Com’è l’odierna condizione operaia? 
Rispetto agli anni Sessanta-Settanta c’è un cambiamento ambiguo. Alcune conquiste di allora non sono state del tutto rimangiate o distrutte, ci sono delle eccezioni, ma complessivamente nelle fabbriche oggi si sta meglio che non negli anni Cinquanta e Sessanta; la tendenza al miglioramento non è stata distrutta. Detto questo, va aggiunto che dal punto di vista salariale le condizioni sono peggiorate, ma non hanno riportato gli operai al livello di vita precedente alla grande ondata di lotte. Quando parlavo di cambiamento ambiguo mi riferivo però alle trasformazioni tecnologiche e organizzative che stanno mutando le condizioni di lavoro. L’ambiguità sta nel fatto che queste trasformazioni aprono possibilità di lavori meno faticosi, professionalmente e intellettualmente più ricchi, e questo è l’aspetto positivo, ma dall’altra parte questo si accompagna a un crescente controllo padronale sulla prestazione lavorativa. Quei margini di respiro conquistati rischiano di essere assorbiti dall’azienda fino al millesimo di secondo. Ci sarà un lavoro più intelligente, meno faticoso dal punto di vista fisico, con meno nocività, ma con una tensione tale da produrre stress e da aggravare la perdita di controllo sulle condizioni di lavoro. I giovani sembrano essere quelli che maggiormente puntano sulle prospettive di mutamento nell’organizzazione del lavoro, mentre ovviamente gli anziani non vedono molte possibilità di essere loro a godere di queste nuove possibilità. Questo non vuol dire che gli uni si identifichino con la fabbrica e con il lavoro e gli altri no; la realtà è che i vecchi sono incatenati in qualche modo al posto di lavoro attuale e non vedono alternative, mentre i giovani vedono più possibilità, sia nella fabbrica dove sono, sia scegliendo altri lavori. Quella dei giovani è una prospettiva meno rigida. 
Questo significa che fra i giovani c’è minore identificazione di classe?
Questo, francamente, non saprei dirlo, parlo sempre della Fiat, ma non credo che oggi anche fra i vecchi ci sia una grande identificazione di classe. Agli scioperi partecipano di più i giovani che non i vecchi; i vecchi sono rimasti più segnati dalla sconfitta degli anni 80, sono più rassegnati. I giovani sono più combattivi, senza che questo, però, si traduca in una coscienza di classe come la conoscevamo negli anni 70. In realtà la coscienza di classe, così come è definita in termini teorici, è sempre stata difficile da trovare concretamente. Sempre rimanendo alla Fiat, che è un caso abbastanza particolare anche se importante, la forte coscienza di classe degli anni 70 rifletteva il fatto che la fabbrica era il luogo in cui gli operai avevano trovato la loro forza. Era nella fabbrica che erano riusciti a cambiare le cose e avevano una profonda diffidenza, spesso anche di tipo qualunquistico, verso la politica; questa diffidenza è rimasta e si è perso il resto. Oggi dai giovani si sentono facilmente dei discorsi di tipo normalmente democratico, si parla di diritti, anche di adesione alle lotte se si pensa che possano servire, ma senza condirle di un’ideologia anticapitalistica. 
La fabbrica ha perso quindi il ruolo centrale che aveva sia nella società che nell’immaginario?
Si, credo di sì, ma va anche detto che questo ruolo centrale è stato mitizzato. Certamente la fabbrica era socialmente centrale, le lotte operaie segnavano il cammino della società, ma l’idea che da lì partisse un processo di mutamento politico, che cominciando dal controllo sulla organizzazione del lavoro arrivasse al controllo sugli investimenti, al "nuovo modello di sviluppo”, fino al potere politico, era minoritaria. Era un’ideologia presente non solo fra gli intellettuali, ma anche fra gli operai, in settori dell’avanguardia politicizzata, ed era centrale per le lotte operaie che c’erano, ma comunque rimaneva minoritaria. Oggi il tessuto di lotte è molto indebolito e la fabbrica è meno centrale. Dal punto di vista strutturale sono convinto che lo sviluppo industriale, non la grande fabbrica, continui a essere centrale per le prospettive future. Nel caso di Torino è perfettamente pensabile, e forse auspicabile, un futuro non centrato sull’industria automobilistica, ma non è pensabile un futuro senza industrie.
E il sindacato? Sembra che, dai primi anni Ottanta in qua, abbia perso il senso del proprio essere...
Sì, e le cause di questa crisi sono molte. Il problema è che c’è stata una fase, che riguarda una buona parte degli anni Ottanta, in cui il peso della sconfitta ha determinato una situazione con poche lotte, molto difensive e con scarsi margini di conquista. Questo ha portato a una specie di rottura di continuità nel rapporto del sindacato con i lavoratori; un rapporto che era basato sull’attività contrattuale quotidiana del sindacato. C’è stata la crisi dei consigli di fabbrica e quindi si è materialmente indebolito, e in certi casi è scomparso, il tessuto di rapporti capillari del sindacato con la base sociale. Questo è un dato oggettivo, in parte indipendente da quella che era la volontà del sindacato all’inizio degli anni Ottanta. Un altro aspetto della crisi, che invece è politico e dipende dalle scelte che il sindacato ha fatto, è dovuto al fatto che il sindacato non ha saputo fare un’analisi e trarre delle lezioni adeguate da quella sconfitta. 
Abbiamo avuto porzioni consistenti del sindacato -di cui la Cisl è l’esempio più clamoroso, ma che vale anche per buona parte della Cgil- le quali hanno semplicemente pensato che si era stati troppo estremisti, che avevamo lottato troppo e quindi bisognava diventare più moderati. Un’altra parte del sindacato, ad esempio molti compagni di "Essere Sindacato”, in sostanza esprime invece una nostalgia per quei tempi e quindi non si domanda fino in fondo perché quella linea è stata sconfitta. Nei fatti, comunque, l’incapacità di elaborare questa esperienza, unita al dato oggettivo di alcuni anni di rottura di continuità e di mancanza di lotte, ha contribuito a portare alla situazione attuale, in cui si ha la sensazione che buona parte del sindacato giri su se stesso, che sia molto proiettato sui problemi interni e che i problemi di politica sindacale li affronti in modo molto accademico, avendo presente gli interlocutori istituzionali, ma poco la situazione dei lavoratori. Questo ovviamente non vale per moltissimi pezzi periferici del sindacato, che continuano a fare un lavoro oscuro e faticoso di rapporto effettivo con la base. 
Ma perché la crisi degli anni Ottanta non è stata capita dai sindacati? 
I motivi sono molti. Uno è che le lotte degli anni Settanta erano arrivate a un punto tale che c’era bisogno di una soluzione politica; in fabbrica si era creato un sovraccarico di forze e scontri che richiedevano misure di politica economica e di politica sociale che dovevano essere prese dal governo. Questa esigenza, che era avvertita anche nel sindacato, si è però tradotta da un lato nei governi di solidarietà nazionale e dall’altro nella linea dell’Eur, che è finita male. Ha finito per portare alla centralizzazione della contrattazione e al prevalere di una linea moderata. Dall’altro lato, nei luoghi di lavoro, il sindacato non ha saputo affrontare il problema della gestione della contrattazione e delle lotte. Non è un caso che allora, anche nei consigli di fabbrica, dominasse il timore della "istituzionalizzazione”; non è un caso che parole come "cogestione” fossero viste come bestemmie e si avesse tutti paura di qualsiasi stabilizzazione delle relazioni industriali in fabbrica. In realtà i rapporti di forza che si erano costruiti potevano consolidarsi solo se si trovava con le aziende un modo per esercitare questa forza in modi compatibili con l’esistenza e la competitività delle aziende stesse. Questo è un problema che non si è affrontato, se non più tardi e in termini puramente teorici, cioè con una serie di elaborazioni che nel caso della Cgil vanno sotto l’etichetta di "codeterminazione”. Queste elaborazioni traevano la giusta conseguenza dalle contraddizioni irrisolte degli anni Settanta, ma solo sulla carta: quando il sindacato aveva la forza per fare la codeterminazione non la voleva per pregiudizi ideologici, quando poi ha cominciato a parlarne non aveva più la forza per applicarla. 
E' mancato uno sbocco alla tensione al cambiamento degli anni Settanta? 
La tensione c’era, è vero, ma questa situazione non può durare indefinitamente. L’ho visto bene nella situazione Fiat, dove la continua tensione di lotta, di conflitto, di intervento attivo, già negli ultimi anni Settanta, e quindi ben prima della sconfitta dell’80, vedeva una partecipazione sempre più ristretta e una passività sempre più grande. Anche all’inizio, nel ’69 o nel ’70, a partecipare attivamente alle lotte, ai cortei, non erano tutti gli operai, forse neanche la maggioranza, e via via la partecipazione si è ristretta. Nei contratti del ’79 a fare i blocchi stradali erano striminzite avanguardie organizzate, gli altri subivano, salvo poi fare la marcia dei 40.000 un anno dopo. Il problema è che una situazione di tensione non può durare oltre certi limiti e a un certo punto deve tradursi in conquiste, in istituzioni consolidate. In quella situazione c’era un elemento di tensione anticapitalista importante che però non aveva sbocchi politici possibili e del resto il sindacato stesso non ha mai osato tradurla in parole d’ordine. Se i padroni non si potevano eliminare bisognava trovare delle forme di rapporto che consentissero la coesistenza, conservando il più possibile le conquiste che si erano fatte. Insomma, la situazione entusiasmante che abbiamo vissuto alla fine degli anni Sessanta e inizio dei Settanta non poteva durare in eterno. 
La tensione al cambiamento rischia di essere fatta propria dalla Lega? 
Sono cose diverse, anche se c’è un elemento comune di tensione, di protesta. Al di là di questo dato comune, però, bisogna poi vedere quali sono i contenuti concreti. I contenuti concreti allora riguardavano il miglioramento delle condizioni di lavoro e salariali, in parte ottenuti, anche se adesso la situazione è molto peggiorata, poi riguardavano la partecipazione, i diritti, l’esigenza di contare. Questa esigenza c’è ancora e non credo che sia la Lega a raccoglierla. La Lega raccoglie altri elementi di protesta che c’erano anche allora; quando si facevano le lotte per le riforme di fatto si voleva un fisco più giusto, dei servizi che funzionassero, la riforma sanitaria, una pubblica amministrazione efficiente. Su queste cose, che dipendevano dal potere politico, non si è riusciti a ottenere delle conquiste importanti ed è su questo terreno che la Lega gioca; sono argomenti su cui la Lega può trovare consensi anche tra gli operai. Io credo che tutt’ora la classe operaia, se la intendiamo in un senso non restrittivo, cioè non solo chi fa lavoro manuale, ma chi fa lavoro dipendente, continui ad essere un gruppo sociale che ha degli interessi comuni. Che questo oggi non si traduca in una capacità attiva di essere un blocco sociale con una sua fisionomia che pesi in politica, è indubbio; credo però che sia ancora questo il terreno su cui occorre lavorare. Anche il quadro di alto livello, che ha dei grossi margini di decisione tecnica sul suo lavoro, subisce le conseguenze di scelte fatte da altri e questo spesso genera malcontento, contraddizioni. Varie inchieste fatte dal sindacato fra gli impiegati rivelano una forte carica critica verso l’azienda e delle non piccole esigenze di cambiamento. Il sindacato non ha saputo, salvo brevi momenti, cogliere questa situazione, neanche negli anni Settanta e nemmeno oggi sta facendo molto verso gli impiegati. 
Il movimento degli "autoconvocati”?
Credo che il movimento degli autoconvocati, sia, nei fatti, più un residuo del passato che non un coagularsi di forze nuove. Gli "autoconvocati” sono ciò che di meglio è sopravvissuto dei vecchi consigli di fabbrica, ma non credo che possano rappresentare l’inizio di un nuovo movimento. Punto decisivo per la rivitalizzazione del movimento dei lavoratori è la ricostruzione di un tessuto di rappresentanze di base che innanzitutto raccolga tutte le forze nuove che sono entrate in fabbrica in questi quindici anni e che non sono rappresentate. Da questo punto di vista anche le forme di rappresentanza più ambigue e criticabili sul piano della democrazia, come ad esempio le formule proposte per la elezione delle Rappresentanze Sindacali Unitarie, sono una cosa secondaria se davvero si riuscisse a eleggerle. Io credo che dal punto di vista sindacale, ma anche più in generale, il fatto che rinascano in fabbrica delle forme capillari di rappresentanza di base sia un passaggio decisivo.
(a cura di Franco Melandri, ottobre 1993)