Bianca Guidetti Serra, avvocatessa torinese, per tanti anni ha difeso gratuitamente operai, studenti e associazioni.

Quello delle cartoline è solo un episodio un po’ curioso perché credo avvenisse raramente di ricevere posta dai campi.

Primo Levi fu preso con altre due nostre amiche, Luciana Nissim e Vanda Maestro, mentre, subito dopo l’8 settembre, stavano in montagna, a Brusson, in Val d’Aosta, dove si erano recati per vedere di unirsi alle prime bande. E dopo essere stati portati a Fossoli, il campo di smistamento italiano, sono stati tutti deportati in Germania, dove la Vanda è morta. La Nissim, fortunatamente, è ancora viva e fa la psicanalista da tanti anni a Milano... Allora, quando in treno, tutti e tre, stavano andando in Germania, sono riusciti a scrivermi una cartolina. Sapevano che, non essendo ebrea, non correvo determinati rischi ed ero un indirizzo di riferimento perché molti dei loro parenti erano nascosti. E’ successo poi che al campo, dopo un certo periodo, Primo ha avuto a che fare, sia pure in modo non costante, con un operaio piemontese che era lì per lavorare, uno di quelli presi non per ragioni politiche, che, per lo meno in teoria, non era un prigioniero, ma che, comunque, aveva dei rapporti con l’esterno. E questo operaio non solo gli lasciava un certo nascondiglio ogni tanto, cosa che lo salvò, ma scrisse anche a nome di Primo due o tre cartoline postali in cui diceva che Primo stava bene. Cartoline che feci in modo di trasmettere alla famiglia che era nascosta e con cui ero in contatto. Fra l’altro ogni tanto vedevo la sorella, che era un’attivista della Resistenza, e sapevamo, quindi, dove trovarli. Tutto qui, non c’è niente di più di questo. Credo che ora una o due di queste cartoline siano a Milano al museo della Resistenza, o a un museo civico, non so bene, perché poi io appena le ricevevo le portavo alla famiglia.

Noi eravamo amici da prima, eravamo coetanei, eravamo un gruppo di giovani che si trovavano come tutti i giovani: grandi gite in bicicletta, gite in montagna, le cose che, a quell’età, facevano tutti. E a parte chi aveva una famiglia di antifascisti, molti di noi erano inseriti in quel contesto generale che è noto: senza avere atteggiamenti di impegno particolare con le attività fasciste, però non c’era neanche un distacco, si andava a scuola, si era iscritti. Si discuteva molto, si leggeva quello che era possibile. E non è che fosse così facile avere libri, certi libri per lo meno. Avevi la grande letteratura in edizioni standard, che era già molto, comunque si leggeva molto e ci scambiavamo le idee sulle letture. Ma fu soprattutto nel ’38, in conseguenza delle leggi razziali, che abbiamo cominciato a prendere contatto con la realtà, a guardarci intorno, a discutere seriamente di politica. In quegli anni lì è maturata una scelta. Su altre cose, non avendo strumenti e neanche qualcuno vicino che ti dicesse delle cose, era più difficile capire, ma su quello invece la scelta divenne chiara.

Ma non per tutti fu così, ovviamente. Anzi. Adesso lei riderà, ma io che vado per le scuole a raccontare queste cose, mi faccio delle fotocopie da distribuire, le ho date anche a dei miei conoscenti, coetanei o quasi, perché nessuno si ricorda che cosa erano quelle leggi, che cosa prevedevano. E se inconfutabile fu la responsabilità e la volontà dei fascisti -ma questo lo dicono gli storici e non c’è bisogno che lo dica io-, dalla maggioranza furono vissute nell’ignoranza e nell’indifferenza, perché non c’erano grandi comunicazioni. I giornali erano prestabiliti, davano le notizie, ma non c’era il testo, non c’era l’elenco delle limitazioni a cui gli ebrei venivano sottoposti, dei mestieri da cui venivano esclusi. Non si capiva che praticamente erano esclusi da tutto e che riuscire a vivere per loro diventava un problema. Poi in molte città non c’erano tanti ebrei e quei pochi spesso non erano conosciuti, per cui non ci si rappresentava bene il significato della cosa. Fu più evidente per qualche gruppo di studenti perché erano compagni di scuola o di studi. All’improvviso si vide che nessuno si poteva più iscrivere all’università e che, fra gli studenti ebrei, potevano finire l’università soltanto quelli della mia generazione, quelli, cioè, del ’18, del ’19, perché già iscritti. Ma dopo di loro nessuno poteva andarci più. Sono cose di cui ti accorgi perché non hai più vicino una certa persona. E stiamo parlando di Torino, di una città provinciale, relativamente piccola e di un ambiente piccolo ...[continua]

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