Gasana Ndoba è dirigente del Comitato per il rispetto dei diritti dell’uomo e per la democrazia in Rwanda, che opera a Bruxelles dal novembre 1990. E’ anche animatore dell’associazione Ibuka-Memoria e giustizia.

Come è potuto succedere che un genocidio che tutto il mondo ha visto in televisione, che per qualche settimana è stato universalmente riconosciuto come un grande massacro della popolazione tutsi del Rwanda, sia stato così presto dimenticato e oggi venga quasi contestato, se non del tutto negato?
E’ una questione che presenta molti aspetti. Si può cominciare dalla maniera in cui il genocidio è stato perpetrato, che ci può aiutare a comprendere perché certi ambienti e certi gruppi abbiano fatto tanto per farlo dimenticare. Ma vorrei premettere che è nella natura di un genocidio di essere qualcosa di così orribile e terrificante da indurre una parte almeno della gente a volerlo dimenticare.
Un vero genocidio è fortunatamente un fenomeno raro, ed è orribile da guardare quando avviene, e da ricordare quando è avvenuto. Credo che esista un meccanismo di difesa negli esseri umani che fa sì che noi cerchiamo di dimenticare le cose più orribili, e il genocidio è una delle cose più orribili. Molte persone nel mondo e in Rwanda, in buona fede, senza volerlo necessariamente, cercano dunque di dimenticarlo. Questo è un aspetto. Un secondo aspetto concerne coloro che hanno perpetrato il genocidio. Essi hanno evidentemente interesse a farlo dimenticare. Già mentre commettevano i massacri hanno fatto di tutto per far sparire tutte le tracce possibili. Ricordo l’intervista di uno dei massimi responsabili del genocidio, un colonnello dell’esercito rwandese, Bagosora, un personaggio molto celebre, tristemente celebre, che si trova attualmente ad Arusha, davanti al Tribunale internazionale per il Rwanda. Nell’agosto ’94 una televisione francese l’aveva intervistato a Goma, nello Zaire di Mobutu, e quando gli hanno chiesto cosa pensasse di quello che aveva fatto, la risposta è stata: "Dove sono quelli che avrei ucciso, mostratemi la gente che avrei ucciso".
La risposta è stupefacente, ma esprime bene l’atteggiamento di coloro che hanno commesso un genocidio e contemporaneamente hanno fatto in modo che non restasse alcun testimone in grado di esibirne le prove. In Rwanda come in Germania e come probabilmente in Turchia durante il genocidio degli armeni, si sono uccise in modo sistematico le famiglie. C’erano delle liste da tempo compilate e via via che si uccideva, si cancellavano i nomi fino a quando l’intero gruppo familiare non era stato eliminato. Non restava così un solo testimone che potesse raccontare ciò che era avvenuto. Posso raccontare un caso avvenuto nella mia famiglia a Butare, nel sud del Rwanda: mio fratello è stato ucciso per primo e qualche ora dopo è stata uccisa mia cognata; i figli si erano nascosti e li hanno cercati per tutta la città fino a quando non li hanno trovati in un convento dove avevano trovato rifugio.
Uno dei miei nipoti, preso insieme ai fratelli, era stato solo ferito ed era riuscito a uscire dalla fossa: ebbene, l’hanno cercato per una decina di giorni rintracciandolo infine dove si era nascosto con l’aiuto dí qualcuno. Ospite della famiglia di mio fratello da qualche settimana c’era una giovane amica che per fortuna era riuscita a fuggire all’estero, ma l’hanno cercata per giorni e giorni. C’è stato dunque un lavoro sistematico che ha preceduto il genocidio, prima di compilazione delle liste delle persone da sopprimere e poi di verifica dell’esecuzione delle vittime. Un’attitudine burocratica ereditata dalla colonizzazione belga che aveva un’amministrazione ben strutturata e molto precisa e rigorosa. Per fare un esempio, sempre a Butare c’era un ufficiale che era stato incaricato di fare la supervisione dei massacri e a lui i miliziani portavano sistematicamente le carte di identità delle loro vittime.
Leggendo i resoconti del genocidio sui giornali si era avuta l’impressione che i massacri avessero una forma quasi spontanea, popolare. Si sapeva che la celebre "radio delle mille colline" incitava la gente a uccidere i vicini di casa, anche gli amici, a farsi promotori del genocidio...
Non è stata affatto una iniziativa spontanea. Al contrario, le autorità hanno dovuto costringere, convincere una parte della popolazione a partecipare ai massacri. Ed effettivamente una parte considerevole della popolazione vi ha partecipato. Il fatto è che il Rwanda non possedeva c ...[continua]

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