Paola Bertilotti insegna al Lycée général et technologique Georges Dumézil, a Vernon.

Tu insegni in Francia e ti sei confrontata con il problema dell’antisemitismo a scuola. Puoi raccontare?
Faccio una premessa sul mio percorso scolastico. Sono nata e cresciuta in Francia da genitori italiani, nel ’98 mi sono laureata e nel 2000 ho vinto il concorso per diventare professore di italiano in Francia. A ventidue anni. Ma in Francia non è un evento eccezionale. Quando uno entra di ruolo deve convalidare questo concorso facendo un anno di tirocinio. Io però, avendo vinto anche un assegno di ricerca all’università, invece di svolgere il mio tirocinio alle scuole l’ho potuto fare all’università. Quindi sono entrata di ruolo in una scuola media solo nel 2011, in Normandia.
Quindi hai aspettato dieci anni prima di entrare a scuola a insegnare.
Sì, ovviamente mi interessava molto la ricerca universitaria. Mi sono occupata di memoria della Shoah in Italia, ma devo anche dire che la scuola di secondo grado mi spaventava parecchio, per quello che sentivo dai miei amici che pure si erano laureati e avevano vinto i concorsi in quegli anni. In Francia, nei primi anni della carriera, si usava, e si usa tuttora, mandare gli insegnanti nei posti più squallidi e difficili della periferia delle grandi città. Entrando di ruolo molto giovane, quindi, ci si trova a volte con ragazzi che hanno anche solo quattro anni meno di te. Proprio nell’anno in cui io ho cominciato la mia tesi, un’amica, che invece aveva fatto la scelta di iniziare subito l’insegnamento, si è trovata a lavorare in condizioni difficilissime: ha subìto addirittura delle minacce di stupro da parte di un ragazzo, cose dell’altro mondo... Con una dirigenza scolastica che già all’epoca non sempre assecondava e tutelava gli insegnanti, per evitare che la scuola fosse giudicata male dal provveditorato. Quindi, sì, devo dire che, ascoltando questi racconti, ero parecchio spaventata all’idea di dover affrontare una situazione simile. Avevo ventidue anni!
Dicevi che occupandoti di antisemitismo, i tuoi timori sono stati confermati…
Proprio nel 2002 mi trovai a partecipare a un corso di formazione per insegnanti organizzato dal Centro di documentazione ebraica contemporanea di Parigi, che cura anche il Memoriale della Shoah, e a una conferenza in cui c’erano George Bensoussan, Annette Wieviorka, quindi persone importanti, rimasi molto colpita da Bensoussan che ci disse: “Vi hanno detto che insegnando ai giovani gli orrori del passato potrete evitare gli orrori del presente, beh, io vi do una notizia che è una bomba: non si può più insegnare la Shoah in alcune scuole in Francia”. E quindi cominciò a raccontarci quello che uscì poi nel 2002 ne Les territoires perdus de la République (“I territori perduti della repubblica”), che pubblicò sotto pseudonimo (anche questo è significativo); ci spiegò che in quanto responsabile di corsi di aggiornamento per insegnanti raccoglieva, ormai da più di cinque anni, testimonianze allarmanti sulla diffusione dell’antisemitismo, del fondamentalismo islamico e del sessismo nelle scuole francesi. Ci disse che in Francia non si potevano più tenere alcuni corsi, in particolare sul tema della storia della Shoah o del ruolo delle donne nella società. Ero una studentessa di 24 anni, cresciuta nella Francia degli anni Ottanta e Novanta ascoltando gli ex deportati che venivano a testimoniare nelle scuole, e ricordo di essere rimasta allibita a quella conferenza. Non avevo mai sentito niente di simile. Senonché, nell’ambito del dottorato di storia a cui ero iscritta, conobbi un gruppo di ragazzi, più o meno della mia stessa età, che già insegnavano nelle scuole secondarie. Loro mi dissero che questo era quello che loro vivevano tutti i giorni. Devo dire che ebbi paura! Pensai: “Se mi trovo in una situazione del genere, cosa rispondo, cosa dico, cosa faccio?”...
Questi insegnanti venivano contestati dagli alunni durante la lezione?
Sì, venivano contestati molto duramente. In due modi: da studenti che affermavano che non c’era stata la Shoah, che era stata tutta un’invenzione degli ebrei, e da quelli che dicevano che sì, erano stati uccisi sei milioni di ebrei ma che sarebbe stato un bene se ne fossero stati uccisi di più. Il clima si era ulteriormente inasprito con l’inizio della Seconda intifada in Palestina.
Ma questo avveniva solo nelle scuole delle banlieue?
Principalmente in brutte scuole di brutte periferie. Ma nel 2003 un fatto del genere avvenne in un istituto della capitale, il liceo Montaigne nel sesto arrondissement di Parigi, uno dei quartieri più ricchi e agiati della capitale francese. Un bambino di prima media venne perseguitato, in quanto ebreo, da altri due ragazzini. Per mesi fu insultato e picchiato, anche lì con esternazioni del tipo: “Sono stati sterminati sei milioni di ebrei, anche tu dovresti essere morto”, ecc., ecc. All’inizio il bambino non disse niente ai suoi, poi finì al pronto soccorso e i genitori, visto il referto, si preoccuparono molto, andarono dal preside e la cosa venne fuori. Quel che fece impressione fu la mancata reazione del preside e degli insegnanti. Certo, era una situazione delicata: si trattava di bambini di undici anni e di un conflitto tra comunità che si rifletteva su di loro, perché i due piccoli bulli erano di origine musulmana. Comunque, da quello che poi pubblicò la stampa, venne fuori che il preside aveva reagito all’inizio in modo blando, spostando in un’altra classe i ragazzini aggressori; in un secondo tempo furono espulsi e però, alla fine, di fronte alla denuncia dei loro genitori, furono reintegrati, e chi dovette andar via fu il bambino ebreo, che fu iscritto in un’altra scuola dei dintorni, il liceo Henry IV. Ovviamente questo fu un caso molto mediatico, perché era avvenuto in una scuola del centro di Parigi, una scuola molto borghese. Nelle scuole delle banlieue, per dirla con Les territoires perdus de la République, c’era invece un’atmosfera “pogromistica”. Questa diagnosi fu poi confermata nel 2004, dal Rapporto Obin, una relazione frutto dei rapporti redatti da nove ispettori generali della pubblica istruzione che avevano svolto un’indagine a tappeto. Da questa indagine emerse che nelle periferie francesi la scuola pubblica era di fatto preclusa ai ragazzi ebrei, perché quasi sistematicamente vittime di bullismo, stalking, violenze. Non solo, il Rapporto Obin evidenziava come, in nome della religione, la contestazione dei corsi di storia, di biologia, cominciasse a essere una cosa frequente. In alcune scuole non si poteva più fare una lezione sulla preistoria perché facente riferimento a un periodo ante biblico, sull’arte gotica perché cattolica, sul sistema riproduttivo...
L’indagine svolta nel libro Les territoires perdus de la République, in fondo si basava su una decina di testimonianze di persone che erano entrate in contatto con Bensoussan frequentando corsi di aggiornamento, ma lì, invece, si trattava di un’indagine a tappeto. Sconvolgente. Fatto sta che lì per lì la relazione non fu resa pubblica dal Ministero della pubblica istruzione e non ne fu tratta alcuna conseguenza.
Ma la politica è impotente rispetto a queste dinamiche?
Io penso che ci siano tante ragioni e tante problematiche. è un problema molto difficile da risolvere, non è che arrivi lì e hai una soluzione immediata. Innanzitutto c’è il fatto che, della periferia francese, nessuno si vuole più occupare. Ci sono posti dove non entra più neanche la polizia. Continuano ad andarci i medici, gli insegnanti e i vigili del fuoco, ma questi ultimi, che vengono chiamati a intervenire non solo per un incendio, ma anche per urgenze tipo Croce Rossa, sono stati aggrediti più volte e, quindi, non vogliono neanche più andare. Degli insegnanti chi ci va? I giovani al primo incarico, ma appena uno ha un punteggio sufficiente per andarsene di norma se ne va. Non sempre è vero, c’è anche chi accetta la sfida e fa un lavoro assolutamente fantastico, ma comunque il problema resta.
Questi quartieri sono dei ghetti?
Certo. È chiaro che se uno mette nella stessa brutta periferia solo persone di immigrazione recente, disoccupati, i danni si concentrano. C’è anche un problema proprio di organizzazione sociale. In alcune scuole uno si trova con ragazzi che addensano su di loro tutti i problemi sociali: disoccupazione dei genitori, famiglie poco integrate, appena arrivate, assenza di prospettive, discriminazione, controlli incessanti della polizia, a volte anche svolti in modo molto violento. Lì la propaganda integralista trova terreno fertile. “Le Canard enchaîné”, dopo l’assassinio di Samuel Paty, ha pubblicato un articolo in cui si raccontava che in una cittadina della lontana periferia parigina, Mantes-La-Jolie, celebre per il quartiere “caldo” del Val Fourré, presente nelle pagine di cronaca da trent’anni, il sindaco aveva preso accordi con associazioni islamiche, anche integraliste, per ottenere consensi. Tipo, ti aiuto a costruire una moschea e tu mi assicuri i voti della comunità. Con in più, l’idea, certo, che le associazioni religiose possano allontanare i ragazzi dalla strada, dallo spaccio, e rendere così più tranquille le periferie. Ecco, a volte i responsabili politici hanno avuto un ruolo a dir poco ambiguo.
Come vi siete comportati dopo l’assassinio di Samuel Paty?
Samuel Paty è stato assassinato l’ultimo giorno prima delle vacanze di autunno, dal 17 ottobre al 2 novembre noi eravamo in vacanza. Quando siamo tornati, eravamo in una allarmante situazione sanitaria che comprometteva anche il rientro a scuola. Il Ministero della pubblica istruzione aveva promesso che il primo giorno di scuola ci sarebbe stata una cerimonia di omaggio al collega assassinato e dovevamo quindi entrare alle otto e mezza per avere due ore di riflessione tutti assieme prima dell’arrivo degli alunni per poi partecipare a una cerimonia seguita da una lezione di educazione civica. Però, con il pretesto della crisi sanitaria, questo progetto è stato annullato, quindi noi siamo arrivati alle otto e mezza di lunedì 2 novembre e siamo dovuti entrare come se niente fosse. Ci hanno annullato le due ore di riunione che avremmo dovuto avere e i ragazzi sono arrivati normalmente. Dovevamo fare un minuto di silenzio alle 11 e, se l’insegnante se la sentiva, dalle 10.30 alle 11.30 poteva dedicare un’ora di riflessione all’argomento, se no poteva farne anche a meno. Si poteva, cioè, anche non fare nulla.
Io il lunedì mattina comincio alle 11.30, non avevo lezione dalle 10.30 alle 11.30, quindi non ho visto i ragazzi in quell’ora. Nella mia scuola sono rappresentante sindacale dei docenti e, con altri rappresentanti, abbiamo chiesto un appuntamento al preside però questo ovviamente l’abbiamo potuto fare solo dopo, una volta rientrati dalle ferie.
Comunque durante le vacanze il preside aveva mandato un messaggio che diceva: “Non voglio problemi, non voglio vi mettiate in situazioni critiche, c’è stato un attentato a Nizza due giorni fa, un collega è stato assassinato il 17 ottobre, non voglio che vi mettiate in una situazione in cui potreste essere in pericolo”.
Da una parte questo lo capisco, però è anche vero che così ci lasciano soli, perché un conto è avere un quadro nazionale in cui tutti devono parlare della stessa cosa alla stessa ora, un altro è lasciare la scelta ai singoli insegnanti. Fare tutti la stessa cosa protegge; quando diventa una responsabilità individuale siamo molto più in pericolo.
Insomma, hanno lasciato che i presidi e gli insegnanti si arrangiassero. Io so da una collega che lavora in un liceo qui vicino, tra l’altro a Evreux, in cui è cresciuto il terrorista jihadista che ha assassinato Samuel Paty, che il preside ha organizzato una cosa davvero fantastica, cioè ha convocato il corpo docenti dalle 8 alle 10, ha chiamato i ragazzi alle 10.30, ha riunito tutti nel cortile, che è abbastanza capiente per rispettare le norme sanitarie, e ha tenuto un lungo discorso sull’orrore suscitato dagli eventi, sulla necessità della tolleranza, sulla laicità, poi ha chiesto a tutti il silenzio e ha cantato l’inno nazionale francese, la Marsigliese. Da solo, a cappella.
La collega che era lì mi ha detto che è rimasta molto impressionata, che era stata una cosa molto forte, e poi quando hanno ripreso ognuno la propria classe, dalle 10.30 alle 11.30, è stato anche più facile perché avevano partecipato tutti a questo momento collettivo. Noi invece siamo rimasti soli. Allora, io sono una professoressa di italiano, però ho anche un master di storia, l’ho studiata, quindi insomma due-tre cose… però per un insegnante di chimica è più difficile sapere anche come inserire nel proprio percorso didattico questi eventi.
Dai giornali in Italia è sembrato che la commemorazione di “Charlie Hebdo” fosse stata una decisione di Samuel Paty. Tu invece dici che sono prescritte, sono previste, delle lezioni...
Certo. Allora, bisogna forse cominciare proprio dalla concezione dello stato laico. In Francia dal 1905 è stata varata una legge che non consente un’ingerenza delle chiese nella scuola, ma neanche un’ingerenza della scuola nelle chiese. Di conseguenza l’insegnante deve essere assolutamente neutrale. Ad esempio non sarebbe possibile in una scuola francese un’ora di religione. Ancor meno che fosse tenuta da un prete o una suora. Quindi come insegnante io posso parlare di religione solo nell’ambito della storia delle religioni, della storia dell’arte, della storia della filosofia. Un crocefisso in aula, come in Italia, assolutamente non sarebbe possibile.
Dal 2004 una legge vieta nella scuola anche la presenza di distintivi religiosi in senso lato. Quindi uno scolaro, uno studente, fino alla fine della scuola secondaria non può venire a scuola con una croce vistosa o una kippah o un velo islamico, ecc. Tutti i segni religiosi sono vietati. Questo in nome del principio di laicità che fa parte della Costituzione francese dal 1946, ribadito nell’art. 1 della Costituzione del 1958. Quindi fare una lezione di educazione civica in cui si parla di laicità e di libertà del pensiero fa parte degli obblighi degli insegnanti di storia e geografia, fa parte del programma scolastico. Poi, dopo il 2015, cioè dopo gli attentati a “Charlie Hebdo” e al Bataclan, ecc., era stato ripensato tutto un percorso didattico che consentisse agli insegnanti di parlare, appunto, delle caricature e vignette di “Charlie Hebdo”. Tant’è che era stata organizzata una mostra itinerante, da parte del Ministero della pubblica istruzione, che può essere presentata nelle biblioteche, nelle scuole, ecc. Il liceo in cui lavoro tuttora aveva deciso di presentare questa mostra, con le caricature di “Charlie Hebdo”. Ma su raccomandazione, ripeto, del Ministero. Non è che la bibliotecaria della mia scuola sia andata a chiedere a “Charlie Hebdo” le vignette che poi avremmo fatto vedere a scuola. No, era una mostra patrocinata dal ministero della Pubblica istruzione. Ci sono percorsi didattici sul tema della libertà di pensiero che si possono trovare sul sito Eduscol, che è un sito del Ministero. Quindi non è che Samuel Paty si sia inventato una cosa strana, lui ha seguito le indicazioni del Ministero. Anche per questo è molto scioccante la cosa.
Poi è in corso un’indagine su come sono andate le cose, però, da quanto emerge dalla stampa francese, sembrerebbe che in un primo tempo la preside, invece di difendere l’operato del collega, e non solo la sua libertà pedagogica ma proprio il fatto che lui svolgesse un’unità didattica prescritta dal ministero, lì per lì, abbia organizzato una specie di mediazione con la famiglia di un alunno, senza rendersi conto che poi l’alunno che aveva accusato Samuel Paty di offesa al culto islamico non era venuto a lezione. Quindi lui è stato accusato secondo una dinamica che tra l’altro ricorda quella del bullismo: qualcuno dice e altri cominciano a reagire solo sul sentito dire. Poi da lì è intervenuto il padre di quell’alunno, che si è recato dalla preside dichiarandosi scandalizzato per il fatto che fossero state pubblicate quelle famose vignette. Ma ancora più grave è che ci sia andato assieme a un noto predicatore islamista, quindi non uno qualsiasi, ma uno che ha pendenze giudiziarie, che era seguito dai servizi segreti per propaganda islamista. Così questo tizio che non c’entrava niente, né con il ragazzo, né con la scuola, è stato ammesso a colloquio dalla preside. Come insegnante mi chiedo come sia stato possibile che costui sia entrato in una scuola.
Strana ironia della sorte: da un articolo pubblicato dal settimanale “Marianne”, si è saputo che un professore di storia di una scuola media della periferia lionese in cui lo stesso Samuel Paty fece a suo tempo il suo debutto di insegnante, è stato aspramente contrastato dai genitori di un alunno in occasione, appunto, della commemorazione del 2 novembre. Il Provveditorato di Lione non sembra essere stato in grado di tutelare il collega. Tant’è che l’insegnante minacciato ha rassegnato le dimissioni mentre gli alunni contestatori non hanno subito particolari sanzioni.
Tu dici che in questi quartieri difficili, alla fine succede che insegnanti e medici vengono lasciati abbastanza soli. Qual è la tua esperienza?
La mia prima esperienza in merito è stata quando ho cominciato a insegnare all’università nel 2000-2001. Io lavoravo in un’università di Parigi, Paris 3 Sorbonne Nouvelle. All’epoca, ora non so, circa il 60% dei ragazzi veniva dalla periferia parigina. Avevo una lezione che cominciava alle cinque e finiva alle sette. Un giorno, ero andata a un convegno, così dovevamo recuperare e finire più tardi, ma un gruppo di ragazzine venne a dirmi che loro non potevano fermarsi perché tornando a casa dopo le sette di sera, nel loro quartiere, sole per strada rischiavano. Rischiavano fisicamente, voglio dire. Poi ci siamo messe a parlare, io ero giovane e chiacchierare era abbastanza facile, così mi confessarono che loro arrivavano all’università vestite con una tuta, dimesse, e poi andavano nei bagni, si cambiavano, indossavano una gonna, diventavano più carine, eleganti. Andavano a cambiarsi nei bagni perché se le avessero viste così, lì dove vivevano, rischiavano. Questi temi non sono mai stati affrontati sul serio, anche perché l’élite politica francese se ne sta a Parigi centro e questi problemi non li vive…
Ma non ci sono iniziative associative, magari anche interreligiose che dal basso affrontano questi problemi?
Fino diciamo a metà degli anni Novanta, in parte delle periferie francesi era molto importante il lavoro svolto dal Partito comunista.
All’epoca le periferie rosse di Parigi, Bobigny, ecc., erano tutte periferie comuniste, in cui c’era comunque un associazionismo forte. Quando questo è venuto meno, è venuto meno anche l’interesse politico, diciamo così, tanto più in presenza di un cambiamento della composizione sociale dei quartieri, in cui, usando termini di un tempo, il proletariato era diventato sottoproletariato. Ora, non vuol dire che non ci sia stato nulla, però politicamente c’è stato meno impegno. Quando ero in università, avevo un amico che insegnava in una periferia parigina e che aveva fondato un giornale che si chiamava “Quinta zona”, un nome ripreso dalle “zone” della metropolitana (le prime due sono a Parigi centro, poi la zona tre, quattro e cinque sono quelle lontane, di periferia). Lui svolgeva un lavoro di base, quasi da sacerdote, politicamente proveniva dall’estrema sinistra francese trotzkista, e provava a coinvolgere colleghi più giovani di lui per organizzare corsi di formazione, anche incontri tra giovani che vivevano nel centro e giovani di periferia. Io ho partecipato per un po’. Di queste attività ce ne sono tuttora. Ci sono ovviamente associazioni molto più importanti, come il Secours Populaire, che è attivo nel settore assistenziale ed educativo. C’è un associazionismo locale vivace, sostenuto dai comuni. Il problema è che sono subentrate le associazioni religiose e lì son stati guai perché spesso non sono affatto moderate. A volte ci sono iniziative molto valide. In una periferia “calda” di Parigi, l’imam e il rabbino avevano messo su un “pullman della pace” che passava nei vari quartieri e aveva come obiettivo di consentire a ragazzi di comunità diverse di conoscersi. Per un po’ mia sorella si era impegnata in questo ambito, però temo siano iniziative che coinvolgono solo una parte esigua delle persone.
Dopo le grandi rivolte del 2005 nelle banlieue è cambiato qualcosa?
Ci sono state iniziative fatte anche da noti giornali, o blog, da associazioni locali per far conoscere le periferie. Ad esempio avevo sentito una trasmissione molto bella in cui c’era un gruppo di ragazzi che aveva deciso di inventare un turismo di periferia per far conoscere il proprio territorio agli altri, erano diventati guide della loro città. Un’amica, che l’anno prossimo andrà in pensione, ma che adesso è insegnante part-time, ha tenuto lezioni di alfabetizzazione per madri immigrate, che non parlano francese. Quindi, ci sono state iniziative di questo tipo, però c’è stato poco interesse politico per queste periferie tranne nei momenti delle elezioni. Questo si collega con quello che diceva l’articolo del “Canard Enchainé” di cui parlavamo prima, cioè che alcuni uomini politici, per ottenere consensi, erano pronti ad accettare patti con associazioni poco raccomandabili. Il lavoro che andrebbe fatto, di educazione popolare e di lotta alla disoccupazione, in realtà è stato in parte abbandonato.
Volevo chiederti quanto pesa l’eredità coloniale su tutto questo.
Molto. C’è anche molto rancore storico. Nel caso francese questo influisce parecchio, direi da entrambe le parti. Per esempio nel modo in cui è stato gestito il movimento di rivolta del 2005: fu deciso un coprifuoco che non c’era più stato dai tempi della guerra d’Algeria. La memoria della guerra d’Algeria è dolorosa e poi c’è una generazione che comunque, nonostante la guerra d’Algeria, è stata costretta a venire in Francia a lavorare e qui è stata trattata male, qui ha dovuto accettare di vivere in condizioni molto difficili. C’è l’atteggiamento della polizia che è spesso discriminatorio. Ci sono regolarmente denunce di controlli abusivi a persone solo perché di pelle scura. Quando ero al liceo, un mio amico, figlio di genitori di origine martinicana, era controllato quasi ogni giorno dalla polizia sulla metropolitana. Quasi ogni giorno! Io non sono mai stata controllata, mai, lui ogni giorno. Credo che questo incida. Sentirsi una popolazione discriminata non aiuta a integrarsi. Due anni fa ci sono state manifestazioni studentesche importanti contro una riforma dell’esame di maturità. Le manifestazioni si sono svolte abbastanza tranquillamente in città. Al Val Fourré, che è vista come una delle peggiori periferie francesi, la polizia, intervenuta per reprimere i manifestanti, ha chiuso i ragazzi per un pomeriggio intero in una specie di stadio, facendoli inginocchiare con le mani sulla testa; tant’è che poi i ragazzi che hanno manifestato nei giorni successivi facevano tutti il gesto del mettersi le mani in testa, accusando la polizia di un controllo abusivo, di razzismo, ecc. è ovvio che queste cose non aiutano una convivenza pacifica. Ma lì s’è creato proprio un circolo vizioso perché naturalmente chi si trova a intervenire nelle periferie di norma è il poliziotto principiante che non sa come gestire situazioni difficili. Succede, cioè, esattamente quello che viviamo noi insegnanti quando, appena assunti, veniamo mandati nelle zone più brutte. Quindi c’è tutto questo: razzismo nella polizia, l’eredità forte della guerra d’Algeria, la memoria delle violenze degli anni Sessanta del prefetto della Senna, che causò la morte di decine di persone gettate nel fiume. In più un passato di discriminazione, un passato coloniale e il fatto che la Francia per tanti anni non ne ha voluto sentir parlare. Tutto questo non aiuta.
Nell’insieme credo questo abbia portato anche alla diffusione di un antisemitismo che non è nuovo, ma che questa volta non è di origine cattolica. Gioca molto anche la logica del capro espiatorio: io mi sento discriminato e quindi autorizzato a discriminare qualcun altro; subisco una discriminazione e immagino in modo fantasmagorico che quell’altra comunità abbia avuto una sorte migliore rispetto alla mia. E poi c’è anche l’eredità di una tradizione di antisemitismo di matrice islamica. Quindi, lo dico anche come cittadina e come responsabile sindacale, c’è stata pure una difficoltà a tenere assieme due discorsi, quello del passato di discriminazione, di colonizzazione, e quello che anche se sei discriminato non hai diritto a tua volta di essere razzista. Secondo me questi due temi vanno tenuti uniti e non sempre è facile. Nell’affare del Liceo Montaigne di cui parlavamo all’inizio, del bambino vittima di bullismo da parte di due compagni di scuola, sia le associazioni dei genitori sia i sindacati degli insegnanti sono intervenuti in maniera abbastanza ambigua: non volevano discriminare due bambini già discriminati e così alla fine è stata discriminata la loro vittima.
Cosa pensi di “Charlie Hebdo” che suscita tante polemiche?
Rispetto a “Charlie Hebdo” penso che se ne parli anche con molta ignoranza. “Charlie Hebdo” è figlio di un altro giornale che si chiamava “Hara-Kiri”, che era pubblicato da un gruppo di sessantottini molto irriverenti, anticlericali, che provenivano dall’estrema sinistra francese, però più anarchica, non violenta, un po’, diciamo, “godereccia”. “Charlie” ideologicamente si situa in un ambito femminista, antirazzista, anarchico, anticlericale, e le pubblicazioni degli anni Ottanta e Novanta erano molto violente contro la religione cattolica. Ricordo che quando la chiesa cattolica, durante la diffusione dell’Aids, non aveva esplicitamente raccomandato l’uso di profilattici, loro si misero a disegnare il papa col sangue sulle mani.
Quando ero ragazzina, “Charlie Hebdo” mi piaceva per questo suo femminismo. Negli anni Novanta ogni settimana c’era un servizio su una clinica di Parigi, La “Clinique Jeanne d’Arc”, in cui facevano l’aborto, davanti alla quale cattolici intransigenti pro-life aggredivano le ragazze che andavano in clinica e “Charlie Hebdo” si piantava lì, faceva i disegni, chiamava i giovani a sostenere le ragazze.
Poi è stato importante il loro impegno nella lotta contro il Front National, che ora vorrebbe apparire come un po’ “normalizzato”, ma negli anni Novanta era ancora più evidentemente un partito di destra estrema. Quando ero in quinta liceo, nel quartiere latino, durante una manifestazione del Front, un uomo di origine magrebina fu assassinato e buttato nella Senna. In quel frangente “Charlie Hebdo” fu la punta di lancia della mobilitazione contro il Front National; ogni settimana pubblicava una petizione che ne chiedeva lo scioglimento. Un gruppo di musica rock francese, di gran successo all’epoca, i Noir Désir (che ora è diventato un po’ impresentabile perché il leader, Cantat, ha assassinato la compagna) avevano fatto una canzone, “Un Jour en France”, in cui parlavano dei consensi sempre più importanti del Front National francese e a un certo punto, citando il successo elettorale del Front invocavano: “Charlie défends-moi”. All’epoca, quindi, “Charlie Hebdo” era visto come il rappresentante maggiore dell’antirazzismo.
Nella mia generazione sarebbe sembrato folle accusarlo di razzismo, come succede oggi. Le cose sono cambiate negli anni Duemila quando dall’antirazzismo si è passati all’affermazione del diritto alla differenza, diritto che in Francia non è ovvio, visto che si chiede di essere francesi identici qualunque siano le origini. Si è aperta una contraddizione nell’antirazzismo, fra quello egualitarista e quello particolarista e differenzialista. Poi, certo, a “Charlie” hanno questa idea che si ride di tutto e si ride in modo osceno; sono stati sempre per lo scandalo, la provocazione, il grottesco. Quando ero una ragazzina, anche un po’ timidina, è ovvio che leggere “Charlie Hebdo” voleva dire dimostrare di essere una persona libera e spregiudicata. Voleva dire diventare grande. C’erano sempre questi disegni osceni, era una provocazione senza limiti, con tutto e con tutti. Direi che erano proprio di scuola anarchica: né dio, né padroni, né maestri, né niente.
Tu cosa riesci a fare a scuola?
Quando lavoravo alle medie, per esempio, nell’ambito del corso di italiano, ho fatto tutto un lavoro sul film “La vita è bella”, inserendolo in un dibattito su cosa sia rappresentabile, cosa non sia rappresentabile, ecc. La discussione coi ragazzi ha avuto una specie di effetto catartico. Una bambina, dopo una serie di lezioni, mi ha detto: “Beh, io ho capito una cosa, prof, mio padre è razzista, tra l’altro è un cacciatore, a casa ha le armi ed è anche uno violento”. Lì per lì ero anche contenta, questa bimba, ho pensato, è riuscita a capire questa cosa. Tra l’altro la sua migliore amica era una ragazza nera e musulmana che sembrava molto interessata alle lezioni. Io avevo provato a fare anche tutto un discorso sul genocidio in Rwanda e lei mi era sembrata molto coinvolta. Poi non è più venuta a lezione, e mi rimane l’idea che abbia smesso perché qualcuno le ha detto che le lezioni che facevo io non andavano bene. Tra l’altro, in questa classe, era successo che all’inizio dell’anno li avevo portati al museo a Rouen e dopo aver visto i dipinti di Monet eravamo andati a visitare la cattedrale, ma lei e alcune compagne non erano volute entrare. Ho cercato di spiegare loro che non visitavamo la chiesa per un motivo religioso, che non c’era un prete, non era in corso una messa, era solo per un discorso artistico, le portavo a vedere un monumento in cui c’erano opere d’arte. In generale l’idea nostra era di portarle a mettere in discussione delle cose che sentivano a casa. Ma volevamo farlo in modo dolce, contando anche sul rapporto d’affetto creato con loro. Una mia collega mi aveva detto che la sorella grande di questa ragazza si era sposata a diciassette anni, a vent’anni aveva già tre figli. Venivano da un contesto molto religioso, molto chiuso. Così abbiamo deciso di non fare troppe polemiche, abbiamo evitato di dire al preside che la ragazza non era voluta entrare. Insomma, credo che dobbiamo vedere dove sono i limiti. Comunque quell’alunna ha smesso di venire a lezione.
Ora lavoro al liceo. I ragazzi di norma provengono da un contesto meno chiuso. Stiamo facendo quest’unità didattica in cui facciamo il paragone fra l’impostazione italiana e quella francese. Quando i ragazzi hanno visto delle foto di aule italiane in cui c’è il crocifisso e hanno saputo dell’ora di religione sono rimasti molto scioccati. Per i ragazzi francesi è una cosa impensabile. Senonché ovviamente ci sono dei limiti a questo perché, ad esempio, il calendario dell’anno scolastico rispecchia festività religiose cattoliche, la Pasqua, la pasquetta come in Italia, anzi, di più, perché in Francia si fa festa pure per l’Ascensione. Quindi è ovvio che chi ha un’altra tradizione può avere l’impressione di essere parte lesa, come ad esempio quando mi è capitato di assistere agli esami di maturità organizzati proprio nelle settimane di Ramadan. C’erano ragazzi digiuni da tutto il giorno, un gran caldo nelle aule e questi studenti erano impegnati nelle prove per otto ore al giorno senza mangiare e senza bere. Allora cosa doveva fare il sistema scolastico francese? Decidere che siccome c’era il Ramadan non si faceva l’esame di maturità, però il Ramadan dura un mese, allora come si poteva fare? S’è deciso di rispettare il calendario scolastico. Io dovevo distribuire i bicchieri d’acqua, cosa che il bidello non fa, lo facciamo noi insegnanti, ma tanti ragazzi li rifiutavano perché era Ramadan. Ricordo una ragazza che voleva accettarlo ma le è stato impedito dagli altri, c’era la pressione del gruppo. Anche lì non è legale, come insegnante avrei potuto opporre denuncia per quanto era successo. Ma non erano i miei alunni, quand’anche avessi detto alla ragazza: “Esci, bevi comunque”, gli altri l’avrebbero saputo e sarebbe venuto fuori un pandemonio. Io lì per lì ammetto di aver lasciato perdere, ma quando problemi di questo tipo coinvolgono tutta la tua classe diventa un problema. Quindi non lo so cosa sia meglio fare. Ora, tenendo questa unità didattica, i ragazzi mi dicevano che trovavano l’Italia molto più rispettosa delle credenze altrui. In effetti in Francia la scuola si basa sull’idea della conoscenza, dello spirito critico contro le false credenze, in fondo è l’illuminismo francese contro la religione. E quindi i ragazzi consideravano il sistema scolastico italiano in un certo senso molto più rispettoso; l’idea che un ragazzo possa andare a scuola vestito come vuole, con le catenelle che vuole, che nessuno sia lì a guardare se abbia o non abbia una croce, di quali dimensioni…  sembrava meglio, e, però, d’altro canto, dicevano: “Va beh, però l’ora di religione, il crocifisso, non vanno bene”. Ho detto loro che se fossi in un sistema scolastico italiano e fossi una suora potrei arrivare vestita da suora. A voi sembrerebbe giusto? Loro tutti: “No”, ed erano scandalizzati. Cioè che fossero liberi di avere le loro opinioni andava bene, ma non altrettanto che io, come insegnante, potessi arrivare a scuola con le mie. Quindi a questo punto gli ho fatto notare: “Ma cosa pensate del fatto di non conoscere le opinioni religiose gli uni degli altri? Secondo voi è una cosa positiva?”. Ci hanno pensato un po’ su e tanti hanno risposto di sì.
Quindi hanno assimilato la laicità, in un certo senso.
In un certo senso sì, cioè erano scioccati di alcune cose del sistema italiano, perché loro le sentono come una specie di proselitismo cattolico. Io replicavo che però, d’altro canto, se un paese per storia ha una popolazione in stragrande maggioranza cattolica può anche succedere che ci sia l’ora di religione, che comunque non è obbligatoria. E loro hanno detto: “Ok, ma a questo punto perché tenerla durante l’orario della scuola?”. A me sembrava interessante il fatto che, partendo dall’esempio di quello che avviene in un altro paese, si potessero rendere conto di quanto abbiano assimilato dal proprio, in fondo.
Però non è facile. Se una ragazza si rifiuta di andare a fare un’ora di piscina perché bisogna mettersi il costume da bagno e per farlo bisogna spogliarsi, cosa si fa? Fino a che punto la scuola pubblica può interferire con questo rapporto col corpo? Altri risolvono altrimenti: ho un fratello che ha vissuto tanti anni in Canada e lì c’è l’idea che per alcuni problemi nell’ambito familiare ci si possa avvalere della decisione di una giurisdizione religiosa invece che del sistema civile. Io non credo sia una buona idea. Riconoscere la fede altrui va bene, ma se si ha a che fare con un fondamentalismo che mette in discussione il nostro sistema democratico? Allora che si fa?
Certo, il classico problema degli illuministi, la tolleranza con gli intolleranti vale o no?
Sì. Una settimana fa ho sentito un’intervista molto interessante di un giornalista algerino che ha vissuto la guerra civile in Algeria. Diceva che il problema è che bisogna saper individuare il momento in cui il fondamentalismo religioso vuole avvalersi dei principi democratici per sovvertire la democrazia e distruggerla. Io però trovo che questo sia molto difficile…
(a cura di Bettina Foa e Cesare Panizza)