Giorgia e Sara lavoravano come infermiere nell’ospedale psichiatrico di Gorizia quando è arrivato Franco Basaglia. Cristina è consigliere regionale.

Potete raccontarci cosa successe quando Franco Basaglia arrivò a Gorizia?
Giorgia. Il professor Basaglia è arrivato a Gorizia nel 1962. L’ospedale psichiatrico allora aveva 4 reparti, ognuno con una sezione femminile e una maschile. C’erano in tutto circa 500 pazienti. Il reparto A era quello dell’accettazione, nel reparto B c’erano i ricoverati più irrequieti, il reparto C ospitava i cronici, mentre il D era un reparto più libero, dove i pazienti potevano muoversi e uscire, ad esempio c’erano la lavanderia e la falegnameria.
Quando Basaglia è arrivato noi usavamo ancora i corpetti (le camicie di forza), non avevamo farmaci o comunque ce n’erano pochissimi. Le nostre terapie erano solo di contenimento: facevamo fiale di bromuro o di coramina, oppure l’elettro-shock. Lui ha introdotto gli psicofarmaci, ma alcuni elettroshock sono stati fatti fino al ‘67, quindi anche durante il primo periodo con Basaglia. Sara ha assistito all’ultimo elettroshock che è stato fatto a Gorizia... Basaglia ha promosso tanti piccoli cambiamenti che però hanno rivoluzionato la vita quotidiana nei reparti. Ad esempio le stoviglie: i malati prima avevano solo un piatto, una tazza d’alluminio per la minestra e un cucchiaio, tutto lì. Basaglia invece ha voluto i piatti di plastica e ha fatto mettere tutte le posate, cucchiai, forchette e coltelli. All’inizio per il personale era un po’ dura, soprattutto al reparto dei cronici dove c’erano più di 100 pazienti, perché ogni volta, quando finivano di mangiare, noi dovevamo lavare le posate, contarle e rimetterle nei contenitori. Poi gli abiti: fin da subito ha voluto che i pazienti si vestissero da persone "normali”: gonne, magliette, camicie che lui faceva ordinare in stock a grosse ditte... Prima infatti erano tutti vestiti uguali, donne e uomini con lo stesso camicione classico manicomiale, lungo, grigio, a girocollo. I nuovi vestiti costavano un po’ di più, ma era sempre la Provincia che pagava. E’ stato un grande cambiamento, soprattutto per i pazienti era bello vedersi vestiti diversi.
Quando ho cominciato a lavorare eravamo noi operatori a dover tagliare i capelli ai pazienti. Io le prime volte mi ero rifiutata, non ero capace, ma la collega più anziana mi aveva ordinato di farlo. Li mettevi tutti in fila sulla panca, un gran lenzuolo per terra e via. Io pensavo di diventare matta… Basaglia ha fatto venire la parrucchiera dentro e ogni giorno i pazienti erano ben pettinati, i capelli tagliati decentemente, mica tutte quelle scodelle.
Sara. Basaglia diceva che quando il malato è legato lo psichiatra è libero, mentre quando il malato è libero lo psichiatra è legato. Già da qui si capisce quanto è stato rivoluzionario il suo approccio verso la malattia mentale e verso gli operatori di questo settore. Il personale ha dovuto investire molte risorse, capacità, e anche disponibilità, perché nel momento in cui il reparto era aperto e i malati erano liberi di girare chiaramente la nostra sorveglianza doveva essere molto più vigile e attiva. C’è stato un grossissimo lavoro, durato anni, per coinvolgere tutti, che poi alla fine non tutti erano disponibili a buttarsi in una simile rivoluzione.
Giorgia. Ad esempio il personale "vecchio” (chiamiamolo così per distinguerlo da quello che è arrivato dopo) era abituato a lavorare con turni di 24 ore, e poi per le successive 24 ore era libero. Ma allora si lavorava con le camicie di forza (d’altronde non c’erano farmaci o sedativi e spesso i pazienti erano agitati).
Quando questa costrizione del paziente è venuta a mancare si è dovuto lottare anche con il vecchio personale: non tutti condividevano questi metodi che cambiavano proprio la natura del nostro lavoro. Io arrivai con gli ultimi sgoccioli delle 24 ore, poi Basaglia introdusse i turni di 8 ore. Se prima quattro persone da sole facevano sia il giorno che la notte, con i turni c’erano quattro persone che facevano il giorno e due che restavano la notte. Così ci furono molte nuove assunzioni; e poi c’erano dei volontari, alcuni infermieri vennero addirittura da Modena...
Sara. Nel momento in cui questa cosa ha cominciato a prendere corpo sono arrivati a Gorizia tanti volontari e studenti e questo era di grande aiuto al personale.
Con Basaglia poi sono cominciate le riunioni in reparto, quella della mattina riservata al personale e quella del pomeriggio, generale, insieme a tutti i pazienti. In ogni assemblea generale c’era sempre un presidente, che era un ricoverato, che doveva moderare e gestire gli interventi...
Giorgia. In quel momento tutti potevano esprimersi, anche i pazienti facevano delle richieste, a modo loro… Teniamo presente che c’erano persone chiuse lì dentro da 30 anni, che solo molto lentamente riacquistavano la capacità di esprimersi e comunicare. Succedeva che certi pazienti, se gli si rispondeva male, andavano in assemblea e se ne lamentavano. Si sentivano protetti dal fatto di poter parlare.
Voglio dire una cosa, senza necessariamente criticare il modo in cui si lavorava prima (perché forse allora non era possibile, la medicina era indietro o le strutture non lo permettevano), però davvero con Basaglia niente è stato più uguale a prima. Lo dimostra il fatto che i pazienti più lucidi percepivano la novità e reagivano approfittandone, altri magari solo con la meraviglia e lo stupore. Quando è stata tolta la camicia di forza per un certo periodo alcuni pazienti hanno continuato a reclamarla, la sera, prima di mettersi a letto. Mi chiedevano: "E io come faccio adesso a dormire?”. Come noi ci mettiamo la camicia da notte, per loro c’era la camicia di forza. Erano spiazzati. E’ la verità, l’ho vissuta sulla mia pelle.
Quindi anche i pazienti si rendevano conto che le cose stavano cambiando…
Sara. Guarda, si è cominciato col non chiudere la porta. Loro avevano l’abitudine di andare sulla porta che però trovavano immancabilmente chiusa, era normale. Adesso, trovandola aperta, li vedevi, terrorizzati: cosa succede? Richiudevano e se ne andavano. Poi ritornavano e lo rifacevano. Tu li lasciavi fare anche dieci volte, perché gli arrivasse anche implicitamente che era una cosa che si poteva fare e poi gli dicevi: "Margherita puoi uscire! Vuoi che andiamo?”. Ma era un lavoro da fare giorno dopo giorno.
C’era la Mariolina, era oligofrenica, che invece continuava a stare dentro la sua cella, dietro ad una porta di legno con una piccola inferriata. Non solo, voleva ogni volta che Madre Saula chiudesse con la chiave altrimenti faceva il finimondo. Per calmarsi cantava una canzone "Mamma, cara mamma” con una bambolina tra le braccia, la cullava. Tutte noi eravamo con le lacrime agli occhi perché era orfana, l’avevano trovata abbandonata nel Carso. Dietro a quelle persone c’erano storie terribili.
Giorgia. Anche il lavoro diventò una terapia, l’ergoterapia appunto: per le donne Basaglia aveva stipulato un contratto con una fabbrica di ombrelli. Le donne quindi cucivano, mentre gli uomini potevano lavorare in falegnameria. C’era anche qualche soldino che andava ai malati, non ricordo esattamente le cifre, ma l’importante è che qualcosa gli veniva dato, si trasmetteva così l’idea di poter gestire il proprio tempo e un po’ di denaro. Poi potevano dipingere, fare teatro, svagarsi... organizzavamo delle sagre, del tutto simili a quelle che si facevano fuori.
Giorgia. Si andava spesso anche in gita, si noleggiava un pulmino e li si portava in trattoria, si stava fuori due ore, e loro stavano tranquilli, al fresco, bevendo una limonata... Certo bisognava selezionarli, non si poteva portare tutti. E si andava anche in vacanza ogni anno 10-12 giorni vicino a Tarvisio, dove c’era la casa della provincia.
Sara. Io ho una bellissima foto con Basaglia, la Giovanna, la Carla e tutti gli altri pazienti, tutti abbracciati...
Cristina. E poi l’esperienza del volo: ci sono delle foto fatte a Ronchi, secondo me straordinarie... Hanno noleggiato un aereo e tutti i pazienti sono saliti e hanno provato l’ebbrezza del volo. Dev’essere stato magnifico.
Sara. In quel momento li abbiamo visti in un certo senso fiorire. Quando sono arrivata a Gorizia, nel ‘67, c’era ancora il famoso "quadrato” al reparto C, con le sedie sistemate appunto in quadrato, perché i malati stessero lì, chiusi, facili da controllare. Di quel periodo ricordo benissimo una signora, che probabilmente aveva avuto un’emiparesi ed era bloccata a letto, era lucida, capiva tutto ma non poteva parlare... allora cominciò a venire una ragazza, Maia, che faceva la logopedista. Era la stessa ragazza che faceva il teatro. Questa era una piccola cosa, tra le altre...
Ma tutto questo fu prima della legge 180 che chiuse i manicomi e riformò la politica dei ricoveri psichiatrici?
Cristina. Certo che fu prima. La legge 180 è del ’78, qua stiamo parlando di dieci, quindici anni prima della legge, degli anni ‘60-‘70: Gorizia è stata la sede della sperimentazione pura di quella legge.
Sara. E fu un esperimento piuttosto riuscito. Avevamo cominciato a far uscire questa gente dal manicomio. Certo, dovevano esserci le condizioni mediche e poi contava molto la disponibilità della famiglia…
Giorgia. Però Basaglia ad un certo punto se n’è andato, nel ’71 ha lasciato tutto per andare a Trieste e così piano piano tutto questo è venuto a mancare… si era parlato di mini-appartamenti per il reinserimento sociale dei pazienti, ma quando lui ha mollato non si è più fatto niente.
Cristina. La ragione per cui Basaglia e la sua equipe lasciarono Gorizia fu che a quel punto mancò il supporto politico esterno, perché non c’era la volontà politica di continuare. All’inizio degli anni ’60 fu la Provincia di Gorizia a permettergli di iniziare la sua rivoluzionaria sperimentazione, altrimenti da solo non avrebbe potuto fare nulla, poi però sono cambiate le condizioni politiche. L’esperimento basagliano era ormai arrivato all’apice all’interno dell’ospedale, e questo voleva dire aver portato la città all’interno dell’ospedale. A quel punto doveva avvenire il contrario: le porte del manicomio dovevano aprirsi. Se questo passaggio non avveniva, o non poteva avvenire qui, la fase sperimentale era chiusa ed era ovvio che si cercassero altre strade. Le strade politiche si sono aperte per Basaglia a Trieste, da dove poi è partito tutto il movimento nazionale.
Qui a Gorizia invece dal ’71 è rimasto tutto un po’ in sospeso, si è continuato grazie ad alcuni operatori, come Sara, che hanno portato avanti percorsi individuali sul territorio, e grazie all’avvallo di certe amministrazioni comunali. La cosa è andata avanti a macchia di leopardo e l’ospedale è rimasto blindato fino al ’78, quando arrivò la 180.
E quando è arrivata la 180 che cosa è successo? L’applicazione di quella legge è stata spesso criticata...
Giorgia. Qui a Gorizia l’ospedale psichiatrico è stato chiuso ed è nato il reparto di Diagnosi e Cura all’ospedale Civile.
Sara. Io non lo avrei raccomandato a nessuno, quel reparto di Diagnosi e Cura: più chiuso dell’ospedale psichiatrico…
Giorgia. Sono d’accordo, ma forse era il massimo che si potesse fare in quel momento. Dai manicomi i pazienti sono stati trasferiti in case di riposo, alcuni sono morti, e la maggior parte è rientrata in famiglia. Di conseguenza sono partiti i servizi sul territorio, che dovevano essere il grande passo avanti. Per "servizi territoriali” si intende il supporto che si dà alle famiglie che hanno persone malate in casa, ma è sempre troppo poco quello che si fa, perché nei fatti le persone si sentono abbandonate. Io ho lavorato a lungo sul territorio: andavo nelle case a vedere come stavano i pazienti, mi fermavo un’ora o due, se erano in terapia facevo delle iniezioni… ma soprattutto sentivo un po’ le famiglie. Più di una volta mi sono trovata ad aiutare le famiglie più che i pazienti: per loro la mia presenza era come una valvola di sfogo, arrivavo io e trovavo persone stanche, che non ce la facevano più. Più di una volta ho fatto ricoverare un paziente, magari per una settimana, ma per dare una boccata d’ossigeno ai familiari. Ecco questo è forse un grande fallimento della 180, ed è un problema che esiste anche oggi.
Sara. Credo che comunque quando in una famiglia c’è una persona con determinati problemi, in realtà è tutto il nucleo familiare ad "ammalarsi” perché vive girando attorno a questa persona. Oggi è triste, domani è eccitata, oggi vuol fare una cosa, domani un’altra. E allora lì se non dai un supporto concreto, vengono come tutti travolti da un vortice, e al posto di uno dopo ne trovi quattro da curare… Ma questa questione non riguarda solo la malattia mentale, vale anche per le persone anziane, per il malato di tumore, un bambino con handicap… Dovrebbero esistere dei centri (adesso stanno facendo quelli per l’alzheimer ad esempio) dove tu porti la persona al mattino e la vai a riprendere la sera. Così dai un grossissimo aiuto.
Giorgia. Oggi il ricovero è l’ultima misura a cui si ricorre. Per carità, è soprattutto una tutela, ma consideri che a suo figlio prenda una crisi a casa: lei lo porta al pronto soccorso, viene chiamato il medico di guardia della psichiatria che gli dà un calmante, lo tiene in osservazione per un paio d’ore e poi lo rimanda a casa. Non è detto che lo faccia ricoverare, anzi è molto difficile.
Cristina. Ora però esistono delle strutture che si chiamano H24, perché 24 ore su 24, sempre, c’è la possibilità che lì qualcuno ti accolga. Noi ne abbiamo due, una a Gorizia e l’altra a Monfalcone. Sono strutture che possono garantire la sicurezza del paziente, anche con terapie intensive, senza richiedere l’onere del ricovero. L’H24 è una situazione intermedia tra la coazione e il ricovero che si fa al Diagnosi e Cura (dove ci si ricovera volontariamente perché si firma e si dice "accetto di…”). Attraverso questa modalità si riducono in maniera consistente sia i ricoveri coatti che quelli volontari, perché quasi tutte le acuzie, soprattutto quelle che avvengono nell’arco di una cronicità, vengono risolte così. Da quella struttura si entra e si esce, e si resta solo il tempo necessario: è uno strumento molto importante.
Ma oggi esiste ancora il ricovero coatto?
Cristina. Certo che esiste ancora. Anche se è molto diverso rispetto a vent’anni fa. Prima della 180 una persona che era dichiarata pericolosa per se e per gli altri veniva ricoverata in coazione, senza la necessità del suo consenso, legata e, nei fatti, tenuta prigioniera. Quella era l’unica modalità possibile di ricovero.
Giorgia. In quegli anni erano tutte famiglie povere, di contadini, e quando un figlio o una figlia dava un po’ in escandescenza lo portavano in ospedale psichiatrico, e lì rimaneva, non lo venivano più a prendere. E si trattava di persone che avrebbero davvero potuto recuperare e tornarsene a casa. Ma quando superavi i trenta giorni di ricovero venivi passato come malato di mente ed eri automaticamente chiuso lì dentro. Dopo ventotto giorni il ricovero diventava coatto ed era finita, così era la legge.
Cristina. Con la coazione si perdevano i diritti civili, questa è una cosa fondamentale. Non avevi più diritto di cittadinanza, quindi non potevi votare, non avevi diritto di parola, non potevi essere interpellato come cittadino, non avevi più identità come persona. Ed era una ghigliottina, non c’era un medico che riesaminasse il tuo caso, valutasse i miglioramenti ed eventualmente decidesse di dimetterti.
Sara. Ricordo la Polda, che era nel reparto dei cronici... Era russa, aveva conosciuto suo marito durante la guerra, gli aveva salvato la vita. Da sposati erano venuti a stare qua. Lei era una persona evidentemente molto sui generis, andava sempre in osteria, magari gli avrà fatto le corna, poi aveva anche perso un bambino... insomma era finita dentro, aveva fatto diverse uscite ed entrate dall’ospedale psichiatrico e alla fine c’è rimasta, ma era una persona lucidissima, io la portavo spesso a casa.
Soffriva molto la solitudine e allora ho preso carta e penna e ho scritto al Consolato russo di Genova: aveva ancora una famiglia tant’è vero che una nipote, figlia del fratello che era morto, le ha scritto e da lì è partita una corrispondenza. Era difficile, lei non sapeva più scrivere e io scrivevo in italiano, quando riceveva le lettere le mandavo a far tradurre. Ma è stata una cosa molto bella questa.
Giorgia. Ogni tanto la Polda diventava un po’ aggressiva, cattiva. Ma questo era normale stando rinchiusa in quell’ambiente per così tanti anni... lì non si imparava niente, si disimparava a vivere. Mi ricorderò sempre il momento in cui arrivavano all’ospedale, non avevano niente di loro, qualcuno stringeva un fazzoletto o qualcos’altro e si tenevano stretti il loro fagottino come fosse chissà cosa. Come per dire: "Questo è mio, nessuno me lo toglie”.
Cristina. Dunque, a fronte di questa situazione del ricovero psichiatrico, la 180 sancisce la necessità del consenso del paziente. Il ricovero deve essere volontario. Quello che poi si è evoluto, con la legge del ’97, nel famoso "consenso informato” che riguarda qualunque prestazione medica. Questo fu il grande portato della 180, che anticipò di vent’anni le recenti conquiste del nostro servizio sanitario nazionale.
Oggi, per fare un ricovero senza il consenso del malato, è necessaria la diagnosi di due medici, il medico curante che fa la proposta e la controprova dello specialista. Poi, cosa fondamentale, ci vuole l’autorizzazione del sindaco a garanzia del mantenimento dei diritti civili, del diritto a rimanere cittadino. Il ricovero dura 8 giorni, per legge, e ogni volta deve essere reiterato attraverso una diagnosi del medico. Magari adesso questa cosa può apparire scontata, ma pensate che razza di portato aveva negli anni ’70: ha anticipato le nostre coscienze.
Giorgia. Io comunque ne ho fatti tantissimi di ricoveri coatti dopo la 180. La procedura parte quando, alla richiesta di ricovero comprovata, il paziente non accetta. Allora si fa la richiesta al Comune e lo si va a prendere a casa. Noi possiamo prelevare solo davanti ad un vigile, e se il paziente si rifiuta, o è agitato, allora si può chiedere l’intervento della polizia.
Sara. A volte servono anche i vigili del fuoco... quando fai questo tipo di ricoveri non è che le cose si risolvano in dieci minuti, lo metti in barella e lo porti via. Alle volte sono mezze giornate...
Giorgia. Succede di tutto. In quel momento succede di tutto. E’ un attimo, poi il giorno dopo stanno bene, ma in quel momento...
Avete assistito all’ultimo elettroshock...
Sara. Ero appena arrivata, avevo vent’anni, ti parlo del ’67. Lavoravo al reparto A, quello dell’accettazione e ho assistito all’ultimo elettroshock che è stato fatto in ospedale psichiatrico a Gorizia. Poi non ne sono stati più fatti. Non ricordo chi fosse le signora, ma era una donna. Aveva la camicia di forza ed era un po’ sconvolta. C’era l’anestesista (perché si faceva con l’anestesia) e altri due medici…
Giorgia. Ma prima ancora, negli anni ‘58-‘59, venivano fatti anche senza anestesia…
Sara. A questa signora fu fatto verso l’ora di pranzo, mi ricordo che rimasi con lei ininterrottamente fino alle dieci di sera… non so cosa credessi di fare. Comunque con l’arrivo di Basaglia cominciò a maturare l’idea che questo tipo di terapia fosse inutile e infatti poi hanno smesso.
Cristina. L’effetto dell’elettroshock dovrebbe essere quello di dare uno stimolo elettrico a certe zone del cervello. Ancora oggi ne vengono fatti, ma solamente in cliniche private. Quello che si è arrivati a dire è che non si tratta di un atto terapeutico, ed è consentito nelle linee guida della medicina solo nel caso dell’anoressia mentale. Nessuno si sognerebbe più di fare un elettroshock quando c’è una psicosi più grave.
Come operatrici avete anche lavorato insieme?
Giorgia. Eh sì, tanti anni all’Ospedale psichiatrico, ma anche dopo ci siamo incontrate, a volte seguivamo gli stessi pazienti, io come operatrice sul territorio e lei come volontaria di alcune associazioni. Abbiamo anche bisticciato… ma siamo sempre arrivate ad una conclusione. I nostri erano sempre scambi di opinioni, come è giusto che sia. Il fatto è che Sara lavorava tantissimo, forse troppo: prima in ospedale, poi sul territorio e anche come volontaria. Pure di domenica e mai un giorno di malattia... io le dicevo sempre: "Ma chi te lo fa fare? Molla, prima o poi tu scoppi!”. Il mio metro con i pazienti era questo: io ti do il dito, ma non ti darò mai il braccio, perché se ti do il braccio allora è finita, mi mangi in un boccone. Questo era il mio modo di lavorare. Per fare questo mestiere, oltre alla professionalità, ci vogliono i nervi saldi, altrimenti rischi di finire logorato.
Sara. Ho fatto 21 anni di volontariato nell’Acat (il Club degli Alcolisti in Trattamento), ero terapeuta di gruppo. Mi ricordo il caso di Marino. Una domenica mattina lo trovai disteso per terra. Accanto a lui c’erano 51 bottiglie, non dico altro. Avevo 4-5 persone con me, ma non riuscivamo a smuoverlo in nessun modo, allora chiamai la Guardia Medica. Con lui si doveva fare così, gli dicevo che sarei venuta a prenderlo a qualunque ora, e lo avrei portato in ospedale, se voleva. Veniva via solo con me, altrimenti non c’era verso di convincerlo. E io non mollavo mai...
Cristina. I primi gruppi dell’Acat nacquero nell’81 qui in Italia, però grazie a Hudolin già da prima erano state sperimentate delle terapie con gli alcolisti, sempre sulla scia dell’esperienza basagliana. Il ragionamento che era stato fatto sulla psichiatria, infatti, si ripercuoteva in tanti altri campi: in generale, la cultura della presa in carico del paziente, che sia alcolista, anziano o malato viene tutta da là, da Basaglia.
Sara. Talvolta mi chiedo come mai tutto quello che è stato fatto in quegli anni è stato dimenticato. Perché nessuno l’ha saputo, perché le cose non sono andate avanti?
Io credo che le persone che hanno lavorato a quel tempo, e fra queste ci sono anch’io, abbiano lavorato con un altro spirito, con una mentalità che adesso non si ritrova più. Non voglio dire che chi lavora adesso in questi settori non creda in quello che fa, piuttosto credo ci sia stato un errore da parte nostra, l’incapacità di pubblicizzare il nostro lavoro e quindi di trasmettere quello che, con fatica, avevamo capito. Una così si ritrova a diventare la memoria storica di uno sforzo fatto 30 anni fa e poi dimenticato... Ecco, a me non mi piace mica tanto fare la parte della memoria storica.
A metà degli anni ’70 io comunque andai a lavorare come assistente al comune di Ronchi, un’amministrazione di sinistra che aveva da sempre appoggiato il discorso basagliano. Lavoravo sul territorio e anche nelle scuole, facevo la Medicina Scolastica. Le scuole di Ronchi sono state tra le prime che hanno accettato bambini handicappati. L’appoggio dell’amministrazione ci permise di intervenire in tanti modi, per persone con problemi economici, emarginati...
Quando ti parlo di Medicina Scolastica non intendo la visita al bambino per controllare se vede, se sente e così via; si trattava di un servizio che si rivolgeva, oltre che al bambino, alla famiglia e a tutto quello che c’era dietro. Una presa in carico complessiva. Ti parlo del ‘74-’75: sono stata io, in prima persona, che ho messo su questo servizio familiare, facendo da collante tra varie associazioni e istituzioni, il Comune, la scuola, il centro psico-pedagogico, il servizio assistenza anziani, i servizi territoriali. L’istituzione di "Sara e il Comune di Ronchi”, di questo si trattava.
Cristina. La provincia di Gorizia è stata laboratorio anche di questo: la legge che inserisce l’handicap nelle scuole è del ’77 e segue sempre lo stesso ragionamento. Noi ne siamo orgogliosi.
La ragione di questa grande attività va forse cercata nella particolarità di questo luogo data dalla posizione geografica sul confine. Oppure forse le radici stanno nella cultura operaia e contadina della fascia del monfalconese, con tutte le lotte politiche che ci sono state...
Oggi al posto dell’ospedale psichiatrico c’è un parco intitolato proprio a Franco Basaglia. Cosa è successo a quella struttura?
Cristina. Il parco Basaglia è quello che resta di una struttura che è stata completamente ristrutturata. Prese questo nome nel 2000, quando venne meno il reparto dei Cronici, che fu chiuso per esaurimento. Era il reparto dei "residui” del manicomio (una brutta parola ma è quella che si usava), quelle persone che non avrebbero avuto nessun altro tipo di soluzione, né in una casa alloggio né in una struttura esterna. Era diventata una sorta di Rsa, residenza sanitaria assistenziale, che nel 2000 fu appunto chiusa e trasferita a Cormons. Lì avevamo un piccolo ospedale di rete che è stato ristrutturato e adesso, tra le altre cose, funziona anche come Rsa geriatrico, sono tutti pazienti molto vecchi che 30 anni fa stavano in manicomio. Ovviamente ci sono persone assolutamente libere di entrare e di uscire, vanno dove vogliono, girano per la città... Cormons non era forse preparata ad un impatto del genere, però si è abituata rapidamente. Sono proprio gli ultimissimi "residui” che non avrebbero saputo dove andare, e non si arriva a 30 persone.
Giorgia. Tanti sono morti, di molti io ho perso le tracce. Comunque era gente simpatica, ti facevi spesso quattro risate. Cosa vuoi, ormai si sa, se allora finivi in manicomio diventavi matto davvero. Ce n’è una che è ancora viva, ha 93 anni, mai saputo niente dei suoi familiari. Viene da Idria, bravissima con l’uncinetto: mi ha fatto una tovaglia enorme, tutta ricamata, per 12 persone. Lei mi dava le consegne, compra questo colore, compra questo filo; l’ha fatta pezzo per pezzo e guai a dirle qualcosa... Adesso anche lei è a Cormons.
Sara. Man mano che la struttura dell’ex ospedale psichiatrico si svuotava dei suoi pazienti, i vari locali sono stati dati ad altri. Gli edifici erano diversi, appena si arriva c’è una facciata con gli uffici, alcuni ambulatori, poi dietro quattro casette e in fondo un altro edificio dove c’era la falegnameria, l’azienda agricola, ecc. Alcune vennero ristrutturate, affidate alla scuola di geometri o a delle cooperative, mentre adesso ci sono gli uffici e la dirigenza della Asl.
Giorgia. Sì, cambiano continuamente... ma io mi ricordo che quando la struttura venne data alla scuola dei geometri la gente ancora diceva: "Toh, fanno le scuole in manicomio!”. L’etichetta rimane: dopo 50 anni non è facile dimenticarsi cosa c’era lì dentro.
Cristina. E’ vero. Il fatto che quei muri non siano mai stati smantellati ha fatto confondere ancora di più le persone.
Addirittura nell’edificio della facciata frontale ci sono ancora servizi come l’ambulatorio, il Sert, dove lavorano anche degli psichiatri... alla gente non glielo toglie di testa nessuno che lì ci sia il manicomio. Forse se ci fosse stata una chiusura completa... ma quando la struttura rimane fisicamente, architettonicamente, la stessa, non è facile far percepire i cambiamenti del servizio, anche profondi, che ci sono stati.
Quando l’ultima espressione della storia manicomiale fu smantellata fu addirittura girato un film, "La seconda ombra” (2000), con la regia di Silvano Agosti.
Molti attori erano non professionisti, i pazienti recitavano la parte di se stessi, e poi c’erano i dipendenti dell’azienda sanitaria che si sono prestati. La parte del protagonista, cioè Franco Basaglia, era di Remo Girone.