Dal 17 al 22 novembre si è tenuta a Forlì la Fiera delle buone pratiche di cittadinanza, iniziativa promossa dalla Regione Emilia Romagna e dalla Fondazione Lewin. Nella giornata conclusiva si è svolto il convegno “Cittadinanza e saperi”. Riportiamo gli interventi di Roberto Fasoli, segretario provinciale della Cgil di Verona; Marco Rossi Doria, maestro di strada napoletano; Giovanni Sedioli, preside Istituti Aldini Valeriani; Luciano Casmiro, direttore Cercal (Centro Emiliano-Romagnolo Calzature); Piero Liberti, Istituto di Biologia Cellulare del Cnr; Andrea Ranieri, responsabile Ds scuola e formazione.

Roberto Fasoli
Temo sia impossibile parlare di cittadinanza senza considerare il lavoro come una forma di prerequisito, una specie di condizione necessaria seppur non sufficiente. Un lavoro, quindi, inteso come diritto e come componente importante, anche se non esclusiva, dell’identità degli uomini e delle donne; un lavoro che, nella sua crescente multiformità oggettiva e soggettiva, ci obbliga a riflessioni nuove e antiche. Antiche nostro malgrado, perché ci troviamo a dover ribadire diritti che credevamo acquisiti e che invece ora non lo sono più. Ma anche riflessioni nuove per cogliere situazioni e problemi fino a ieri sconosciuti o ritenuti marginali, di fronte ai quali è pericolosissimo porsi con un occhio nostalgico o semplicemente conservatore.
A questo proposito vorrei fare alcune osservazioni. Noi tutti dobbiamo essere consapevoli che i cambiamenti in atto nel mondo del lavoro -non solo nel nostro paese ma in tutto l’Occidente sviluppato- sono il frutto di un innegabile, progressivo esaurimento del modello fordista-taylorista. Sono cambiamenti importanti che ci presentano scenari inediti e che, ripeto, non è possibile affrontare con un atteggiamento conservatore o nostalgico, ma che -e su questo voglio essere molto chiaro- non devono comportare alcuna accondiscendenza verso chi pensa che per risolvere i problemi sia necessario lasciare spazio ad una regolazione spontanea del mercato, che la concorrenza e il mercato alla fine regoleranno tutto. E’ esattamente vero l’opposto. Come ben sappiamo, non c’è niente di più artificiale del mercato. Quindi, senza alcuna nostalgia statalista o burocratica, dobbiamo porci nella prospettiva della costruzione di un nuovo sistema incentrato -ed è il tema della nostra discussione odierna- sulla conoscenza, sull’apprendimento, sull’innovazione, sulla qualità, su nuove relazioni tra le parti e tra le parti e le istituzioni, sulla capacità di dare risposte efficaci ai nuovi problemi dello sviluppo e della competizione coniugando, come si fa in Europa (però non in Italia), flessibilità e sicurezza. Si tratta di impegnarci in una ricerca capace di produrre effetti benefici non solo per le imprese ma anche per i lavoratori, e non solo per quanto riguarda l’occupazione e il mercato del lavoro ma anche, più in generale, per la qualità della vita personale e collettiva e, infine, per i modelli di produzione e di servizio. E con conseguenze che io ritengo interessanti, e in qualche modo ineludibili, anche rispetto al tema dell’ambiente e delle risorse naturali.
Quindi, quando noi parliamo di lavoro non dobbiamo farci trarre in inganno da chi vuole discutere solo di flessibilità sì/flessibilità no. Considero questa questione assolutamente fuorviante. Il problema è quale tipo di protezione per la flessibilità, quale rapporto tra tempi di lavoro e tempi di vita (la qual cosa ci rimanda all’idea della socialità), quale rapporto tra autonomia e subordinazione nel lavoro (e i confini tra questi due elementi oggi, lo sappiamo, sono sempre più mobili) noi siamo in grado di immaginare e, infine, quale rapporto tra individuo e collettività siamo in grado di prefigurare per dare un senso ad un’idea di socialità. Ecco, allora, che le risposte oggi maggiormente in voga, di stampo neoliberista, mostrano tutta la loro pochezza perché la cosiddetta “via bassa allo sviluppo”, incentrata sulla competizione a livello dei costi, sulla precarizzazione e deregolazione dei rapporti, oltre a produrre guasti sociali gravissimi, propone culturalmente un modello fondato sull’egoismo sociale, su un individuo inteso come atomo a sé stante e non come persona al centro di un sistema di relazioni.
Al contrario, coniugare termini come sapere, lavoro, cittadinanza, sicurezza sociale, significa prefigurare una nuova rete di relazioni, in grado non solo di criticare ma anche di proporre in p ...[continua]

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