Claudio Cancelli è sindaco di Nembro, comune della provincia di Bergamo di circa undicimila abitanti che nel corso della prima ondata di Covid ha avuto 188 morti.

Il comune di Nembro è stato tra i più colpiti dal virus nel corso della prima ondata della pandemia. Può raccontarci di questo territorio?
Io sono originario di Gazzaniga, sono venuto qui nel ’98 e devo dire che mi sono subito innamorato di questa comunità così ricca di iniziative, con tanto associazionismo, tanto volontariato e soprattutto con una grande vivacità culturale. Basti un esempio: al teatro Modernissimo, ex Casa del Balilla, che abbiamo ristrutturato una decina di anni fa, nell’ultimo anno abbiamo fatto 133 eventi, un evento ogni tre giorni. Parliamo di dibattiti, concerti, piccoli spettacoli teatrali, presentazioni di libri.
Si tratta di un bellissimo auditorium, costruito con particolare attenzione alla musica non amplificata. Qui il ragionamento dell’amministrazione è sempre stato che, a prescindere dai costi di gestione, per noi l’importante era che venisse usato. Tant’è che a volte mi viene da sorridere perché nel corso delle giunte è tutto un concedere patrocini e usi gratuiti. Esisterebbero anche delle tariffe, ma credo non saranno più di dieci eventi all’anno quelli in cui qualcuno paga qualcosa. Ma va bene così. Nella nostra biblioteca facciamo cinquecento incontri all’anno, di tutti i generi, dalla presentazione del libro al decoupage agli incontri filosofici. Abbiamo persone che arrivano da fuori paese per questi dibattiti sui grandi temi della filosofia. Sinceramente non mi aspettavo che questo tipo di iniziative avessero tanta popolarità.
Quando mi chiedono perché così tanti contagiati a Nembro, al di là del fatto che qui il virus era entrato in ospedale, ecco, a volte mi domando se all’origine di questo  non ci sia stata anche la nostra forte socialità. La piazza è sempre piena di gente; di prima mattina ci sono le mamme che portano i bambini a scuola e poi rimangono a chiacchierare e a bere il caffè. Verso le dieci cominciano ad apparire i pensionati... Nel pomeriggio ci sono i ragazzi e alla sera spesso si ballano le danze popolari.
Oggi si parla molto di resilienza. La riflessione che mi trovavo a condividere qualche settimana fa è che la resilienza non è una cosa che tiri fuori nel momento in cui c’è bisogno, è l’effetto della rete di relazioni che hai sedimentato negli anni precedenti; una comunità non è un organismo compatto, è costituita da tante comunità, tanti sottoinsiemi che formano un tessuto di dialogo, di confronto... Noi per esempio, pur nella distinzione di funzioni e ruoli, ci confrontiamo costantemente con l’oratorio guidato da un bravissimo prete, don Matteo; abbiamo dei tavoli aperti con i centri di primo ascolto della Caritas. Con queste e altre realtà ci incontriamo quasi settimanalmente.
Parliamo di una modalità che abbiamo consolidato negli anni. Ecco, credo che questa tradizione di socialità e condivisione sia stata comunque di conforto davanti alle fragilità che ognuno di noi aveva. È stata la forza dei fragili, non quella degli eroi, a permetterci di resistere allo sconforto, al senso di solitudine e di abbandono che tante famiglie hanno vissuto nell’isolamento e nel disorientamento di questi mesi. Nel momento della difficoltà, l’esperienza di questi anni ci ha aiutato molto, per questo non mi stanco di ribadire l’importanza di tessere pazientemente i fili delle relazioni...
Diceva che fin dai primi giorni della pandemia la risposta della sua comunità è stata sorprendente.
È così. All’inizio abbiamo perfino avuto difficoltà a gestire le persone che venivano a chiederci di fare qualcosa, perché se sono una decina è una cosa, ma se sono novanta... Insomma, è sempre problematico organizzare il lavoro di chi si rende disponibile.
Tra l’altro qualcuno ha fatto delle cose veramente notevoli, anche assumendosi dei rischi, per esempio offrendosi di portare un paziente dializzato e positivo a fare la dialisi con la propria auto. Perché non lo faceva nessuno in quel momento, perché la Croce rossa non rispondeva, le strutture sanitarie non rispondevano...
Qui poi avevamo l’anagrafe kaputt: quattro dipendenti tutte positive, di cui una morta in due giorni. Un disastro. Abbiamo chiesto anche alla Prefettura, che ci ha detto di organizzarci... Ebbene, un’altra dipendente comunale che lavorava in biblioteca si è presentata e ha detto: “Vengo io”.  Si è messa lì e ha imparato un mestiere, con la responsabile che da casa, con un filo di voce, le dava le istruzioni su come usare i programmi...
Ma, tornando al discorso di prima, quando mi sono ritrovato a ringraziare tutte queste persone, la risposta che ho ricevuto perlopiù è stata: “Non deve mica ringraziarmi, l’ho fatto perché si doveva fare”.
Insomma, ho capito che in quel momento questa scelta di mettersi a disposizione da parte di molti era quasi un’esigenza di tutelare la propria integrità, di preservare l’immagine che uno ha di se stesso rispetto ai suoi valori e al suo posto in una comunità. In un momento di vulnerabilità anche fisica, molte persone mi hanno proprio detto: “Se io non facessi questa cosa, non mi riconoscerei più”.
Ci racconti delle telefonate...
Nelle settimane del lockdown sono ricorso alla tecnica molto tradizionale della telefonata ai cittadini. Era un sistema che avevamo acquisito già anni fa per le emergenze e che prevede che io registri una telefonata con la mia voce. Avevamo costruito anche un database con circa 2.600 numeri di telefono, sia fissi che cellulari.
E così, da un certo punto in poi, verso le cinque e mezzo, partiva questa telefonata. Questo è avvenuto ogni giorno, per cento giorni. È stata una cosa che le persone, le famiglie hanno molto apprezzato. All’inizio non tutti avevano capito che si trattava di una registrazione, alcuni mi rispondevano; degli amici mi raccontavano: “Scusa, mia mamma mi ha detto che ieri l’hai chiamata, è vero?”. Alla fine era diventato quasi un rito: la gente aspettava la telefonata. Questa semplice iniziativa, un’idea in fondo banale, ha salvato tante famiglie dalla solitudine e dal senso di abbandono; in alcune case so che mettevano il telefono sul tavolo in viva voce... Un’anziana signora mi ha confessato: “Guardi, se anche c’era la messa, io spegnevo per ascoltare lei”.
Cosa dicevo? A volte si davano informazioni pratiche, altre volte si facevano delle riflessioni su quello che succedeva. Il 15 maggio è stata una domenica tragica rispetto alle persone che abbiamo perso. Io comunque cercavo sempre di mettere in evidenza gli aspetti positivi, gli atti di generosità.
Questa cosa ha in qualche modo tenuto assieme la comunità, l’ha tenuta coesa. Molti cittadini hanno addirittura voluto farci delle donazioni. Guardate che donare soldi al Comune è veramente anomalo. Ebbene, noi abbiamo raccolto 160.000 euro. Ora vedremo assieme come utilizzarli.
Da quando sono diventato sindaco abbiamo cominciato a fare i bilanci sociali. È un impegno gravoso ma importante: se tu vuoi costruire una cittadinanza attiva, questo è uno degli strumenti per condividere quello che si fa. Anche con le minoranze, io ho sempre detto che i problemi bisogna cercare di affrontarli piuttosto che fermarci alla protesta, alla lamentela, eccetera. Ogni qual volta c’è una situazione difficile, dico: “Troviamo i portatori di interesse e vediamo”.
Noi abbiamo già i comitati di quartiere, cosa che per un Comune di undicimila abitanti... Abbiamo sei comitati di quartiere! Magari sono formati da sette, otto componenti, ma costituiscono uno strumento di interlocuzione importante con l’amministrazione sui vari problemi, per cui abbiamo l’abitudine di partecipare, a rotazione, alle loro sedute. Ci vuole tempo, però è un modo di allargare e rafforzare la partecipazione a quella che è la vita di un comune. E soprattutto accresce la responsabilità. Dal secondo mandato ci siamo inventati anche il “Tavolo dell’amministrazione”. Periodicamente facciamo un avviso pubblico: “Carissimi cittadini...” (che era anche l’incipit di tutte le mie telefonate) in cui invitiamo gruppi di cittadini o associazioni a sottoporre all’amministrazione un tema di rilevanza per la comunità, dopodiché formiamo un tavolo dove ci sono i proponenti, i miei tecnici, i rappresentanti della commissione interessata -della maggioranza e della minoranza- più il sindaco e un assessore, e discutiamo. L’anno scorso abbiamo fatto un lavoro sul commercio di vicinato, l’anno prima sulle piste ciclabili interne al tessuto urbano. Il lavoro di questo tavolo viene poi sottoposto al Consiglio comunale.
Questo è lo stile che abbiamo cercato di tenere. Devo dire che questa modalità nel tempo ha stemperato tante polemiche politiche. Ovviamente non significa che non ci siano conflitti o che non occorra anche saper dire dei no, però quando il no è costruito sulla base di un dialogo e di un ragionamento è più facile da accettare.
Certo, questa cosa è molto impegnativa in termini di tempo, ma è imprescindibile. Anche quando i cittadini mi chiedono un appuntamento per sottopormi un problema, una richiesta, io ascolto, prendo nota, studio la situazione e poi li richiamo. Non devi mai dare l’impressione di lasciar cadere la richiesta di un cittadino.
Questa è una delle cose su cui “rompo le scatole” ai miei collaboratori. Ogni tanto mi metto a controllare le varie richieste che arrivano all’amministrazione e poi giro per gli uffici: “Ma gli avete risposto?”. Non importa se la risposta è negativa o se non si può risolvere il problema, tu devi comunque rispondere.
Sul piano del tessuto industriale?
Questa era un’area dominata dal tessile, che come altrove è entrato in profonda crisi. Negli anni in questo territorio sono nate e cresciute una serie di aziende dedicate tendenzialmente alla meccanica di qualità, che oggi sono quasi tutte orientate al mercato internazionale.
A Nembro poi c’è la Persico, multinazionale italiana leader nella produzione di stampi e impianti nel settore automotive. Da quei cantieri qualche giorno fa è uscita la Luna Rossa diretta in Nuova Zelanda. Un paio di mesi fa sono venuti con un elicottero di quelli pazzeschi a prendere un trimarano di due tonnellate per portarlo a Carrara.
Il fondatore, che tra l’altro è un amico, ha sempre sostenuto: “Noi dobbiamo sempre puntare a fare cose che non abbiamo mai fatto, perché le cose che abbiamo fatto dopo un po’ le imparano anche gli altri”.
Abbiamo poi la Fassi Group, leader internazionale nella costruzione di gru; ne propone ben settanta modelli che poi vengono configurate in base alle esigenze dei clienti. Ma potrei fare altri nomi. Da poco si è insediata un’azienda che fa stampaggio additivo di tipo prototipale e che coinvolge leader mondiali di telai.
Parliamo di un mondo industriale con una vocazione soprattutto metalmeccanica, che punta sulla tecnologia, sul mercato internazionale, sul lavoro di commessa.
Poi c’è una realtà di piccole aziende che fanno un po’ di tutto. Negli ultimi anni abbiamo visto molti giovani affacciarsi sul mercato con idee invece più tradizionali. Alcuni si sono messi a fare allevamento di capre o la produzione di vino; sono tutte microaziende dove tra l’altro sono richiesti grandi sacrifici perché si lavora 365 giorni all’anno; quando hai la terra o gli animali non puoi mai ammalarti o andare in ferie.
Quest’anno ha aperto anche un allevamento di galline livornesi che razzolano nel bosco. Lì hanno messo assieme chilometro zero e tecnologia. Comunque per ora la risposta, anche in termini di clienti che acquistano questi prodotti, è molto positiva. Ovviamente questa non è una zona di agricoltura, qui ci sono montagne, colline; sono tutte cose molto di nicchia. Certo è curioso e anche interessante che tanti giovani guardino a questo campo come scelta di lavoro e anche di vita.
Possiamo ripercorrere i primi giorni dell’epidemia. Com’è andata?
Siamo stati travolti! Per me la data d’inizio è stata il 23 febbraio, quando ci hanno convocato per informarci che c’erano due positivi accertati all’ospedale di Alzano Lombardo e per anticipare il decreto che avrebbe chiuso le scuole “per una settimana”. Hanno raccolto i 243 sindaci della provincia di Bergamo in un auditorium, con i giornalisti e tutti, dove ce ne saranno stati quattro o cinque con la mascherina. Dopo poco si sono ammalati il prefetto, il questore, il direttore sanitario...
Anch’io mi sono ammalato quasi subito. Mercoledì 26 ho cominciato ad avere dei sintomi, per cui sono finito in quarantena. Ci siamo immediatamente riorganizzati. Per star dietro alle tantissime cose da fare e da decidere, facevamo tre giunte al giorno via Skype o Zoom, alle dieci di mattina, alle tre del pomeriggio e alla sera. Appena il mio tampone è risultato negativo sono rientrato e sono venuto qui tutti i giorni anche se era tutto chiuso. Era fondamentale far sentire che il Comune c’era, era presente, che potevano chiamarci. Casomai non eravamo in grado di rispondere a tutte le situazioni, però era importante dare un punto di riferimento perché il senso di abbandono e di incertezza era notevole.
Una delle prime cose che abbiamo fatto è stato istituire un centralino attivo sette giorni su sette con alcuni volontari selezionati. Abbiamo predisposto una specie di vademecum su come gestire la telefonata, quali informazioni chiedere e poi a seconda del tipo di esigenza, a quali servizi girare la questione. Anche lì mi raccomandavo sempre: “Se non siete in grado di rispondere subito, prendete i contatti e dite che li richiamate”. Devo dire che non di rado i volontari si sono trovati a rispondere a situazioni che richiedevano più un sostegno psicologico che altro e allora lì abbiamo trovato la disponibilità di alcuni professionisti che ci hanno dato un supporto.
Poi abbiamo costruito anche una rete di artigiani, perché se si blocca la caldaia, cosa succede? Voglio dire, serve lo psicologo, ma serve anche l’idraulico!
Alcuni avvocati si sono resi disponibili a dare indicazioni, sempre in forma gratuita, sulle norme che via via venivano varate. Assieme ai negozianti disponibili abbiamo inoltre organizzato la consegna a domicilio. Abbiamo fatto un volantino e l’abbiamo portato in ogni casa. C’erano anziani che vivevano soli e che i familiari non potevano andare a trovare...
Grazie a un centro dentistico e a un istituto sanitario privato siamo riusciti a ottenere dei dispositivi di protezione perché non si trovava niente. Ce li hanno forniti gratuitamente; addirittura dei medici dentisti sono andati in Emilia Romagna a ritirare il materiale (mascherine, visiere, ecc.) e ce le hanno portate. Considera che qui i medici di base non avevano niente!
Va detto che il mondo dei medici di base è complicato. Ne abbiamo alcuni che ancora oggi rifiutano di andare a visitare le persone, che hanno seguito i pazienti al massimo con il telefono. Altri invece non si sono mai fermati, sono sempre andati a visitare il malato se c’era bisogno, addirittura in alcuni casi hanno visitato pazienti che non erano i loro. Molte situazioni infatti si sono aggravate anche perché tante volte ci si limitava a consigliare la tachipirina e così l’evoluzione della malattia non veniva minimamente contrastata. Ancora poi non è chiaro i danni che questo virus lascia. Ho un amico che è stato a Lipsia, uno dei sopravvissuti (sono partiti in quattro, è tornato solo lui) e l’impatto a livello fisico è abbastanza pesante...
Si è parlato del rapporto centro-periferia. Se c’erano problemi che superavano il suo livello di gestione, chi era il suo interlocutore?
La cosa è stata effettivamente un po’ critica. Su alcune questioni, per noi l’interlocutore avrebbe dovuto essere la Prefettura. Quando mi sono trovato con l’anagrafe completamente sguarnita di personale, li ho chiamati. Mi aspettavo che venisse costituito un tavolo per l’ordine pubblico e la sicurezza che coinvolgesse noi sindaci, anche per valutare assieme che tipo di comunicazione fornire alla cittadinanza. Devo dire che niente di tutto questo è avvenuto. L’emergenza ha travolto tutto.
Il 26 febbraio, il giorno in cui mi sono ammalato, nel pomeriggio avevamo avuto un confronto con il direttore generale dell’Agenzia di Tutela della Salute (Ats), il quale aveva ribadito la linea di tenere aperti i centri socio-assistenziali, addirittura minacciando di togliere l’accreditamento. Nella nostra casa di riposo i primi tamponi ai pazienti sono stati fatti il 10 aprile. D’altra parte nessuno si aspettava questa evoluzione. Lo stesso Fontana domenica primo marzo aveva detto: “Speriamo che ci sia una regressione della diffusione così domenica prossima vado a vedere Inter-Juventus”...
Lei non si è mai esposto dal punto di vista mediatico...
Cosa avrei dovuto dire: “Mi hanno abbandonato?”. Premesso che non avrebbe cambiato nulla, il messaggio che arrivava al cittadino sarebbe stato terribile. Tanto i problemi rimanevano lì: dovevo comunque cercare di sollecitare l’Ats, rimanere in contatto con la Prefettura, protestare quando c’era da protestare...  Ma se io, a livello pubblico, mi fossi messo a dire: “Ci hanno lasciato soli”, beh, avrei finito con il gettare la cittadinanza nello sconforto. Certo, i problemi c’erano ed erano gravi. Per esempio mancava l’ossigeno. Dopo aver telefonato a tutte le farmacie della provincia di Bergamo, alla fine siamo andati in Val Brembana a prendere una bombola per un paziente che la stava esaurendo. Per le mascherine ci hanno salvato i dentisti... Però, davvero, se avessimo dato un messaggio di lamentazione continua... Se io, che sono il riferimento di una comunità, avessi cominciato a dire che siamo stati abbandonati, che stiamo andando alla malora, che tipo di effetto avrei sortito? Il problema non l’avrei risolto e intanto avrei demoralizzato ancora di più quelli che invece magari mi potevano dare una mano.
Purtroppo ho avuto invece qualche esperienza negativa con i giornalisti, per esempio con un giornalista de “La Stampa”; dopo tre quarti d’ora in cui avevo cercato di enfatizzare tutte le cose positive che stavamo facendo, anche per trasmettere un segno di resistenza, si è attaccato a un accenno di critica alla logistica del sistema sanitario locale e ha costruito l’intero articolo solo su quello!
Report ha fatto pure peggio. Sono venuti qui a intervistarmi cercando per tutto il tempo di portarmi sul tema della zona rossa. Volevano che dicessi che avevo avuto pressioni dagli imprenditori. Ora, a parte che non spettava sicuramente al sindaco o a un imprenditore prendere queste decisioni e che sicuramente c’è stato un rimpallo di responsabilità tra Governo e Regione, io avevo fatto un discorso articolato. Bene, quando è andata in onda la trasmissione, ho scoperto che loro avevano montato il pezzo mettendo esclusivamente la parte in cui dicevo che, sì, gli imprenditori mi avevano rappresentato le loro preoccupazioni (che poi erano anche le mie dal punto di vista occupazionale). Io però continuavo spiegando che di fronte a un’emergenza sanitaria se l’Istituto superiore di sanità diceva certe cose bisognava intervenire, punto e basta. Sempre a questo giornalista avevo detto che in ogni caso il decisore si assume gli oneri e le responsabilità delle scelte che fa. Quindi è giusto ascoltare tutti ma poi bisogna fare sintesi avendo come orizzonte il bene comune. Invece loro hanno costruito tutto un servizio contro la Persico, e questo ha creato un danno che non potete immaginare. Tra l’altro, parliamo di un’azienda che non ha mai delocalizzato, che ha sempre sostenuto le iniziative sociali. Ecco, ora hanno il nome completamente rovinato. Quindi le responsabilità dei media sono grandi.
Qui ci sono stati tanti lutti...
Il 23 giugno, esattamente quattro mesi dopo il 23 febbraio, al campo sportivo è stata celebrata una messa con mille persone, il massimo numero possibile. Abbiamo letto i nomi dei defunti uno per uno. Per tante famiglie è stato un modo per riconciliarsi con i propri cari morti a causa del Covid. Potete immaginare il dolore e quasi il senso di colpa che può suscitare il fatto di non aver potuto accompagnare il familiare ammalato; molti avevamo l’impressione di averli abbandonati.
Buona parte del discorso che ho fatto in quella occasione alla fine era sul senso del seminare, ma anche sull’importanza di avere uno sguardo rivolto al futuro. Non dobbiamo solo guardarci alle spalle.
La comunità è un qualcosa che può renderci migliori e, però, al tempo stesso, non è una cosa astratta, è una cosa concreta, che si costruisce giorno per giorno, in cui ognuno di noi ci deve mettere del suo. Adesso stiamo pensando a una serie di iniziative in memoria delle persone. Ci stiamo ragionando, stiamo costruendo un gruppo di lavoro anche su questo...
Come ha maturato questo senso della comunità?
Probabilmente viene dalla mia storia, dalla mia esperienza pregressa: io sono stato insegnante per tanti anni, poi ho fatto il preside. In questi mestieri ho sempre messo al cuore della mia azione proprio la didattica, l’aiutare le persone a crescere. Fortunatamente ho anche una formazione scientifica: mi sono laureato in fisica, mi sono occupato di informatica, di contabilità industriale, di organizzazione dei dati. Alla fine le competenze professionali, anche se costruite in altri campi, te le porti dietro. A me è capitato di fare i corsi di Excel ai miei dipendenti comunali. A turno, ho fatto delle lezioni sull’uso di questi strumenti di analisi dei dati, perché è una cosa fondamentale. Ancora adesso ogni tanto mi mandano delle formule: “Me la corregge?”.
Ma Nembro è un caso particolare?
Forse Nembro è un po’ particolare, però con i sindaci degli altri comuni limitrofi, nel periodo della tempesta, si è subito instaurato un rapporto di sostegno reciproco, indipendentemente dalle appartenenze politiche. Qui siamo in mezzo a un comune governato da Forza Italia e uno della Lega. Si è creata una relazione di collaborazione, che si misura su molti fronti. Alcune iniziative assunte localmente hanno rappresentato uno stimolo anche per gli altri territori. Abbiamo inoltre cercato di portare certe elaborazioni a livello dell’Ambito dei 18 comuni. Resta indubbio che molte azioni fanno parte della storia di una singola comunità che si sostanzia delle singole persone che ne fanno parte. Qui, oltre alle parrocchie, abbiamo avuto anche tante società sportive che si sono rese disponibili a fare corsi di sostegno ai bambini anche in forma gratuita.
C’è stato comunque un guardarsi tra i comuni vicini. Talvolta è scattata una forma di competizione in positivo, di emulazione del buono: guarda, loro hanno fatto una cosa interessante, proviamo anche noi, anzi proviamo a fare meglio!
Ora lei è a fine mandato...
Sono nella fase finale del secondo mandato. Tra un po’ ci ritiriamo perché è giusto che ci sia rinnovamento. Soprattutto chi ha avuto un ruolo, tra virgolette, rilevante è meglio che non si faccia nemmeno più vedere perché c’è anche un problema di crescita delle persone. È sempre difficile staccarsi emotivamente da quello che si è fatto, dai progetti, dall’idea di paese... mentre le persone hanno bisogno di autonomia per costruirsi.
Ecco, certe volte mi domando come sia più opportuno porsi nei confronti, per esempio, degli assessori quando affido loro alcuni compiti. Talvolta sono tentato di andare a controllare, però così rischi di non lasciare i necessari spazi di crescita e di responsabilizzazione, perché se io so che alla fine comunque ci guarda dentro il sindaco...
Domani abbiamo il nostro giorno di ritiro. Ci troviamo dalla mattina alla sera in una sede che non sia il Comune e ci confrontiamo sui temi più rilevanti, sulle scelte che siamo chiamati ad assumere e sulle prospettive nel medio periodo. È diventata una tradizione: nell’amministrare tante volte si rischia di appiattirsi sulla quotidianità; questo è inevitabile dal punto di vista operativo, perché ci sono le scadenze, ci sono i soldi da trovare, però la visione d’insieme è tutto per un buon amministratore. Almeno io la penso così.
(a cura di Barbara Bertoncin e Sergio Bevilacqua)