Francesca, 39 anni, oggi lavora all’estero.

Ho iniziato a lavorare in una società di consulenza ancora ai tempi dell’università. All’epoca ero entrata con uno stage e dopo la laurea sono rimasta lì, era la fine degli anni Novanta.
Devo dire che in quegli anni nel mondo della consulenza c’era ancora spazio per poter vedere delle belle cose; i ragazzi che sono entrati anche solo qualche anno dopo di me non hanno sempre avuto la stessa opportunità. In seguito la società è stata acquisita da una grande multinazionale. Devo dire che entrare in un’azienda da diverse centinaia di migliaia di persone cambia la prospettiva. Lavorando su progetti italiani e internazionali ho messo insieme un’esperienza abbastanza ampia, sia in ambito di design organizzativo, gestione di trasformazioni aziendali, ma anche process improvement, shared service center, ecc.
Sono diventata dirigente a 28 anni e partner a 37, una cosa piuttosto rara, nel senso che non erano più gli anni Ottanta. Il problema più grande, in Italia, secondo me, è essere giovani, prima ancora di essere donne o di essere qualsiasi cosa. Comunque gestivo un gruppo di oltre cento persone e una parte importante della struttura consulenziale che tra le altre cose si occupava di progetti strategici di trasformazione aziendale per i nostri clienti.
Non è facile spiegare questo tipo di lavoro . Occuparsi di trasformazione significa intanto fare un’analisi del modo di lavorare e poi provare a definire processi nuovi, nuove organizzazioni.
Non è più solo internazionalizzazione. Ora i modelli cambiano. Per dire, in passato si tendeva a metter su, nei vari stati, aziende che erano una la copia dell’altra. Oggi la sfida è capire e sfruttare le opportunità, per cui nel ridisegnare bisogna studiare i punti di forza o di debolezza dei vari Paesi. Allora ci saranno alcuni Paesi che fanno tutto, tutta la catena del valore, però magari alcune funzioni o attività "si tirano su” e si dislocano nei posti in cui si pensa di poter avere accesso a un certo tipo di professionalità magari con un rapporto costo-competenza più vantaggioso. Al contrario, per i profili più preziosi, si può pensare a un network più disperso, nel senso che li lasci vivere a Parigi o a Firenze così loro sono più contenti e tu riesci a fare meglio retention, cioè a fidelizzare. In generale comunque si tratta di ridisegnare il modo di lavorare e anche dei nuovi modelli di business. È una cosa molto appassionante. Ho citato lo shared service center. Quando alcune funzioni raggiungono una dimensione critica e un’estensione geografica che lo motivi, possono essere definiti nuovi modelli organizzativi e operativi.
Storicamente le persone facevano un po’ di tutto, erano dei generalisti che sapevano occuparsi del problema operativo così come di temi complessi. Da una parte, è giusto, soprattutto quando non ci sono le dimensioni necessarie per fare diversamente. Però, qualche volta, evolvendo è anche interessante vedere come si può cercare di utilizzare meglio il tempo e le competenze delle persone. Si tratta di setacciare il lavoro e comporre un modello organizzativo che sia in grado di migliorare il modo in cui ciascuno contribuisce, possibilmente proponendo comunque delle mansioni interessanti, perché solo così si crea un circuito virtuoso e sostenibile anche a lungo termine.
Così si permette ai giovani di accedere in posizioni più gestibili quanto a complessità e si concentra lo sforzo delle persone più senior sulle tematiche più complesse. Ecco, detto in estrema sintesi, io facevo queste cose qua. Poi come executive partner avevo anche delle responsabilità di gestione. A dire la verità, avevo soprattutto queste ultime, alla fine la gestione finisce per risultare prevalente, almeno in alcuni contesti, rispetto alle attività sul campo.

Sono sempre stata una che non si risparmia nel lavoro. Ricordo veramente poche volte in cui non abbia lavorato dopo cena; ho fatto tanti mesi anche a lavorare metodicamente fino alle quattro del mattino e svegliandomi alle sei per la prima call con l’India. Questo era, diciamo, normale. Normale di sicuro fare le due. Ma non è neanche tanto la quantità che rende bene l’idea. È proprio l’intensità di quello che si fa con un telefono da una parte, uno dall’altra, delle persone davanti, le e-mail che scorrono sotto gli occhi e accanto quindici chat che lampeggiano, e tu che fai una cosa e intanto ne devi fare un’altra, con il collega che ti chiede una co ...[continua]

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