Irena Grudzinska Gross ha lavorato per sei anni alla Fondazione Ford, oggi insegna Letteratura Comparata presso l’Università di Boston.

Sono nata a Gdynia, un porto sul Baltico, nel dicembre del 1946. I miei genitori, entrambi comunisti polacchi di origine ebraica, erano riusciti a sopravvivere alla guerra, mio padre in Unione Sovietica e mia madre prima a Varsavia e poi, per un anno, nel campo di concentramento di Ravensbrück. Nel dopoguerra erano entrati a far parte di un piccolo gruppo di comunisti di origine ebraica che aveva fatto una scelta, come vedo oggi, molto inusuale, rimanendo a vivere in Polonia, nonostante quello che era successo con la Shoah, e tagliando i ponti col passato. In particolare, avevano educato i propri figli lasciando da parte qualsiasi riferimento alla cultura ebraica, nel tentativo di formare un tipo di persona nuova, aperta, cosmopolita, internazionalista, legata alla cultura del proprio Paese ma libera da ogni nazionalismo. E più protetta. Io questo l’ho scoperto soltanto recentemente, perché una sociologa si è interessata a noi e ha fatto una ricerca sui figli di questo esperimento. Vivevamo vicini, nelle stesse città e negli stessi quartieri, anche se non tutti gli appartenenti al gruppo si conoscevano, e costituiamo tuttora un prodotto piuttosto strano, essendo cresciuti senza una vera storia familiare alle spalle; i nostri genitori ci parlavano delle loro lotte e delle loro prigionie degli anni Trenta, ma mai nulla della loro infanzia, dei nostri nonni e bisnonni che comunque non erano sopravvissuti alla guerra. A noi figli tutto ciò pareva normale, ma ai bambini sembra sempre tutto normale… Molti dei figli di questo esperimento sono poi entrati nel movimento studentesco in maniera "naturale”, in virtù del messaggio di impegno che avevano ricevuto dai genitori.

Successivamente i miei genitori si trasferirono a Lòdz e in seguito, quando avevo cinque anni, a Varsavia, dove rimasi fino alla partenza dalla Polonia, nel 1969, e dove frequentai tutte le scuole. Ero piena di amici, uno dei quali era Adam Michnik, che aveva la mia età e frequentava le mie stesse scuole e col quale sono rimasta sempre in contatto. Allora aveva costituito un club di discussione molto eccitante -all’epoca avevamo quindici anni- dove organizzavamo incontri di gruppo molto aperti, invitando delle persone a parlare di filosofia, di politica e di storia, soprattutto di temi ufficialmente poco discussi. Funzionammo per due anni, dopodiché il club venne chiuso d’autorità. Fu un periodo molto bello, felice, eravamo una generazione molto ottimista, vivace, piena di energia, eravamo antiautoritari, ma non anarchici, avevamo una certa fiducia nel potere; pensavamo -perché così i nostri genitori ci avevano educati- che erano successe cose così orribili nel secolo che ormai la gente avesse imparato la lezione. Poi eravamo votati all’impegno, sentivamo che era nostra responsabilità migliorare le cose, non abbandonare il mondo a se stesso. Insomma, era un periodo pieno di possibilità, d’altronde eravamo anche molto giovani: a quindici anni non si ha molto il senso del limite.
Comunque già allora eravamo in conflitto sia con i genitori che con la polizia. Con i genitori non era tanto un contrasto di natura ideologica, pure alcuni tra di loro desideravano la democratizzazione del sistema comunista, erano in un certo qual modo revisionisti (all’epoca si veniva definiti così), ma erano disillusi, avevano conosciuto lo stalinismo e sapevano che combattere il sistema non era un gioco per adolescenti. Infatti molti dei miei amici finirono per mettersi nei guai già da quei primi anni di scuola. Ad esempio nel ’64, il mio ultimo anno di liceo, molti allievi e studenti si misero a duplicare e diffondere il testo de "La lettera aperta al partito” di Karol Modzelewski e Jacek Kuron. E quando Modzelewski e Kuron, e altri, finirono in prigione, il mio gruppo di compagni di scuola si attivò e cercò di diffondere in Polonia e all’estero il loro pensiero e i loro nomi, perché era l’unico modo per difenderli e proteggerli.

Arrivati all’università, continuammo varie attività, per esempio a "discendere” come un commando -infatti ci chiamavano i komandosi- durante le riunioni aperte dell’organizzazione universitaria di partito e a porre apertamente delle domande scomode, e questo, all’epoca era considerato scandaloso.
Tutte queste attività hanno costituito anche un forte collante tra di noi e le amicizie che si sono consolidate in quel ...[continua]

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