Marco Rossi Doria, maestro elementare, da tre anni è distaccato dal Ministero della Pubblica Istruzione presso l’Associazione Quartieri Spagnoli di Napoli, dove è responsabile di un doposcuola aperto tutti i pomeriggi per rispondere al problema dell’evasione scolastica nella scuola dell’obbligo.

Stai portando avanti un’importante esperienza di "maestro di strada", dal tuo osservatorio come vedi la situazione della scuola italiana?
C’è una larga maggioranza di insegnanti che non si pone compiti educativi più ampi e nella migliore delle ipotesi ritiene che si debba rispondere ai problemi dei ragazzini in un contesto spazio-temporale ben definito. Si entra in classe un certo giorno dell’anno, si esce in un altro, c’è un orario settimanale e quotidiano, gli spazi, tranne rarissime occasioni di uscita, sono quelli delle aule scolastiche. A questa rigidità si aggiunge quella del programma che viene interpretato come una programmazione lineare, in cui ci si dà obiettivi predefiniti che vanno successivamente seguiti e verificati.
Così, tutto quello che avviene a livello emotivo, tutto quello che è spurio rispetto a questo quadro rigido, viene poco considerato. Tutti i risultati disattesi, innovativi, sorprendenti, tutto quello che è vita non viene registrato, non serve a ritessere una programmazione l’anno successivo.
Io volevo rompere questo quadro, e volevo romperlo in un punto definito. Ovviamente, problemi con l’infanzia e l’adolescenza ci sono in tutto l’Occidente e, come dicono gli inglesi, sono problemi across the border, tali, cioè, da riguardare tutte le classi sociali. Non potendo occuparmi di tutto, dovevo delimitare un campo di intervento. Ho scelto i bambini che imparano poco a scuola, che si escludono e vengono esclusi dai processi formativi molto precocemente, ma che, al tempo stesso, mostrano grande abilità di socializzazione, grandi maestrie nel movimento, grande familiarità nell’usare le strade del quartiere in un orario che va dall’alba alla notte. Non è stata una scelta di carattere etico-religioso: andare verso i poveri o i diseredati. E non ho neppure l’atteggiamento per cui "i bambini poveri sono più importanti degli altri". E’ stata una scelta di carattere professionale: cercare di rompere il setting rigido e autoreferenziale della scuola in un punto in cui, oltre ad addensarsi sofferenze, si celano ricchezze che vanno accolte, osservate, registrate, capite.
Non ho affatto pensato a una rottura radicale e provocatoria con la scuola. Per due motivi fondamentali: in primo luogo, comunque sia, i ragazzi che stanno a scuola imparano, come si diceva un tempo, "a leggere, scrivere e far di conto", e questo è certamente utile. In secondo luogo, nonostante le rigidità di cui ho detto, nella scuola ci sono molti insegnanti che creano, costruiscono, consolidano relazioni educative importanti per i ragazzi di quartieri cosiddetti "a rischio". L’insegnante elementare e anche alcuni docenti di scuola media per ragazzini che provengono da "famiglie multiproblematiche" diventano, al di là della funzione docente tradizionale, dei referenti adulti importanti. Con queste persone bisogna lavorare insieme, in sinergia e sintonia.
Che problemi particolari incontra il tuo doposcuola?
In questo doposcuola il lato relazionale è meno rigido che non a scuola perché il ragazzo può venire o non venire. I ragazzini che, utilitaristicamente, ritengono di venire solo per fare i compiti, se un giorno non vogliono venire perché si scocciano non succede niente, verranno un’altra volta. Ovviamente, la prima richiesta che viene avanzata è quella di ricevere un sostegno scolastico, che gli viene fornito. Ma già qui c’è un primo problema: fargli fare i compiti che gli vengono assegnati, e che non sempre sono all’altezza di fare autonomamente, oppure riprendere da dove le cosiddette "lacune" si manifestano? Se non sanno fare una sottrazione con il cosiddetto prestito e si scopre che non hanno capito il meccanismo della sottrazione in generale, si torna indietro oppure no?

Così ho fatto da trait-d’union fra gli insegnanti a scuola e questo luogo libero dove i ragazzini vegono, cercando di creare contratti formativi anche sul curricolare, su cose come la sottrazione e la divisione, l’ortografia e la lettura. Coinvolgendo i genitori, si è costituito una specie di patto tripartito tra genitori, doposcuola e scuola, che ha al centro un riconoscimento da parte dei bambini di quello che sanno e non sanno.
Il risch ...[continua]

Esegui il login per visualizzare il testo completo.

Se sei un abbonato online, clicca qui accedere, oppure vai alla pagina Abbonamenti per acquistare l'abbonamento online.
Gli abbonati alla rivista hanno diritto all'abbonamento online gratuito!