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Una Città 110/2003
IL BATTESIMO DELLA CITTADINANZA
Intervista a Nadia Urbinati di Gianni Saporetti, Franco Melandri
A differenza di quella italiana, puramente burocratica, la cerimonia del conferimento della cittadinanza americana ha tutte le caratteristiche del battesimo, della “nascita di nuovo”. Il fatto che per i nati in America la naturalizzazione sia data per scontata richiama un problema decisivo: il patto deve essere rinnovato ad ogni generazione o è dato dai fondatori, unici creatori, una volta per tutte? Intervista a Nadia Urbinati.

Una Città 110/2003
ADESSO SI CAMBIA
Intervista a Patrizia Costantini di Barbara Bertoncin
Due coniugi, lavoratori autonomi, commerciante l’una e rappresentante l’altro, che con i figli già grandi, cambiano lavoro... Intervista a Patrizia Costantini.

Una Città 109/2002
LA PALAZZINA DEL COMANDO
Intervista a Pino Ferraris di Gianni Saporetti
Il rischio che la crisi gravissima della Fiat, che ha radici lontane, trascini con sé la componentistica e i centri di ricerca, veri comparti d’eccellenza dell’industria automobilistica torinese. L’idea sbagliata che Torino, che sta conoscendo una vera rinascita urbanistica, possa fare a meno di un cuore industriale. Le differenze con l’altra crisi, quella degli anni ‘80. L’emblema del Lingotto. Intervista a Pino Ferraris.

Una Città 109/2002
IL PATRIMONIO DI QUELL’UTILITARIA
Intervista a Maurizio Magnabosco di Francesco Ciafaloni, Gianni Saporetti
Il paragone fra il modello Olivetti e il modello Fiat e il vantaggio di poter far ruotare intorno all’operaio la macchina da scrivere. Il “nuovo modo di fare l’automobile” con un sindacato-movimento incapace di gestire i momenti di crisi. L’era Melfi e la scelta del modello giapponese come quello più adatto all’indole italiana, poco sistematica. I problemi della globalizzazione. Intervista a Maurizio Magnabosco.

Una Città 109/2002
LA QUINTESSENZA DEL TAYLORISMO
Intervista a Matteo Rollier di Katia Alesiano, Francesco Ciafaloni
Il fordismo Fiat, introdotto in periodo fascista, fu autoritario, parcellizzò il lavoro senza contropartite salariali, e durò fino agli anni ‘50. L’incomprensione verso esperienze come quella della Volvo. Il modello giapponese, un taylorismo mascherato, che ha portato allo smembramento della fabbrica. La diffidenza sindacale verso chi voleva discutere il modo di lavorare. Intervista a Matteo Rollier.

Una Città 109/2002
MA IO DEVO VIVERE QUI?
Intervista a Vito Niccolò Livorti di Paolo Billi, Franco Cossentino
Usare un quartiere come ripostiglio per tutti i problemi più spinosi, dai nomadi ai profughi kossovari, fa sì che si rovini la convivenza, si spingano gli abitanti a fuggire appena possono, l’incuria diventi la regola e ogni progetto muoia sul nascere. La stanchezza dei militanti del comitato di quartiere di fronte all’insensibilità di una giunta di destra e al buonismo stupido verso gli immigrati della sinistra. Intervista a Vito Niccolò Livorti.

Una Città 109/2002
LAVANO I MURI
Intervista a Daniela De Pietri di Gianni Saporetti, Sulamit Schneider
Entrare nelle carceri, bracci femminili, e scoprire un mondo abbandonato, ghetto nel ghetto, in cui si lotta per lavorare, si chiacchiera sempre, si guarda poco la televisione, si vive per l’incontro con i familiari, si pulisce la cella di continuo, si fanno domandine per tutto. L’importanza di un rapporto con l’esterno e l’estremo bisogno di affettività. Il suicidio come scelta, la malattia sopruso intollerabile... Intervista a Daniela De Pietri.

Una Città 109/2002
LA GIORNATA DELLA MEMORIA
Intervista a Vittorio Foa di Gianni Saporetti, Massimo Tesei


Una Città 109/2002
E ANDAMMO A VIVERE IN UN KIBBUTZ PER NOVE ANNI
Intervista a Terry Greenblat di Barbara Bertoncin


Una Città 109/2002
E SHARON STA ASPETTANDO...
Intervista a Ilan Pappe di Francesco Papafava, Asher Salah
Il rischio che “il gioco” democratico venga abbandonato e che i palestinesi non capiscano che Israele ha l’opportunità storica di eliminarli. La stessa sensazione dell’81 quando si sentiva che Sharon aveva in testa il Libano. La pulizia etnica del ‘48 fu sistematica e perché mai non potrebbe ripetersi? Bisogna capire che il ‘48 per Israele è più rilevante, e più intoccabile, della Shoah e chi discute il ‘48 è un traditore. Intervista a Ilan Pappe.