Corrado Mandreoli è responsabile delle Politiche sociali della Camera del lavoro di Milano.

Da qualche tempo la Camera del lavoro di Milano ha promosso dei gruppi di auto aiuto tra disoccupati. È un’iniziativa nuova nell’ambito del sindacato. Puoi raccontare?
La Camera del lavoro di Milano ha alle spalle una lunga esperienza di sportelli che intercettano il tema del disagio. Conosciamo storicamente il disagio legato a situazioni di handicap, di dipendenza da sostanza, a storie di marginalità, di devianza. Noi ci siamo sempre occupati di questo disagio prendendo in carico la storia della persona e cercando di ricostruire un percorso, eventualmente con un inserimento lavorativo. In questi ultimi anni abbiamo però visto crescere un disagio specifico, quello legato alla crisi e in particolare alla perdita del lavoro. Trovarsi da un giorno all’altro fuori dal mercato del lavoro crea uno smarrimento molto forte, e se a questo smarrimento si aggiunge una fragilità soggettiva, una rete di relazioni compromessa o addirittura assente, se c’è vera e propria solitudine, ecco che questo smarrimento diventa panico. Un panico quotidiano che poco a poco mina la tua identità e le tue certezze; a quel punto iniziano processi che non sono automatici ma riconoscibili: la perdita d’identità appunto, ma anche i sensi di colpa; insomma, una situazione di grande sofferenza.
Questo tipo di disagio lo abbiamo cominciato a leggere nelle storie delle aziende che chiudevano, ma anche nei percorsi di lavoro che si interrompevano. Il giovane precario, suo malgrado, ce l’ha nelle sue corde, ne fa anche un motivo di incazzatura, di rivendicazione. Chi invece ha sempre lavorato e ha raggiunto magari i 45-50 anni, vive questa condizione con grande difficoltà.
È stato alla luce di queste considerazioni che abbiamo deciso di provare a fare qualcosa. Abbiamo cominciato con una grossa azienda, l’Eutelia. In assemblea abbiamo proposto di creare un gruppo con quelli che si sentivano particolarmente male in quella situazione. Questo primo gruppo ci ha dato un’indicazione forte: in situazioni gravi, quando una persona è spinta a prendere in esame anche scelte estreme come quella del suicidio, trovare un luogo alternativo alla propria solitudine, dove si può raccontare ed essere ascoltati può essere decisivo.
Ormai siamo al quinto gruppo e siamo convinti che questo sia uno strumento utile. Utile a che cosa? Non certo a trovare soluzioni al problema che ha scatenato il disagio e cioè la perdita del lavoro. Questo rimane un obiettivo ad appannaggio delle persone in rapporto ai servizi preposti. L’obiettivo di questa proposta è di permettere alle persone che sono in una situazione di prostrazione, piegate su se stesse, invischiate in una spirale distruttiva (tale per cui se anche arrivasse una proposta di lavoro non sarebbero neanche in grado di coglierla perché al primo colloquio verrebbero scartati come soggetti inadeguati) di rimettersi in piedi. Solo così saranno in grado di ricostruire un loro percorso di vita, senza quel peso di angoscia e di sofferenza che impedisce loro di vedere un futuro anche quando sarebbe possibile. Nel senso che noi possiamo anche dire, ed è vero, che rispetto ad altre situazioni, ad altri paesi, non possiamo comunque lamentarci, ma questo ragionamento, fatto a una persona che è centrata sul suo dolore, non ha alcun effetto: se quella persona non riacquista la capacità di fare una valutazione oggettiva della sua situazione tutti i nostri discorsi sono vani.
Bene, il gruppo dimostra che compiere questo passo è possibile. Io ho visto persone arrivare in condizioni davvero preoccupanti, con sguardi tristi, e nel tempo le ho viste di nuovo serene.
Alla fine la proposta è molto semplice. Dove sta la sua forza? Nel fatto che il gruppo riconsegna un protagonismo alle persone in una dimensione collettiva. Anche qui non inventiamo niente, nel senso che la storia del sindacato è fatta di lavoratori che si parlano, condividono i problemi e sulla base di questi scrivono piattaforme e fanno lotte per raggiungere gli obiettivi; in questo ambito il sentirsi protagonisti, il capire che la tua sofferenza non è solo la tua, ma semplicemente il poter parlare ed essere ascoltati... Qualche tempo fa un uomo è arrivato al gruppo e, una volta presa la parola, ha parlato per un’ora. Io mi sono permesso di fare una battuta, ma la cosa grandiosa è che nessuno s’è permesso di interromperlo. Lui a un certo punto si è reso conto e rivolto a tutti ha detto: "Scusa ...[continua]

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