Mario Pianta è professore di Politica economica e direttore del Master “Lavorare nel non profit” all’Università di Urbino. E’ autore di Globalizzazione dal basso. Economia mondiale e movimenti sociali (Manifestolibri, 2001) e di Democracy vs. Globalisation. The Growth of Parallel Summits and Global Movements (in D. Archibugi, a cura di, Debating Cosmopolitics, Verso, 2003).

Le manifestazioni del 15 febbraio 2002 contro i preparativi della guerra americana in Iraq, e quelle che le hanno seguite in questi anni, sono state presentate dai media come l’improvvisa irruzione sulla scena politica di una sfera pubblica globale in grado di intralciare il cammino della superpotenza statunitense. Eppure fenomeni che sembrano indicare la nascita di una società civile globale organizzata non sono cominciati in occasione delle manifestazioni contro l’attacco americano in Iraq, ma hanno radici più lontane. Proviamo allora a fare una piccola storia dei soggetti che, dal basso e per lo più all’oscuro dei media, hanno iniziato a costruire negli anni qualcosa che assomiglia ad una società civile globale. Quali sono questi soggetti, quali sono stati i temi del loro impegno e quali i mezzi che hanno utilizzato?
Negli ultimi quindici anni, di fronte all’incalzare dei processi di globalizzazione economica, finanziaria, tecnologica e culturale, i meccanismi politici tradizionali che per un secolo hanno funzionato su scala nazionale come motori di integrazione sociale ed economica si sono dimostrati inefficaci e inadeguati. Categorie d’analisi e pratiche della politica, per molteplici ragioni, non hanno funzionato più. E’ a partire da questo dato che va letta la straordinaria accelerazione degli ultimi anni di processi di sintesi e creazione di reti della società civile internazionale al di fuori della sfera politica tradizionale. Di fronte all’enorme deficit di politica e di democrazia venutosi a creare dentro e attraverso i confini degli Stati, soggetti e realtà delle singole società civili nazionali si sono assunti progressivamente nuove responsabilità; sono passati dall’impegno locale e settoriale a forme di mobilitazione globale su questioni inserite in orizzonti politici sempre più ampi.
Non è la prima volta che succede. Se vogliamo individuare nel passato fenomeni che hanno anticipato quanto sta avvenendo adesso, il nostro sguardo deve andare prima di tutto alla campagna contro la schiavitù, per certi versi il primo caso nella storia di creazione sistematica di una rete internazionale di pressione politica da parte della società civile. O al movimento internazionale delle donne, che alla fine dell’Ottocento chiedeva il riconoscimento dei diritti politici alle donne a sistemi nazionali interamente in mano agli uomini. O alla storia del movimento operaio internazionale: il tentativo più grande, per certi versi, di affermazione di diritti e giustizia sociale su scala internazionale, ma che è poi stato precocemente nazionalizzato.
Tutti fenomeni nati dall’esigenza di riaffermare principi di giustizia e di estensione dei diritti fondamentali, su questioni che superavano strutturalmente i confini nazionali, e di fronte ai quali le società politiche tradizionali oltre a non essere attrezzate a rispondere, si mostravano incapaci di avvertire gli stessi problemi come tali.
La situazione odierna presenta molte analogie con quella venutasi a creare prima dello scoppio della prima guerra mondiale. Anche lì ci trovavamo alla fine di una fase di forte apertura e globalizzazione dell’economia, con problemi che potevano essere risolti solo su scala internazionale, e la non soluzione dei quali è risultata la causa dello scoppio della guerra e del successivo ripiegamento su politiche nazionalistiche che hanno portato alla nascita dei fascismi e da lì alla seconda guerra mondiale.
Nella direzione contraria a questa deriva andava la creazione nel 1919 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro all’interno della Società delle Nazioni, una scelta effettuata di fronte alla drammaticità della questione operaia e a cui non è estraneo lo scoppio della rivoluzione sovietica. E’ stato un avvenimento importante anche per le indicazioni sul piano programmatico che ci può ancora dare, perché l’OIL/ILO -che esiste ancora oggi- pur essendo un organismo istituzionale, non è una sede interstatale: ha una struttura tripartita, in cui siedono i rappresentanti del governo, dei lavoratori e dei datori di lavoro. Un’istituzione, cioè, dove vengono temperate le istanze istit ...[continua]

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