Christopher Hein, avvocato, dopo aver a lungo lavorato presso l’Alto Commissariato per i Rifugiati (Unhcr), nel 1990 ha fondato il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), un’organizzazione non-governativa per la tutela dei rifugiati. È membro del comitato esecutivo del Consiglio Europeo per Rifugiati ed Esuli (Ecre), organismo che riunisce 80 ong attive impegnate nella tutela del diritto d’asilo, con sede a Londra. L’intervista ha avuto luogo nell’ambito di una giornata di informazione e dibattito organizzata dal Teatro Due Mondi, che si è aperta con il racconto testimonianza di Hassan Abakar (Ciad) e Friday A. Ayomo (Nigeria), arrivati dalla Libia lo scorso maggio.

Lei si occupa di rifugiati da oltre trent’anni. Può intanto spiegarci chi è un rifugiato?
Quando parliamo di rifugiati parliamo di persone che sono costrette a fuggire dal proprio paese per motivi che sono elencati nella definizione universale del rifugiato contenuta nel primo articolo della Convenzione di Ginevra del 1951 in base al quale il rifugiato è colui che "temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo paese; oppure che, non avendo cittadinanza e trovandosi fuori del paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi”.
La prima osservazione è che il parametro per dire chi è un rifugiato è in ogni caso la situazione nel paese di origine, non del paese di transito. Questa non è contemplato né nella normativa internazionale né in quella comunitaria o italiana, quando parliamo della protezione internazionale dei rifugiati. Poi parleremo della conseguenza di questa limitazione perché nel caso della Libia ci troviamo di fronte a un bel problema.
Quindi, per rispondere alla domanda, vorrei sottolineare che, quando parliamo di rifugiati, parliamo di persone che devono fuggire dal proprio paese. A differenza degli immigrati per motivi economici, che cercano prospettive di vita migliori altrove, nel rifugiato c’è questa nozione della costrizione, di assenza di alternative: bisogna scappare per salvaguardare la propria vita, la propria libertà. La molla non sono motivi economici, ma la violazione dei diritti umani elementari in un contesto in cui manca completamente la protezione dello Stato di appartenenza.
La convenzione di Ginevra introduce infatti il concetto di "protezione internazionale”, che va a sostituire quella protezione che il proprio Stato di appartenenza non può o non vuole dare.
Quindi subentra un approccio, una solidarietà internazionale, sulla base però di un criterio. La protezione, cioè, viene concessa con un filtro, una sequenza di passaggi. Si parla infatti di "procedura d’asilo”, alla fine della quale si assegna o meno lo status di rifugiato.
Apro una parentesi: nella stampa, nei media, spesso di parla di profughi. Questo è un termine che noi cerchiamo di evitare perché il profugo non ha una definizione giuridica. Ci sono i profughi italiani dalla Libia che, dopo l’arrivo di Gheddafi, in decine di migliaia, vennero espulsi e arrivarono qui appunto come "profughi”; ci sono stati anche i profughi dall’Istria dopo la Seconda guerra mondiale. Ma è evidente che non possiamo parlare di rifugiati perché si trovano nel proprio paese. Il rifugiato, come da definizione, è una persona che si trova fuori dal proprio paese.
Quindi profugo è una situazione molto generica senza una vera connotazione di diritti, di status giuridico.
Può spiegarci cos’è il "Regolamento Dublino” e perché secondo lei mette a repentaglio i diritti del rifugiato?
Il viaggio del rifugiato spesso non ha una destinazione chiara: l’importante è fuggire non importa dove. Friday l’ha spiegato bene raccontando la fuga dalla Libia: "Io non sapevo dove saremmo andati e forse neanche mi interessava”. In altri casi la destinazione è ben precisa. Molte delle persone arrivate l’anno scorso a Lampedusa non avevano intenzione di rimanere in Italia. Magari avevano un familiare in Germania, in Svezia, Olanda o in altri paesi. Se lei domani dovesse lasciare il suo paese, dove andrebbe? Andrebbe dove conosce qualcuno.
È normale cercare qualcuno nel proprio ambiente in termini di famiglia, di lingua eccetera, anche semplicemente per avere qualcuno che ti dà una mano. Le istituzioni e i vari programmi vengono comunque dopo.
E qui veniamo a questo nefasto regolamento comunitario che si chiama Dublino, che invece non prende in esame questa giusta necessità del rifugiato di arrivare là dove c’è qualcuno che lo aspetta, che lo conosce. Il Regolamento Dublino fa sì che ogni giorno all’Italia, per esempio, vengano "restituite” delle persone che erano andate in un altro paese dell’Unione europea a cercare asilo appunto perché laggiù avevano familiari o amici. Ecco, in base al Regolamento Dublino questo non si può fare: sei costretto a fare la richiesta d’asilo nel primo paese di arrivo fisico che, per ovvie ragioni, in genere è l’Italia, la Grecia per chi viene dalla Turchia o dal Medio Oriente, la Spagna per chi arriva dall’Africa occidentale.
È un regolamento voluto da paesi come la Francia e la Germania che non hanno frontiere esterne, quindi insistono nel mantenere questo regolamento che causa moltissimi problemi. Anche all’aeroporto di Venezia arrivano questi voli da Stoccolma, da Francoforte, da Londra con persone che volevano andare in quei paesi, però non lo possono fare. Nel caso della Gran Bretagna, la polizia britannica addirittura va a prelevare le persone alle cinque di mattina e le ammanetta, dopodiché le carica su un volo che le riporta nel loro paese d’arrivo in Europa.
Nei primi mesi dello scorso anno c’è stato un allarmismo diffuso per l’arrivo degli immigrati, si è parlato di invasione...
Diamo qualche dato statistico: nel 2011 dal Nord Africa sono arrivate circa 62.000 persone. Quindi non c’è stato questo esodo biblico, questo tsunami umano di cui si è parlato. Un numero che più o meno corrisponde al numero di albanesi arrivati nei primi anni 90 attraverso l’Adriatico o al numero dei bosniaci arrivati durante la guerra nella ex Jugoslavia. Niente di così straordinario o emergenziale, se non fosse per due motivi. Un motivo politico di voluto allarmismo nell’opinione pubblica per paventare una massa di persone che un paese come l’Italia non poteva assorbire. Un altro motivo è che certamente l’Italia ha una tradizione di asilo relativamente recente quindi non ha una vera preparazione. Il diritto d’asilo in Italia è cominciato solo intorno al 1990 contemporaneamente al crollo del muro di Berlino e all’entrata in vigore della prima legge italiana sugli stranieri, la legge Martelli del 1990. Non a caso anche la mia organizzazione, il Cir, è nata quell’anno.
Quindi una storia relativamente recente che spiega la mancanza di preparazione per far fronte a un numero ridotto di persone. Alla fine, nel caso dell’Italia, parliamo di circa 26.000 tunisini che sono arrivati a Lampedusa in forma spontanea durante e dopo la Rivoluzione dei gelsomini. Di questi, una parte se n’è già andata in Europa, una parte è tornata in Tunisia, altri sono stati espulsi e costretti a ritornare a casa, altri ancora fino ad aprile possono godere della protezione temporanea.
Oltre ai tunisini, c’erano gli immigrati dalla Libia, perlopiù di origine dell’Africa subsahariana, salvo qualcuno dal Bangladesh, dal Pakistan e da altri paesi dell’Asia.
Per queste persone la Libia era un paese di transito, in altri casi era un paese di immigrazione a tutti gli effetti.
Tornando alle statistiche: delle 34.000 persone che nel 2011 hanno chiesto asilo in Italia, circa 28.000 sono arrivate dalla Libia. Delle 34.000 domande presentate sono state prese circa 20.000 decisioni di richiesta d’asilo tra le varie commissioni. Circa 10.000, la metà, hanno avuto un diniego di qualunque forma di protezione. Un diniego vuol dire che o tu fai ricorso al tribunale e chiedi magari la sospensione del provvedimento di allontanamento dall’Italia oppure sei soggetto all’espulsione: nel momento in cui vieni rintracciato dalla polizia, ti devono arrestare e mandare in un centro di identificazione ed espulsione (dove, dopo la riforma del ministro Maroni, si può rimanere anche fino a 18 mesi).
Ora, prendiamo Friday, un nigeriano espulso dalla Libia: fa il colloquio alla Commissione territoriale; intanto gli viene chiesto: "Perché non torni in Nigeria?”. A quel punto lui dirà di essere fuggito non dalla Nigeria ma dalla Libia, ma alla commissione la Libia non interessa perché non è il suo paese d’origine, quindi la sua domanda avrà esito negativo.
Chiedo: ha senso che una persona che ha vissuto questa situazione drammatica sia caricata su un aereo e spedita a Lagos, con due poliziotti italiani che poi lo consegnano alla polizia nigeriana, con costi elevatissimi; ecco, le sembra giusto?
Per uscire da quest’impasse una soluzione potrebbe essere lo "status umanitario”, previsto dalla normativa italiana del Testo unico immigrazione; non è propriamente la protezione internazionale, ma la commissione può decidere più liberamente se ci sono elementi umanitari.
Bene, delle 20.000 pratiche evase, in 5000 casi le commissioni hanno deciso di dare lo status umanitario. Questa formula tuttavia presenta delle difficoltà perché è solo un permesso di soggiorno per un anno (che può essere rinnovato) e poi, giuridicamente parlando, si può concedere solo quando l’espulsione dello straniero violerebbe un obbligo internazionale dell’Italia. Adesso non necessariamente se Friday viene mandato a Lagos, l’Italia viola qualche obbligo internazionale.
Ogni giorno degli immigrati non in regola con i permessi di soggiorno vengono espulsi e rispediti nel loro paese senza che questo sia considerato una violazione delle norme internazionali.
Voi avete presentato una proposta-appello. Può raccontare?
Da alcune settimane il Cir, assieme ad altre organizzazioni, ha pubblicato un appello al governo per affrontare questa situazione. Quello che proponiamo è un atto del governo, un decreto del presidente del Consiglio dei Ministri per attivare la "protezione temporanea” prevista all’articolo 20 del Testo unico immigrazione (è lo stesso articolo applicato un anno fa in favore dei tunisini arrivati prima del 5 aprile) con un permesso di soggiorno inizialmente di sei mesi eventualmente rinnovabile, che lasci alle persone tre opzioni.
Questo è un punto importante. I rifugiati non sono tutti uguali: ognuno ha la sua storia, ognuno ha il suo bagaglio, i suoi sogni, la sua famiglia, i suoi amori, la sua preparazione, ecc. Siamo tutti diversi. Quindi è giusto avere degli strumenti che riflettano le diverse circostanze individuali. Allora, la prima opzione è che questo permesso di soggiorno per motivi di protezione, di fronte un’offerta di lavoro possa essere convertito in un normale permesso di soggiorno coerente con la durata del contratto. Aprendo la possibilità quindi di una permanenza regolare in Italia.
La seconda opzione, se la situazione si stabilizza e se vengono date garanzie di protezione dei ritorni, è di tornare in Libia con un programma di ritorno -volontario naturalmente- assistito sulla base di un accordo che il governo italiano dovrà prendere con il governo di transizione. Quindi un ritorno assistito programmato, con un meccanismo di monitoraggio indipendente internazionale. Dal punto di vista economico, la Libia ha bisogno di manodopera straniera, non può vivere senza. La Libia prima del conflitto aveva più di un milione e mezzo di lavoratori stranieri, dai paesi dell’Africa subsahariana, ma anche dal Bangladesh, dal Pakistan, e poi cinesi, egiziani, tunisini, algerini, ecc. Parliamo di un quarto della popolazione totale e di circa un terzo della popolazione attiva. La Libia è un paese ricchissimo, con infrastrutture relativamente avanzate in Africa, ma con una scarsa popolazione, quindi è un paese di immigrazione a tutti gli effetti.
La terza opzione è il rimpatrio nel paese di origine anche qui con un vero programma di rimpatrio volontario assistito, che preveda anche misure di reintegrazione nel paese di provenienza. Serve cioè un incentivo degno di questo nome. Nessuno fa marcia indietro per duecento euro (la cifra attualmente prevista in questa formula). Come possiamo immaginare che una persona torni al proprio villaggio dopo anni di assenza con duecento euro. Questo non è serio!
La vostra proposta prevede dei costi elevati...
Oggi bisogna sempre chiedersi: chi paga? Allora, il programma di accoglienza messo in atto lo scorso anno per le popolazioni del Nord Africa è stato affidato alla Protezione civile. Nei territori abbiamo così assistito a un’esplosione di piccoli (ma a volte non così piccoli) centri di accoglienza che prima non c’erano, attraverso un patto con tutte le regioni, escluso l’Abruzzo a causa del terremoto. Si è anche stabilita una tariffa unitaria per il costo di questa accoglienza che varia tra i 40 e i 46 euro a persona al giorno. Una cifra che include il vitto, l’alloggio ma anche tutti i servizi necessari previsti. Attualmente sono in accoglienza 22.000 persone. Bene, fate rapidamente il calcolo: 22.000 per 365 giorni per 46 euro al giorno. La stessa Protezione prevede tra il 2011 e il 2012 una spesa di ben 700 milioni di euro. Una cifra astronomica.
Io mi chiedo: che senso ha? Ci sono persone in accoglienza ormai da un anno e molti non hanno neanche avuto il colloquio con la commissione; stanno lì a bagnomaria, in attesa di qualcosa. Una vita sospesa, senza prospettive, senza futuro. Non sarebbe meglio, oltre ad accelerare tutte queste procedure, utilizzare almeno una parte di questi fondi per programmi tesi a una qualche soluzione, che sia l’integrazione in Italia, un ritorno volontario assistito in Libia o un programma di rimpatrio volontario assistito? Abbiamo fatto i conti: costerebbe molto meno. E sarebbero delle "soluzioni”.
Voglio aggiungere un’ultima cosa sull’accoglienza. Ci sono esempi molto positivi e altri molto meno positivi. Girando molto l’Italia ho rilevato un "effetto collaterale” di questa cosiddetta emergenza Nordafrica e cioè che le persone inaspettatamente si rivelano curiose: c’è un interesse diffuso a saperne di più, a dialogare, a includere. Non dimentichiamo infatti che l’inclusione sociale non è solo la casa e il lavoro, ma il confronto, l’ascolto, ecc.
Recentemente sono stato in un piccolissimo comune vicino a Benevento dove un bel giorno, nel giugno dell’anno scorso, è arrivato un ­pullman della Protezione civile della regione Campania che ha scaricato 55 africani. Il sindaco non ne sapeva niente, il vicesindaco neanche. Nessuno sapeva niente. Avevano fatto un accordo con un albergatore privato che verosimilmente ha preso un bel po’ di soldi, dopodiché non si sapeva che fare.
Ed ecco che la cittadinanza si è mobilitata in modo sorprendente: un volontariato mai visto! Teniamo tra l’altro presente che in quella zona non avevano mai avuto immigrati africani, non sono zone ricche. I cittadini, in breve tempo e totalmente spontaneamente, hanno messo in moto un servizio di insegnamento della lingua italiana, hanno trovato dei mediatori, hanno istituito un servizio legale, hanno organizzato momenti di intrattenimento: chi ha portato la tv, chi la musica. Una signora di questo piccolo comune mi ha confessato: "Per tutta la vita ho sognato di fare un viaggio in Africa, ma non ho mai potuto. Adesso l’Africa è venuta da me!”.
Ecco, al di là di tutti i limiti giuridici, economici e politici che abbiamo ricordato, credo che questa sia una ricchezza da valorizzare.
A febbraio, la Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato il governo italiano per i respingimenti in Libia di alcuni immigrati.
La notte tra il 6 e il 7 maggio 2009 tre barconi partiti del costa libica, vicino a Tripoli, a 35 miglia a sud di Lampedusa, ovvero in acque internazionali, sono stati intercettati da una nave della Guardia di Finanza italiana. La nave si è avvicinata ai barconi carichi soprattutto di somali ed eritrei che a quel punto erano molto sollevati di vedere una nave italiana e quindi hanno lasciato le loro barche e sono saliti sulla nave della Finanza. Credevano che sarebbero stati accompagnati a Lampedusa e quindi erano contenti.
Questo lo sappiamo non solo da tante testimonianze ma anche da un giornalista francese che per puro caso quel giorno faceva un servizio sulle operazioni della Guardia di Finanza e quindi si è trovato su questa nave. Dopo sei, sette ore di navigazione invece i rifugiati vedevano la costa libica e cominciava la disperazione perché la nave si avvicinava sempre di più al porto di Tripoli dove ad aspettarli c’erano i poliziotti di Gheddafi.
I rifugiati si sono ribellati, non volevano ritornare nell’inferno dei centri di detenzione libici, ma una volta giunti al porto, i poliziotti libici, a forza di manganellate li hanno fatti scendere per poi caricarli su dei mezzi di trasporto e smistarli nei quattro centri di detenzione.
Questa è stata la prima operazione della famosa "politica del respingimento” dal mare verso la Libia. Lo stesso pomeriggio del 7 maggio il ministro dell’interno Maroni ha convocato una conferenza stampa per informare di questo successo nel contrasto all’immigrazione clandestina.
Seconda puntata. Avendo accesso, per la nostra attività al fianco dell’Unhcr, ad alcuni centri di detenzione, abbiamo aiutato alcuni degli immigrati respinti dall’Italia, in particolare 24, tutti eritrei e somali, a prendere contatto con avvocati specializzati nella presentazione di ricorsi alla Corte dei diritti umani di Strasburgo. A luglio del 2009 gli avvocati hanno quindi presentato ricorso.
Il caso, riconosciutane l’importanza, è stato affidato alla Grande Camera, la massima autorità.
La causa è stata appoggiata formalmente dall’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati e da altre organizzazioni internazionali.
Di quali violazioni è stato accusato il nostro paese?
La violazione dell’art. 3 della Convenzione europea sui diritti umani che vieta in ogni circostanza la tortura e il trattamento inumano e degradante. C’era già una giurisprudenza precedente, in base alla quale è vietata anche l’espulsione verso un altro territorio -in questo caso la Libia- dove c’è un rischio reale che questa norma sia violata.
Questa sentenza va oltre e afferma che il governo italiano non poteva non sapere che la tortura veniva regolarmente praticata in questi centri. Non solo, il fatto è ancora più grave perché la Libia, a sua volta, non avrebbe dato alcuna garanzia di non respingere le persone verso i loro paesi d’origine, in questo caso Eritrea e Somalia. Questo il secondo motivo della violazione dell’art. 3. È una formulazione importante perché sancisce che la Libia non dà alcuna garanzia per un rifugiato.
Una seconda violazione verte su un territorio assolutamente innovativo nella giurisprudenza.
Il quarto protocollo aggiuntivo della Convenzione europea vieta le espulsioni collettive. Parliamo di una misura senza un provvedimento individuale, tarata sulla situazione personale dello straniero. Però è interessante che si parli di "espulsione”. L’espulsione infatti è una misura nei confronti di una persona che è già nel territorio. In quel caso le persone erano in alto mare, in acque internazionali, tra l’altro, neanche territoriali.
Ecco allora che con questa interpretazione la corte stigmatizza l’attività di uno Stato fuori dal suo territorio. D’altra parte è innegabile che quelle persone erano sotto la giurisdizione dello Stato italiano, nello specifico erano sottoposte al comando della Guardia di finanza.
Questa è un’interpretazione di vastissima importanza perché potenzialmente mette in discussione ciò che succede alle frontiere esterne dell’Unione europea, ma anche fuori da quelle frontiere. Da anni, infatti, l’Unione ha messo in atto delle misure di controllo anche in paesi terzi, fuori cioè dai suoi confini. Tutti sanno che, ad esempio, negli aeroporti di Addis Abeba, di Kartum, di Caracas, ci sono funzionari britannici, francesi o italiani che coadiuvano le autorità nazionali nel controllo delle persone in partenza.
Poi c’è Frontex, l’agenzia dell’Unione europea che si occupa delle frontiere esterne e che ogni anno comunica con soddisfazione quante migliaia di persone sono state respinte dalla Grecia verso la Turchia, dalla Spagna verso il Marocco, dall’Italia verso la Tunisia, l’Algeria, la Libia, ecc.
Bene, alla luce di questa sentenza queste misure andranno riviste, così come i meccanismi di controllo fuori del territorio europeo. Su questo piano noi ci stiamo già muovendo assieme alle altre organizzazioni riunite nel Consiglio europeo per il rifugiato, che ha sede a Bruxelles.
Per concludere, dei 24 ricorrenti sappiamo con certezza che due sono morti nel tentativo di ritornare in Italia. Uno è morto di malattia in Libia. Alcuni sono andati in Israele, in Gambia, in Svizzera e in Tunisia, altri sono scomparsi. Uno è stato riconosciuto rifugiato con formula piena dalla commissione territoriale di Crotone dopo esser tornato in Italia. Questo è importante perché il governo, nella difesa della propria politica, ha più volte ribadito che nessuna delle 860 persone respinte tra maggio e novembre 2009 avrebbe fatto capire di voler chiedere asilo. Il che è alquanto bizzarro considerato che la maggior parte erano somali ed eritrei, nazionalità a cui nel 99% dei casi viene concessa la protezione.
Un’ultima osservazione, il rifugiato non è tale nel momento in cui viene riconosciuto da una commissione, da un’autorità. Il rifugiato è una persona costretta a fuggire dal proprio paese per i motivi che ricordavamo all’inizio. Il riconoscimento è solo un atto formale che sancisce una condizione che comunque è preesistente.
I rifugiati che arrivano nel nostro paese, oltre al bagaglio di sofferenza e traumi, devono anche fronteggiare le difficoltà che incontrano gli altri immigrati....
Quando parliamo di accoglienza e integrazione sorgono sempre mille difficoltà: l’accesso al mercato del lavoro, la disoccupazione, la crisi. E poi l’accesso alla casa: il problema del razzismo per gli africani o banalmente delle garanzie da dare al padrone di casa. Abbiamo una valanga di problemi oggettivi che, in fondo, non sono così diversi da quelli che oggi incontrano anche molti italiani, che hanno però il vantaggio di aver sempre un familiare, un conoscente che li può orientare.
Non ci si pensa mai, ma se un bel giorno lei si trovasse in Gambia da sola e le dicessero: "Tu hai tutti i diritti, puoi lavorare legalmente in questo paese, dai, vai!”, dove va, a chi chiede?
Questo dobbiamo sempre tenerlo presente: non ci sono solo i problemi oggettivi, ci sono anche quelli soggettivi.
Sulla base di varie ricerche abbiamo elaborato un approccio che non si limiti a prendere in considerazione le difficoltà oggettive ma anche quelle della persona.
Il rifugiato è in una situazione diversa da quella dell’immigrato che può comunque sempre decidere di ritornare al suo paese. È come una persona che si trova su un ponte: non è più là e non è ancora qua. È una persona che ha una forte pulsione a guardare indietro più che avanti, di guardare da dove è venuto. Come la moglie di Lot. È una persona piena di angosce, spesso segnata da un forte senso di colpa per aver abbandonato la propria famiglia, i genitori anziani, gli amici in carcere, il proprio partito, il sindacato, la comunità religiosa. Questo sentimento a volte viene espresso, ma più spesso ci vuole tutto un lavoro per farlo emergere. Proprio questo senso di colpa, assieme al trauma e a una tristezza profonda rende molto difficile guardare avanti.
È un punto importante se vogliamo davvero integrare queste persone. Perché l’integrazione è un processo che ha a che fare con il futuro, con dei progetti. Questo per ribadire che assieme ai problemi oggettivi, va sempre considerata anche la dimensione soggettiva.
Ci sono tante misure che possono facilitare questo cambiamento di ottica. La ricostruzione della propria storia è molto importante in questo passaggio perché è un meccanismo di elaborazione e a volte di superamento di un trauma. Dopodiché ci vuole anche la possibilità di un incontro. Altrimenti è difficile che scatti la curiosità per il nuovo contesto e anche l’apprendimento della lingua resta un processo solo teorico, astratto. La ricostruzione della storia è fondamentale anche per ottenere lo status di rifugiato. Non è facile, normalmente non ci sono prove di ciò che è successo, non ci sono documenti e se anche c’erano facilmente sono andati persi durante il viaggio. A volte è possibile far arrivare qualche carta dai familiari, ma non sempre. Ecco, come fa la Commissione territoriale a capire se questa storia è vera o no? Intanto va detto che non servono "prove”. È però necessario produrre un racconto il più possibile dettagliato di ciò che una persona ha vissuto. Da parte sua, la Commissione deve avere una conoscenza molto approfondita del contesto in questione: deve conoscere quel paese, quella regione, i gruppi etnici presenti, le persecuzioni già avvenute nei confronti di quella determinata minoranza religiosa, eccetera. In gergo parliamo di Coi, "Country information”. In futuro ci sarà un sistema unitario di raccolta di informazioni sui paesi di origine dei richiedenti asilo. Nella prima intervista con la questura, il cosiddetto C3, viene raccontata una storia, poi passano anche sei mesi, un anno, prima dell’audizione e spesso in quella sede esce una storia diversa.
Le maggiori difficoltà purtroppo si riscontrano con chi è "più rifugiato degli altri”. Mi riferisco alle vittime di tortura che spesso proprio non possono raccontare ciò che hanno vissuto, non ce la fanno, sono terrorizzate, traumatizzate... E quindi inventano qualunque cosa. Non perché sono bugiardi, ma perché c’è un impedimento interno a raccontare. Anche la donna vittima di uno stupro avvenuto nel suo paese o durante il viaggio, quando poi si trova davanti a un poliziotto, quindi a un uomo, che le chiede: "Perché vuoi chiedere asilo?”, non racconterà mai cosa le è successo.
(a cura di Barbara Bertoncin)