Margaret Rustin, psicoterapeuta per bambini, adolescenti e famiglie, dal 1985 al 2007 ha diretto la Psicoterapia infantile alla clinica Tavistock di Londra. Attualmente in pensione, segue la supervisione dei tirocinanti e prosegue la pratica privata; è membro della British Psychoanalytical Society. Tra le sue opere (con Michael Rustin) Narratives of Love and Loss: Studies in Modern Children’s Literature; e Reading Klein, an introduction to the work of Melanie Klein. Ha inoltre curato Closely Observed Infants; Assessment and Child Psychotherapy; Psychotic States in Children.

Hai trascorso gran parte della tua vita lavorativa alla clinica Tavistock, un’istituzione importante del sistema sanitario inglese.
Già negli anni Venti, la clinica Tavistock era un importante centro di psicoterapia e formazione. Direi che l’interesse per la salute mentale infantile si è sviluppato in particolare nel corso della Seconda guerra mondiale, quando molti bambini erano stati sfollati, allontanati dai genitori, per via dei bombardamenti delle città.
La nascita di un dipartimento specificamente dedicato a bambini e genitori deve molto a John Bowlby che all’epoca, assieme a Donald Winnicott, era molto attivo e impegnato nello studio dell’impatto degli sfollamenti e della separazione dalle famiglie sui più piccoli. In quegli anni si era rafforzata la consapevolezza che nel corso della ricostruzione post-bellica sarebbe stato necessario formare nuove figure professionali, cioè persone capaci di lavorare con le sofferenze psicologiche dei bambini. Per curare questi disagi infatti non bastava cambiare le condizioni esterne, bisognava intervenire contestualmente nei fattori che incidono sullo sviluppo della personalità e della mente di un bambino.
A questo scopo, Bowlby aveva invitato Esther Bick, una delle allieve di Melanie Klein, per mettere in piedi un sistema di addestramento per la psicoterapia pediatrica. Nel frattempo la clinica, che fino ad allora era stata un’istituzione privata, era entrata a far parte del Servizio sanitario nazionale (Nhs), proprio con l’idea di formare personale che sarebbe stato impiegato dal servizio pubblico nelle sue varie articolazioni.
Contemporaneamente, anche ad Hampstead, nella War Nursery, la clinica diretta da Anna Freud, fondata al suo arrivo a Londra col padre per sfuggire alla Vienna nazista, si maturavano riflessioni analoghe. Entrambe le istituzioni iniziarono così a tenere corsi di formazione per la psicoterapia pediatrica, dando in seguito vita a una nuova organizzazione professionale, l’Associazione degli psicoterapisti pediatrici, che è ancora oggi il nostro ente di accreditamento.
Com’è nato il tuo interesse per la psicoterapia infantile?
Mentre frequentavo l’università, pur studiando filosofia, mi ero interessata di questi temi. A un certo punto, tramite un amico, ero venuta a sapere di un corso di formazione in psicoterapia pediatrica, qualcosa di cui non avevo mai sentito parlare. Se vuoi, il mio incontro con la psicologia è stato del tutto casuale e però ho presto capito che era una disciplina che volevo approfondire. Fin dall’inizio mi era stato suggerito di provare a fare esperienza coi bambini e “poi si vedrà”. Dopo la laurea, avevo insegnato per un paio d’anni filosofia e sociologia; lo facevo part-time, nel resto del tempo lavoravo in una scuola materna, dove incontravo bambini dai cinque ai sette anni che avevano difficoltà a integrarsi in classe.
C’era questo piccolo gruppo che seguivo ogni mattina, con cui facevo cose diverse. Un lavoro che mi aveva subito affascinato, molto più dello studiare e insegnare filosofia. È stato così che ho deciso di cambiare il corso di studi e di frequentare la psicoterapia pediatrica. A quei tempi la formazione durava quattro anni. Oggi dura molto di più: c’è un corso preclinico biennale, a livello di master, e poi un addestramento clinico di quattro anni. Appena finito il corso, mi è stata offerta la possibilità di entrare a far parte dello staff.
In effetti ho lavorato qui tutta la vita, negli ultimi anni sono stata a capo della psicoterapia pediatrica, un’unità che negli anni è andata crescendo.
Considera che i primi anni l’attività era proprio minuscola: prendevamo tre-quattro studenti ogni due anni; oggi ne formiamo circa venti all’anno. Dopo alcune campagne di sensibilizzazione, fortunatamente l’Nhs ha accettato di fornire un sostegno finanziario per chi viene qui a fare la formazione. Ai miei tempi, si pagava una retta molto cara, inoltre bisognava pagarsi anche la propria analisi personale che era obbligatoria. Insomma, era una scelta sostenibile solo per persone in condizioni economiche molto agiate. Per fortuna mio marito aveva già un impiego accademico, per cui avevo un sostegno.
Cosa significa oggi occuparsi di bambini con problemi? Negli anni Duemila ha fatto molto scalpore il caso di Victoria Climbiè...
Quello è un caso molto particolare. Victoria era una bambina ivoriana arrivata in Gran Bretagna con dei parenti che l’avevano gravemente maltrattata fino a provocarne la morte.
Quel triste episodio rappresentò un punto di svolta soprattutto in relazione all’atteggiamento degli operatori sociali davanti al maltrattamento dei bambini. Parliamo infatti di un caso che era seguito dai servizi. Seguì un’indagine, condotta da lord Laming, che produsse una serie di raccomandazioni sulla formazione dei vari operatori, lo scambio e la condivisione di informazioni e di buone pratiche.
Nel frattempo, la stessa psicoterapia pediatrica ha individuato nuove modalità per lavorare con il disagio infantile. Qui non parliamo di bambini “infelici” o che non vogliono andare a scuola o che fanno la pipì a letto, bensì di casi gravi, di bambini “spezzati”, con disturbi molto gravi.
Oggi la maggioranza dei bambini che vengono seguiti dai professionisti del servizio sanitario hanno un background difficile, molti sono in case famiglia, alcuni sono stati adottati, altri sono stati affidati a parenti prossimi; le stesse famiglie adottive che si occupano di questi bambini devono affrontare situazioni complesse e dolorose e spesso non hanno idea di cosa li aspetta. Bisogna aiutare pure loro a gestire la situazione. Anche questo fa parte dei compiti di un psicoterapeuta pediatrico, che a sua volta va aiutato, accompagnato. Parliamo di bambini con cui è davvero difficile avere una relazione. Me ne sono occupata in un pezzo intitolato “La terapista con le spalle al muro”.
Qui bisognerebbe anche menzionare il problema dell’intensa ansia che colpisce il terapista davanti alle difficoltà che si presentano o a un fallimento.
Melanie Klein era nota per avere un approccio molto diretto, senza paura, con i bambini. Le nuove generazioni di psicologi hanno un atteggiamento tendenzialmente più cauto...
Questa è un po’ la mia opinione. Penso che nel corso del tempo ci siano stati dei cambiamenti nel modo di parlare ai bambini. Klein aveva in effetti una modalità molto diretta, libera, che talvolta sconvolgeva le persone: “Ma come fai a dire cose del genere ai bambini, a parlare di sesso, di odio?”, eccetera. La sua convinzione era che per aiutare i bambini bisognasse parlare delle cose per come loro le vedevano e vivevano, senza troppe mediazioni. Questa è stata anche la mia formazione. L’addestramento alla Tavistock infatti è stato molto influenzato da Melanie Klein, essendo stato avviato da Esther, la sua allieva. A John Bowlby si deve invece lo sviluppo della teoria dell’attaccamento; lui aveva opinioni diverse da Esther sul lavoro psicoanalitico coi bambini, ma entrambi erano molto sensibili al tema della formazione. Ecco, la mia impressione è che alcuni colleghi, e anche di recente alcuni miei studenti, tendano a prestare crescente attenzione ai fattori diciamo “esterni”, mentre io rimango convinta che la nostra specificità professionale, ciò su cui possiamo effettivamente influire, siano i processi interni.
Nel mondo del bambino ci sono i genitori, i parenti, gli insegnanti, gli operatori sociali… ci sono persone che già si occupano di tanti aspetti dell’educazione e della salute dei più piccoli. Di professionisti come noi invece ce ne sono pochi. Per questo credo sia importante che ci concentriamo su ciò che gli altri non possono fare.
Capisco che alcune persone possano rimanere turbate dal modo in cui Melanie Klein parlava ai bambini; teniamo comunque presente che si trattava di pazienti con disturbi molti gravi e che eravamo negli anni Trenta e Quaranta. Oggi probabilmente non c’è bisogno di farlo nello stesso modo, ma penso che la sua idea, che ciò che aiuta un bambino sia il prendere sul serio le cose che lo preoccupano, e per cui non ha parole, resti cruciale. I bambini esprimono il loro disagio nel comportamento, nel gioco, se avessero le parole forse non starebbero tanto male. Sono quindi le parole ciò che proviamo a fornire loro, così che possano pensare alle cose, invece che sentirsene soverchiati.
Alla fine si tratta di essere disposti a correre dei rischi, cioè a muoversi senza sapere in anticipo quali potranno essere i risultati. Ovviamente questo lo fai se credi, se mantieni la speranza nella capacità degli esseri umani di cambiare.
Parliamo degli aspetti tecnici: avete elaborato un modello...
Sì, parliamo di indicazioni anche abbastanza semplici. Intanto per fare questo tipo di lavoro serve un setting stabile. Se davvero vuoi affrontare le sue ansie più profonde, il bambino deve percepire che il setting in cui questa conversazione ha luogo è sicuro. È importante vedere il bambino esattamente nell’ora e nel luogo concordati; inoltre nessun altro può avere accesso a quella stanza. Serve un contesto protettivo.
Affinché si possa creare questo spazio privato in cui tutto ciò che il bambino dirà è confidenziale, si dev’essere stabilito un rapporto di fiducia tra gli adulti e lo psicoterapeuta infantile. L’unico caso in cui qualcosa potrebbe uscire da quella stanza è se il bambino facesse capire che è in pericolo, o che lui stesso può costituire un pericolo per altri. In quel caso la regola vuole che comunque tu lo dica per primo al bambino: “Ora devo riferire questa cosa a qualcun altro, perché ce ne dobbiamo occupare”. Eccetto questi casi, tutto ciò che si dice resta privato.
Al bambino poi viene fornito un set personale di giocattoli, nulla di troppo elaborato; in genere c’è un cassetta o una grossa scatola con dentro piccoli personaggi, animaletti, mattoncini, materiale da disegno, pasta da modellare, forbici, nastro adesivo… va bene qualsiasi materiale utile a esprimere se stessi. Se sei fortunato, puoi avere a disposizione anche una casa delle bambole, che ovviamente va condivisa con altri bambini, per cui devi evitare che venga distrutta. Se invece il bambino vuole danneggiare i “suoi” giocattoli, quello è un suo diritto.
L’interruzione della terapia è un momento critico?
Sì, lo è, le pause possono essere difficili. Un collega in Danimarca ha appena condotto uno studio sulle reazioni dei bambini alle interruzioni durante una psicoterapia pediatrica. In genere il terapista lo sa e avverte per tempo, ma può sempre succedere un imprevisto. Può anche accadere che i familiari, per qualsiasi motivo, non riescano ad accompagnare il bambino.
All’inizio della terapia con un bambino c’era stata un’intensa nevicata, durata una settimana, cosa abbastanza inusuale a Londra. La famiglia non era riuscita ad accompagnarlo, per cui lui si aspettava di vedermi, ma poi non mi aveva visto. Ebbene, la sua reazione la settimana successiva era stata estrema. All’epoca lui aveva otto anni e mezzo, e da un certo punto di vista capiva che c’era troppa neve sulle strade, che non poteva arrivare fino a qui, ma da un altro punto di vista, a un livello più infantile, io l’avevo deluso, ed era proprio il livello infantile che avevo dovuto cercare di raggiungere per aiutarlo a recuperare, per arrivare a comprendere, a dare senso ad alcune di queste soverchianti sensazioni infantili.
Melanie Klein usa questo termine, “contenimento”: cosa significa?
Questa parola in realtà è stata introdotta da Wilfred Bion, che ha giocato un ruolo molto importante nello sviluppo della teoria psicoanalitica, è più una “sua” parola, in cui Melanie Klein tuttavia riconosceva ciò che stava facendo, cioè cercare appunto di “contenere” il bambino.
Il contenimento ha a che fare con l’idea che la mente del bambino si sviluppa inizialmente attraverso lo sguardo e il pensiero delle persone che lo accudiscono, madre, padre o chicchessia. L’infante al principio ha esperienze, sensazioni che possono essere espresse solo attraverso il corpo; non ha le risorse mentali per comprendere l’esperienza, che dev’essere quindi compresa dalle persone che si prendono cura di lui. Per cui la madre comincerà gradualmente a distinguere il pianto di fame dal pianto d’ansia o da stanchezza, e sarà il comportamento della madre a dare significato all’esperienza del bambino.
Non è evidentemente una cosa banale, non è che la madre subito intuisce: “Ah, questa è fame!”. In realtà la madre fa qualcosa, e il bambino comincia gradualmente a riconoscere che quella sua sensazione viene accolta con una certa risposta.
L’idea, insomma, è che c’è una mente più grande a disposizione di una mente più piccola per aiutarla a crescere, a svilupparsi, a trovare le parole. Per cui, un bambino irritato, anziché colpire, scalciare o urlare, sarà in grado di pensare e magari anche di dire: “Sono arrabbiato”. Insomma, di mettere il sentimento in parole. Il contenimento ha a che fare in effetti con una capacità mentale, la comprensione.


Gauthier Delecroix

L’osservazione infantile ha un ruolo cruciale nel vostro lavoro...
Sì, fa parte dell’addestramento dello psicoterapeuta pediatrico. È una delle cose che ha promosso Esther Bick quando ha voluto dar vita a questo corso. Stava cercando un modo per permettere agli studenti di capire come ci si sente a badare a un bambino e a preoccuparsi. In altre parole, come comprendere i genitori. Di qui l’idea di mandare gli studenti a osservare lo sviluppo di un bambino nel corso dei primi due anni della sua vita, una volta a settimana, in una famiglia. È stata un’intuizione fondamentale, che ancora oggi mettiamo in pratica. Si tratta di osservare situazioni ordinarie, presso famiglie normali. Osservare non comporta responsabilità, se non quella di presentarsi agli appuntamenti regolarmente, essere amichevoli, ricettivi, e ascoltare ciò che la madre, il padre o chiunque altro, voglia dirti, e osservare il bambino. Ovviamente molto gradualmente si sviluppa un rapporto col bambino, che comincia a riconoscerti.
Nell’arco di due anni, succedono molte cose. Nel periodo di formazione non ci si limita a osservare il bambino nel suo contesto, ma si esaminano anche le proprie reazioni, i propri sentimenti. Questo è fondamentale.
Cosa succede quando nel corso della terapia la relazione con il bambino non funziona?
Succede che il terapeuta prova a capire cosa sta succedendo. A volte il bambino smette di fidarsi di te, non vuole vederti, ti volta le spalle. A quel punto è importante riuscire a descrivere ciò che accade, provare a comprendere la prospettiva del bambino...
Attualmente seguo un bambino alquanto turbolento. Qualche settimana fa è arrivato ed era “esplosivo”. Spesso la sessione comincia con lui che svuota per terra la sua scatola dei giochi, sparpagliandoli sul pavimento e lanciando le cose ovunque. Anche quell’incontro era iniziato così, con tutto sparso in giro e gli animali scalciati via uno a uno. Il fatto è che la volta precedente la madre l’aveva accompagnato in ritardo. Di solito arriva puntuale, ma quel giorno aveva trovato traffico. Osservando questo comportamento ho pensato a come poteva essersi sentito la settimana prima: in quell’occasione ero stata io a “buttarlo fuori” troppo presto, perché il tempo a sua disposizione era esaurito e lui ora mi stava mostrando quanto fosse stato orribile ciò che avevo fatto, quanto gli avessi fatto male. A quel punto ho provato a prendere le parti degli animaletti, cioè la sua, “Ah, povera mucca…”, insomma a mettere in scena il suo vissuto.
Il fatto è che, per quanto il suo comportamento sia tremendo, io so che vuole venire. Tant’è che se gli dico: “Guarda che se continui così, dovremo interrompere”, lui si ferma subito, perché quel tempo per lui è importante. Riconosce di averne bisogno.
Questo è solo un esempio banale. Qui la sfida è sempre quella di provare a capire ciò che succede dal punto di vista del bambino. Naturalmente non sempre funziona, nel senso che a volte il terapeuta non riesce a fare progressi, fallisce, ma nella mia esperienza è abbastanza raro che si arrivi a una totale rottura della relazione.
Si tratta anche di interpretare il “transfert negativo” e di farsi carico delle proprie sensazioni negative, evitando di esserne sopraffatti e soprattutto di “restituire il colpo”. Di solito, quando il bambino si comporta male, in un modo o nell’altro gli adulti tendono a “restituire il colpo”, non dico letteralmente, ma certo la reazione può essere molto forte e comunque quel comportamento viene inibito. Nel nostro lavoro non è concesso, il terapeuta dirà: “Non puoi rompere i mobili e non puoi fare del male a me, ma a parte questo puoi fare tutto ciò che vuoi”. Il messaggio è che qui non è come stare a casa con mamma e papà. Questo è il nostro posto speciale: puoi manifestarti in ogni modo, basta che non ti fai male tu e non mi faccia male io.
C’è una comunità di supervisori dietro al terapeuta?
Sì, c’è una comunità, e nel corso dell’addestramento gli studenti ricevono moltissima supervisione. Questo lavoro sottopone la persona a un tale livello di stress che è possibile svolgerlo solo se si riceve un supporto costante e professionale. Anch’io, nel corso della mia vita lavorativa, ho sempre avuto un supervisore col quale discutevo i casi. Discutere del proprio lavoro con altri, avere una supervisione tra pari o con colleghi con più esperienza è fondamentale perché si impara molto condividendo le proprie esperienze, anche quelle fallimentari.
I genitori hanno un ruolo nella terapia?
La psicoterapia pediatrica funziona solo se si presta adeguata attenzione anche ai genitori. Diversamente è difficile ottenere dei risultati perché siamo in una situazione relazionale in cui entrano in gioco anche i disagi dei genitori, che possono essere reazioni alle difficoltà del bambino, ma possono anche avere altre origini o cause. Per cui, sì, contestualmente alla psicoterapia pediatrica si cerca di farsi carico anche dei genitori. In passato erano previsti incontri settimanali anche per gli adulti. Oggigiorno ci sono molte difficoltà, anche di risorse… Ad ogni modo il terapeuta e i genitori lavorano insieme, si incontrano per discutere di eventuali progressi o della mancanza di progressi...
Oggi si parla molto nell’ansia delle madri. Qual è la tua esperienza?
I genitori apprezzano molto l’opportunità di essere ascoltati, è una cosa che già fa la differenza. Purtroppo a partecipare a questi incontri sono prevalentemente le madri, mentre sarebbe opportuno ci fossero anche i padri. Comunque il genitore di un bambino in difficoltà in genere si sente rassicurato dal fatto che suo figlio venga ascoltato, che qualcun altro riesca a contenere le ansie del bambino.
Se vuoi, qui ci sono diversi livelli di contenimento: tu provi a contenere i genitori, che provano a contenere il bambino.
Si tratta di creare delle condizioni che permettano alle cose di cambiare. Dopodiché non è che certi comportamenti cambino o si interrompano improvvisamente, ma, se la terapia funziona, si assiste all’inizio di qualcosa di nuovo...
Ho in mente il caso di un bambino di soli cinque anni, ma già a rischio di essere espulso da scuola. Il suo comportamento era certo deprecabile, ma in passato le scuole non cacciavano bambini così piccoli; oggi invece succede, ma questa è un’altra storia... Ad ogni modo, questo bambino aveva grosse difficoltà, pertanto gli era stata prospettata la possibilità di una sessione di psicoterapia intensa. Veniva visto tre volte la settimana in un’altra clinica locale. Nel frattempo anche la madre veniva seguita attraverso incontri settimanali.
Ecco, questa situazione di presa in carico ha fatto sì che lei a un certo punto trovasse il coraggio di raccontare la storia della nascita di suo figlio, un parto molto complicato, in cui lei era stata molto male. Un’ansia quindi che aveva segnato fin dal principio la vita di questo bambino e che si era manifestata in tutta la sua intensità. In qualche modo nessuno dei due si era mai ripreso da quell’evento. Avendone l’opportunità, questa madre non solo ha raccontato di quella sua esperienza, ma è riuscita a dar voce anche alla rabbia che aveva maturato verso il marito, che secondo lei non l’aiutava abbastanza. A quel punto si è riusciti a coinvolgere anche lui, che ha cominciato a venire.
Nel frattempo il bambino, soggetto a comportamenti molto difficili, distruttivi, veniva visto da un buon terapeuta, capace di tollerare l’enorme disastro che combinava durante le sessioni e al contempo di dare un senso alle sue azioni. Grazie a queste azioni congiunte, l’intera famiglia si è sentita gradualmente meno sopraffatta. La madre non ci poteva credere... Per fortuna, a volte ci sono storie a lieto fine, specialmente se si riesce a vedere il bambino sin da molto piccolo. Purtroppo è raro che il bambino venga indirizzato a questo tipo di terapia nei primi anni della sua vita. Si tende a pensare: “Crescendo passerà...”, “Dipende dai genitori...”. Invece non dipende mai tutto da loro. Non voglio ovviamente sottostimare il ruolo dei genitori, ma davvero non è mai “tutta” colpa loro.
Quando riconosci di aver commesso un errore con un bambino, cosa fai?
Dipende dal tipo di errore. Potrebbe trattarsi di un errore banale, per esempio non aver compreso cosa ti è stato detto… Il bambino di cui ti parlavo, che questa settimana è in una condizione di maggiore comunicabilità, ha cominciato a raccontarmi di essere andato a visitare un faro e di essere salito in cima. Al che io ho chiesto: “Ah, sei andato a vedere la luce?”. E lui subito: “No! Non si poteva!”. Allora mi sono corretta: “Non avevo capito bene. Non sei potuto salire fino a vedere la luce?”. Ecco, questo dialogo ha fatto emergere un dettaglio interessante, perché lui mi ha spiegato che lassù, dove c’è la luce, è “privato”, e questo del “privato” è un argomento di discussione tra noi due, perché a casa mia, lui può entrare nella stanza dove facciamo gli incontri, può entrare nella stanza dove lo aspetta il padre e poi naturalmente può usare il bagno, ma il resto della casa è “privato” e non ci può andare. Questa è una cosa che lo fa arrabbiare molto. Per cui, parlandomi del faro, stava in realtà toccando uno dei nostri argomenti “caldi”...
A volte quindi sono errori semplici e si può semplicemente ammettere: “Ah, non avevo capito” o “ho capito male”, però talvolta ci sono errori che nemmeno tu sai di aver compiuto. Questo capita spesso durante l’addestramento.
Più tardi dovrò fare da supervisore a una terapeuta che mi ha anticipato via mail il caso di cui vuole discutere. Una bambina che segue è arrivata alla sessione molto arrabbiata, ha preso le forbici dalla scatola dei giochi e ha tagliato un cuscino e lei le ha permesso di farlo. Io non credo abbia fatto bene. È un errore. Avrebbe dovuto dirle: “No, il cuscino non si può danneggiare, dobbiamo averne cura. Devo portarti via le forbici”. Comunque si impara via via. Per quanto tu sia qualificato o abbia esperienza, gli errori capitano, l’importante è accorgersene. A volte l’errore è ciò che non hai fatto. Quella dell’errore è un’esperienza molto importante per il terapeuta, purché lo ammetta e ne tragga una lezione. Purtroppo per molti adulti resta difficile riconoscere di avere torto. Invece è molto importante far capire al bambino che si può ammettere di aver commesso un errore.
Cos’hai imparato dai bambini?
Cos’ho imparato dai bambini… non saprei come riassumerlo. Credo di aver imparato che crescere è faticoso e che serve tempo, che certe cose non possono essere “aggiustate” immediatamente. Però bisogna far capire ai bambini che le cose comunque possono essere aggiustate, che se qualcosa è andato storto, se qualcosa si è rotto, col tempo si può rimediare. Questa idea che la prossima volta si potrà agire diversamente, cambiare certe reazioni, è fondamentale. Klein sosteneva che una delle cose che provoca più ansia in un bambino è il senso di colpa, che è un’emozione molto, molto dolorosa. Questo è un nodo cruciale. La cosa che aiuta molto, nel caso del senso di colpa, è la possibilità di, come direbbe lei, fare una “riparazione”, cioè rimettere le cose a posto. Qualche volta può essere una cosa esterna, come il chiedere scusa. Ma la riparazione più profonda è un processo interno, che prevede la possibilità di farci carico delle nostre colpe e imparare a convivere con la persona che siamo: magari non sei perfetto, magari sei una persona molto gelosa, o che si arrabbia facilmente, ma puoi maturare e imparare ad assumerti la responsabilità dei sentimenti che provi, puoi anche trovare delle persone che ti aiutano, un amico, un familiare o appunto uno psicoterapeuta. Portare il trauma nella stanza, nella relazione con il terapista, è ciò che può permetterci di fare la differenza. Alla fine, ciò che offre la terapia è una seconda possibilità.
(a cura di Barbara Bertoncin)