Ci sembra doveroso fornire un resoconto quanto più particolareggiato e obiettivo del libro di Jean Jacques Bernard: Le camp de la mort lente uscito a Parigi nello scorso dicembre. Il campo è quello di Royallieu, presso Compiègne: l’autore vi fu internato in seguito a una razzia di ebrei avvenuta a Parigi nel dicembre ’41 esattamente il giorno dopo la dichiarazione di guerra degli Stati uniti, e vi rimase fino al marzo ’42, Quando fu prosciolto per malattia grave.
Esistono qui in Roma centinaia di famiglie ebraiche le quali da circa 20 mesi vivono nella più angosciosa ignoranza di ciò che sia successo ai loro congiunti, prelevati nella famosa razzia del 16 ottobre 1943. Purtroppo è di ieri la smentita del Vaticano alle voci secondo cui la Santa Sede sarebbe riuscita ad avere notizie degli sventurati. Della razzia romana si è giunti a ricostruire il decorso fino al momento in cui le vittime, sul treno piombato in rotta verso il nord, giunsero alla stazione di Firenze. Ma da Firenze comincia la notte inesorabile. 
Il Bernard è penetrato nel cuore di quella notte, ne ha vissute alcune ore scontandone attimo per attimo la sostanza per noi così crudelmente enigmatica, poi ne è riemerso a dirci come era. Lo si interroga come uno che torni da un remoto e inaccessibile luogo di esilio, dove abbia lasciato persone a noi terribilmente care. È più che luogo di esilio, una specie di aldilà: per usare la parola ebraica, un gaòl. Le risposte che il Bernard ci dà noi le riassumiamo soprattutto a intenzione dei nostri amici dell’ex ghetto di Roma che non potranno leggere il libro. È quasi sicuro infatti che il racconto del Bernard, almeno fino a un certo punto, può far testo anche per i nostri deportati. Intanto, fin dove sappiamo, il procedimento seguito nella razzia di Roma collima con quello descrittoci dal Bernard, al punto da far supporre che l’analogia continui anche dove dei nostri non sappiamo più nulla. A Parigi come a Roma i tedeschi si presentarono nelle case degli ebrei verso l’alba, col solito foglio di istruzioni: non ebbero riguardo né per l’età né per le malattie, ingiunsero una scadenza di pochi minuti, sorvegliarono con armata e insolente pignoleria i preparativi dei partenti. Unica differenza fondamentale: invece che le intere famiglie, nella razzia parigina furono presi soltanto gli uomini, anzi soltanto gli iscritti su certi elenchi. Differenza accessoria: non furono subito gli autocarri a portarli via ma comode macchine chiuse che li condussero fino alla mairie dell’arrondissement: qui i razziati si trovarono alla presenza di una specie di tribunale militare, ma tutto si limitò a un appello e ad alcune istruzioni berciate dal capo in un tedesco di cui il Bernard non comprese sillaba.
Da questo punto le due storie tornano a coincidere: a pugni e pedate, soprattutto contro chi si attardi perché vecchio o malato o stanco o impaurito, gli ebrei vengono ammassati sui tetri autocarri: questi si mettono a compiere complicati e inspiegabili giri per la città, quasi a scoraggiare di più le vittime che momento per momento suppongono una diversa meta e a ciascuna associano una specifica angoscia o terrore. Finalmente si fermano alla Scuola militare. Collegio militare a Roma, Scuola militare a Parigi: senza dubbio la coincidenza è fortuita ma cresce la suggestione della analogia. 

Le ore passate dal Bernard nel maneggio della Scuola militare fanno già parte dell’ignoto: di quel gaòl della deportazione dal quale nessuno dei nostri ci ha più mandato a dire nulla. Per tutta la mattinata le pesanti porte si aprirono cigolando per fare entrare nuovi contingenti di razziati: non mai per farne uscire nessuno, nemmeno quel vecchio che, colpito da malore, dovette essere soccorso dai medici che si trovavano tra i prigionieri. Veramente una deroga ci fu: due individui che, quasi in risposta all’oltraggio, avevano indossato la loro divisa da ufficiali francesi, furono rimandati a mettersi in borghese, ma dopo un’ora rientrarono. A ogni nuovo arrivo si riconoscevano parenti ed amici, ed erano scene come di affettuosa e dolente agnizione. Il medesimo dovette succedere anche a Roma: non si sa però se questi incontri fossero un conforto o non piuttosto un incrudimento della pena, al vederla così specchiata nel viso degli amici, al constatare la impossibilità di un vicendevole aiuto. Da anni il mondo intero sapeva quale sorte i tedeschi riserbassero agli ebrei catturati. Stupisce che uomini intelligenti ...[continua]

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