abbiamo offerto dei momenti di potenziamento anche con un rapporto uno a uno attraverso l’utilizzo dell’organico potenziato. Sono stati seguiti dall’inizio da professori loro dedicati. Mi sembra che questa cosa stia funzionando abbastanza bene.
Dicevi che stanno emergendo anche situazioni depressive...
Prima ho parlato dei docenti. In realtà stanno emergendo -soprattuto nelle ragazze- situazioni depressive talvolta collegate a disturbi alimentari. Nelle scorse settimane mi era capitato di leggerne sui giornali; ebbene, nel giro di pochi giorni mi sono imbattuta in casi analoghi anche nella nostra scuola. Probabilmente le famiglie, fino a quando c’è stata la Dad completa non hanno sentito il bisogno di portare questo tema all’attenzione; ora, con la ripresa in presenza, nel timore che magari questa cosa possa venir fuori in maniera inopportuna, queste situazioni stanno emergendo. Viene fuori anche la fatica di riprendere a venire a scuola, la paura di non di reggere l’intera giornata a scuola...
Ne parlavo l’altro giorno con lo psicologo scolastico; il nostro sportello è sempre rimasto attivo pur se da remoto. Ecco, noi pensiamo sempre che i giovani non vedano l’ora di uscire. In realtà aumentano i ragazzi che hanno somatizzato queste paure e che fanno fatica a uscire, a riprendere i contatti... Gli stessi rappresentanti d’istituto mi dicevano di aver ricevuto tantissime mail da studenti, non dico arrabbiati ma quasi, rispetto alle proteste contro la Dad, perché loro non vogliono affatto tornare in presenza.
Come dicevo, a Milano ci sono state queste occupazioni a staffetta per la ripresa. Ebbene, il mondo studentesco si è molto diviso su questo. C’era una percentuale molto alta che era totalmente contraria alla ripresa. Questo ci deve far pensare.
In un questionario che abbiamo fatto nel corso di una collaborazione molto informale con l’Università Cattolica sul tema della Dad e della valutazione, a cui hanno risposto più di ottocento studenti prima di Natale, moltissimi ragazzi hanno scritto: “Sì ho voglia di tornare, però ho paura di non essere più in grado di reggere...”.
Alcuni citavano la paura del Covid, altri quella di non reggere la fatica, di non essere più capaci di stare in una scuola in presenza, con le richieste, le verifiche...
Il liceo è faticoso di suo e quella adolescenziale è un’età critica, però, insomma, i ragazzi sono sempre sopravvissuti al liceo! Pur con la fatica, le frustrazioni, la giornata che andava male, le interrogazioni a sorpresa. Sono percorsi faticosi ma che ti fanno crescere. Ecco, questa comfort zone così prolungata li ha fatti in qualche modo accoccolare nella tana. Questo capita anche a noi adulti; lo sentiamo dire continuamente: “A casa si stava anche bene...”. Io stessa, che sono sempre stata per una ripresa della didattica in presenza, domenica prima di rientrare pensavo: “Però…”. Insomma, ovviamente c’è anche questo lato molto umano… Tuttavia, ritrovare questi pensieri nelle parole dei ragazzi fa un po’ impressione. L’adolescenza è proprio l’uscire fuori. Invece molte mamme mi hanno confessato di dover quasi spingere i ragazzi: “Dai, vai comunque a fare un giro…”.
A chi si rivolgono i ragazzi in questi casi? La scuola è attrezzata?
Nel momento in cui ci sono elementi importanti di disagio, a quel punto è in genere la famiglia che fa da mediatrice e quindi parla con il coordinatore, ecc.; lì magari veniamo a sapere che la ragazza è seguita dallo psicologo a livello privato. In questi casi facciamo poi un incontro allargato di équipe per condividere delle strategie, delle messe a punto.
Per situazioni casomai meno gravi, i ragazzi si rivolgono anche allo psicologo scolastico. Questo servizio è rimasto sempre attivo: tramite una mail, in maniera molto riservata, chiedono un colloquio. In genere, attraverso lo sportello della scuola si fanno due o tre incontri e se il problema è serio si viene orientati verso percorsi di altro tipo.
Qualche studente ne parla a volte con i docenti o viceversa è il docente che osserva... Oggi, per esempio, è venuta questa professoressa che mi ha detto: “La mamma mi aveva anticipato che la ragazza era un po’ in crisi, fino a che è durata la Dad con la videocamera non percepisci più di tanto... oggi la ragazza era in presenza ed è stata tre ore con la testa sul banco...”. In questo caso siamo anche noi che rimandiamo un feedback alla famiglia. Ecco, ci muoviamo in questo modo.
Per quanto riguarda il rapporto tra di loro, tra pari, non saprei, è molto soggettivo; in genere chi vive queste situazioni ha uno o due ragazzi del gruppo classe con cui è più in confidenza...
Come vi siete organizzati con il 50%?
Ci siamo organizzati con una ripresa al 50% di tutte le classi a giorni alterni e a gruppo classe intero, quindi alcune classi vengono il lunedì, mercoledì e venerdì; le altre gli altri giorni; la settimana successiva si alternano i giorni in modo da poter seguire lezioni in presenza su tutte le materie. Così la classe non viene separata. Pur avendo alcune classi numerose abbiamo trovato degli spazi grandi, ex laboratori… Al collegio docenti ci siamo confrontati su questo e abbiamo preferito questa scelta. Chiunque ha potuto si è mosso in questa direzione. A questo punto ci è sembrato importante salvaguardare l’unitarietà del gruppo classe. La didattica digitale integrata va bene se non ci sono alternative, ma è sicuramente meno efficace da un punto di vista di conduzione della lezione. Averne un tot in presenza, un tot a distanza con interferenze varie... Ovviamente, nel caso i ragazzi non possano seguire perché in quarantena o altro accederanno da remoto. Però fondamentalmente, laddove non ci sono questi problemi, salvaguardiamo l’unitarietà di classe.
Parliamo del rapporto tra insegnanti e genitori che negli ultimi anni si era fatto spesso faticoso. In questi mesi sembra essersi ricostituita una piccola alleanza...
Assolutamente sì. Nel mio liceo, a parte situazioni che possono capitare, c’è sempre stato un buon rapporto sia tra le singole famiglie e i professori sia a livello di comitato genitori. C’è un rapporto direi buono con l’utenza e con le famiglie.
A mio avviso quello che le famiglie hanno riconosciuto è stato il reale sforzo fatto dalla scuola per affrontare questa situazione. Hanno molto apprezzato il fatto che i docenti ci siano sempre stati e con una disponibilità veramente molto ampia perché poi, lo sappiamo, questi mezzi ci fagocitano, non ci sono più orari... Questo in effetti ha rafforzato degli elementi di alleanza educativa. In fondo se tante cose sono venute a mancare intorno alla vita dei ragazzi, la scuola non è mai venuta meno. Nelle scuole superiori, soprattutto in un liceo scientifico, salvo il periodo degli scrutini o quando si avvicinano le fasi critiche, le famiglie non sono particolarmente invasive. Io ho lavorato anche in istituti comprensivi dove c’è una presenza molto più forte dei genitori, la senti tutti i giorni... alle superiori questo non avviene di norma. Però in questi mesi qualcosa è cambiato, mi arrivano dei feedback; il ringraziamento da parte dei rappresentanti o di singole famiglie... Paradossalmente da questo punto di vista è un buon momento. Questa situazione ha rafforzato un’alleanza educativa.
Sullo stato di salute dei professori, come sta andando? Soprattutto per chi si avvicina all’età della pensione non è stato facile riconvertirsi, ma forse neanche per i più giovani.
Nel mio corpo insegnante ho proprio le due fasce: i vicini alla pensione e una fascia anche relativamente giovane con figli piccoli, quindi con tutte le problematiche connesse. Io sono fortunata: sono dei grandi professionisti e quindi prevale sempre la dedizione.
Negli ultimi mesi queste due anime hanno espresso anche due modi diversi di vivere lo stress correlato al lavoro e in particolare a queste “false” partenze. Ho visto docenti a un certo punto tra il depresso e l’arrabbiato, con una prevalenza dell’aspetto depressivo. Molti erano sfiduciati che non si riaprisse mai, con un irriducibile desiderio di fare scuola in presenza. Un altro gruppo di docenti era invece piuttosto preoccupato per una ripresa in presenza, specie i meno giovani. Lo stress maggiore ha interessato però l’ultimo periodo.
L’ultimo mese e mezzo è stato devastante da questo punto di vista. Avevamo tanto lavorato per prepararci alla riapertura e poi: “No, chiudiamo”. Ecco, in questi continui cambiamenti si infilano poi tutte le preoccupazioni, le ansie, che non fanno bene a un’organizzazione comunque complessa come quella della scuola, che deve mantenere un proprio equilibrio per farsi garante poi di tutta una serie di processi che impattano sugli studenti, sulle famiglie.
Anche rispetto al rapporto centro-periferia: ogni scuola oggi ha una sua autonomia, anche se poi alla fine ci siamo ritrovati a fare tutti scelte molto simili. Però,  soprattutto in una città come Milano, è come se ogni scuola fosse un piccolo regno; ecco, tutto questo ha portato un’ulteriore fatica che non ha giovato. Forse bisogna ripensare seriamente a cosa significa una politica scolastica che sia davvero di aiuto.
Comunque oggi siamo qui e la percezione è positiva. Si dice sempre che una organizzazione si vede dai corridoi, della macchinetta del caffè, ecc. Ecco, la sensazione è che in realtà prevalga come sempre la voglia di ricominciare. La fortuna di lavorare con i ragazzi, con i giovani, con i bambini è che poi prevalga l’anima positiva. Lo vedo nello sguardo dei ragazzi e dei professori in questi giorni... Mi sembra che alla fine a vincere sia l’aspetto vitale, della speranza, del futuro. È difficile essere depressi se lavori con i ragazzi!
(a cura di Barbara Bertoncin)