Luigi Bobbio è direttore del Master in Analisi delle politiche pubbliche presso il Corep. Recentemente ha pubblicato, I governi locali nelle democrazie contemporanee, Laterza 2002.

In un articolo recentemente pubblicato su Il Mulino, dal titolo “La dissociazione italiana. Il mondo del decisionismo maggioritario e quello della concertazione”, hai proposto una riflessione sulla schizofrenia tra mondo della politica e mondo delle politiche (che tu hai chiamato “mondo A” e “mondo B”) vedendone un tratto caratteristico dell’Italia berlusconiana. Puoi spiegare?
Premetto che questa riflessione è partita dalla constatazione che il tono e il tipo di dibattito e di contrapposizione che prevalgono nell’arena nazionale hanno scarsissimo seguito, ovvero non le ritrovi, quando ti occupi di politiche pubbliche a livello locale, dove invece prevalgono altri approcci, altri toni, altri atteggiamenti.
Allora, da una parte, c’è la logica che ho chiamato populista-maggioritaria, per cui la maggioranza prende tutto e sostanzialmente non si discute, né si negozia, se non quando non se ne può proprio fare a meno, ma è sempre l’ultima spiaggia. Dall’altra parte, quando in ambito locale si tratta di attuare politiche ambientali, di smaltimento dei rifiuti, di avviare dei progetti di riqualificazione urbana o anche soltanto di stabilire il tracciato di un’autostrada, ci si muove in modo completamente diverso.
Di qui l’impressione di aver davvero a che fare con due mondi. Di cui, peraltro, uno è dotato di altissima visibilità, l’altro invece continua a restare nell’ombra.
Tutti noi infatti guardiamo a quello che ho definito “mondo A”, ovvero il mondo della politica, come fosse l’unico mondo esistente. Ma, ripeto, quando si tratta di fare scelte, anche impegnative, a livello locale, a prevalere sono altre logiche.
C’è insomma una certa schizofrenia nella società italiana, tra la logica del decisionismo maggioritario e quella del consenso, dell’accordo, del negoziato. Le due logiche sono agli antipodi eppure non si confrontano mai tra di loro. Anzi: l’attuale dibattito sulle riforme istituzionali è tutto incentrato sul Governo con la G maiuscola, cioè sull’idea che bisogna dare più potere al presidente del consiglio, più potere al governo ecc. Intanto però sono nati i patti territoriali; nel Mezzogiorno si stanno attuando i piani integrati territoriali; la stessa politica sociale ha come fulcro i piani di zona, che di nuovo sono promossi con il coinvolgimento e la partecipazione di tutti i soggetti interessati.
Ciò che emerge è allora una specie di doppio binario su cui, a mio avviso, è giunto il momento di interrogarsi .
Partecipazione e discussione hanno trovato diffusione anche in seguito a precise indicazioni europee. Gran parte del linguaggio e delle pratiche del mondo B, oggi assunti anche nei documenti delle pubbliche amministrazioni, sono spesso mutuati da esperienze nordeuropee o dal mondo anglosassone…
In effetti i programmi europei oggi chiedono sempre qualche forma di condivisione, di partecipazione e di coinvolgimento dei cittadini. Non puoi gestire praticamente nessun programma europeo, se non attraverso il parternariato.
Ma l’influenza dell’Europa non spiega tutto. Certamente c’è stato un incentivo legato all’accesso ai fondi europei. Ma c’è anche qualcosa di più profondo. Io infatti sostengo che è impossibile governare delle società articolate senza strumenti di questo genere; semplicemente non se ne può fare a meno. Cioè il motivo per cui in Italia c’è questo mondo B è perché queste scelte non possono essere fatte in altro modo.
Va poi precisato che non tutto viene dall’Europa: alcune invenzioni sono prettamente italiane. I patti territoriali, ad esempio, nascono qui, sono un’invenzione di De Rita. L’idea, ancora una volta, è quella di contrapporre allo sviluppo di progetti imposti dall’alto (top-down), come l’intervento straordinario nel Mezzogiorno, progetti di sviluppo dal basso (bottom-up) attraverso concertazioni locali tese a far emergere le specifiche vocazioni del territorio.
Poi, certo, la maggior parte delle tecniche su cui si fondano i processi di partecipazione dei cittadini, in particolare l’urbanistica partecipata, sono tutti prodotti d’importazione, arrivano dall’Inghilterra, dalla Francia, dai paesi scandinavi, dall’Olanda. Ma di nuovo perché non se ne può fare a meno; si tratta di un passaggio obbligato.
In questo nuovo scenario, i luoghi dell’amministrazione, tradizionalm ...[continua]

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