Filippo La Porta, giornalista e critico letterario, ha pubblicato, tra l’altro, La nuova narrativa italiana. Travestimenti di fine secolo, Bollati Boringhieri 1995; Non c’è problema, Feltrinelli 1996; Manuale di scrittura creativa, Minimum Fax 1998; Narratori di un Sud disperso, L’Ancora del Mediterraneo 2000; Pasolini. Uno gnostico innamorato della realtà, Le lettere 2002.

La premessa del tuo libro è che non è possibile attualizzare la figura di Pasolini.
Sentivo di dover dire onestamente quanto è distante Pasolini da me e da noi, perché incarna un modello tragico eroico lontano dalle nostre esistenze. Pasolini sosteneva di voler vivere ogni istante in una tensione e in un rischio totali; in questo mi ricorda un’altra grande figura della cultura novecentesca, Michelstaedter, con la sua scelta netta tra la persuasione o la retorica, questi grandi aut aut, mentre io credo che l’esistenza sia fatta di et et, cioè di continui compromessi; la famiglia, il quotidiano, perfino il genere del romanzo sono tutte formazioni di compromesso. Pasolini invece aveva come un rifiuto del compromesso. Non a caso gli piaceva tanto l’estremismo dei Vangeli, quel Cristo che invita chi lo ama a rinnegare se stesso o che condanna l’albero del fico perché non dà frutti, benché -lo ricordo- non fosse neppure estate (quell’albero non doveva dare frutti, eppure Gesù lo condannò ugualmente proprio perché non era andato oltre se stesso). Io credo che soprattutto questo renda Pasolini una figura non imitabile e, insisto, tragica, in ciò estranea alla nostra tradizione cattolica e barocca, quella per cui nella Dolce vita felliniana, come sottolineava proprio Pasolini, il tragico diventa spettacolo e il negativo sprigiona sempre una vitalità… Pasolini, quindi, non è un modello, nonostante abbia illuminato con una chiarezza esemplare contraddizioni e problemi che riguardano ancora oggi tutti noi, e questo nonostante le sue non fossero idee originali. Prendiamo ad esempio gli Scritti corsari: quelle cose le avevano già dette i francofortesi, forse anche con più rigore. Ma quello che colpisce in Pasolini è la tempestività, lui cioè le dice al momento giusto; e poi la trasparenza esistenziale del suo pensiero, per cui dietro ogni sua frase, dietro ogni concetto da lui formulato, si riesce a dedurre lo stato d’animo che l’ha prodotto. C’è un legame molto forte tra la biografia e il pensiero, tra il vissuto emotivo e la riflessione, cosa che secondo me è molto rara nella cultura italiana e fa di lui un grande comunicatore. Credo infatti che soprattutto i giovani siano molto sensibili a questa trasparenza dello stile; io stesso ho sempre l’impressione che Pasolini parli a me direttamente. Ora si potrebbe anche obiettare che questa trasparenza sia il risultato di una retorica, che cioè sia la scelta linguistica di uno scrittore abilissimo, ma l’importante è che ci sia questo effetto tangibile di sincerità. Un retore come D’Annunzio, al quale Pasolini viene inopportunamente accostato, tende a produrre continuamente una specie di nebbia retorica, una specie di maschera vitalistica e spettacolare, dietro la quale è impossibile decifrare cosa prova o pensa veramente. In Pasolini, invece, c’è questo effetto di sincerità sconvolgente, e dico sconvolgente perché davvero lo è stata, ad esempio, per la nostra sinistra. Pensiamo a cos’era il partito comunista negli anni ‘50, alla cultura della doppiezza per cui i comunisti erano tutto e il contrario di tutto, erano rivoluzionari ma si riconoscevano nell’arco costituzionale, filosovietici ma leali verso l’interesse nazionale. Ebbene, Pasolini rompe con questa tradizione e dice la verità; questo è fondamentale, perché oggi spesso quando si celebra Pasolini si dice “era un poeta”, ma è un modo per disinnescarlo, per cercare di sottolinearne la stravaganza, per rinchiuderlo in uno spazio molto nobile ma inoffensivo. Il punto invece è che era un poeta che ha detto la verità sull’Italia quando questa verità non la sapevano dire né i politici né i sociologi.
Tu stesso dici che quella di poeta era forse la sua vocazione più autentica, anche se poi è nel genere del saggio che individui la chiave interpretativa unitaria di Pasolini...
In effetti arrivo a dire che Pasolini non scriveva poesie ma saggi sulla poesia e che non girava film ma saggi sul cinema, e lo dico perché il saggio è un genere molto aperto, perciò risponde alla sua fortissima esigenza di afferrare tutta quanta la realtà. Il saggismo di Pasolini è il saggismo delle origini, di Montaigne, un saggismo molto soggettivo e divagante. Ma anche qui bisogna dire che lui non rientra interamente in questa tradizione fondata anche sull’ironia e sullo scetticismo, perché Pasolini, essendo come ha detto lui stesso “una forza che viene dal passato”, quindi arcaica, non si riconosce pienamente nella civiltà moderna del saggismo, sfugge anche lì.
Io allora per rendere quest’idea ho detto che è come se Montaigne in una delle sue amabili passeggiate avesse incontrato Dioniso, il dio greco più intrattabile, più capriccioso e selvaggio, e questo curioso incontro avesse prodotto un corto circuito molto suggestivo. Il saggio comunque mi sembra la chiave di lettura più adeguata per Pasolini e il fatto che lui non volesse essere saggista ma poeta, dà al suo saggismo una lingua straordinaria, molto raziocinante e insieme emotiva, ricchissima di metafore, straordinariamente musicale e nel contempo molto argomentativa e persuasiva. Questo voler essere poeta che s’innesta su una vocazione saggistica è certo anche uno dei motivi alla base della sua comunicatività.
Con un’espressione un po’ forte si può dire che Pasolini è incompiuto in tutto tranne che come saggista?
Prendiamo ad esempio Petrolio: si sa benissimo che è un romanzo incompiuto; è di circa 600 pagine mentre avrebbe dovuto essere di 2000, eppure ha moltissimi ammiratori. Carla Benedetti mi pare abbia addirittura detto che è la più grande opera di Pasolini. A me invece sembrano degli appunti per un romanzo, interessantissimi, ma li prendo per quello che sono: uno dei tanti materiali che probabilmente non aggiungono niente, anzi vi si ritrovano alcune idee degli Scritti corsari in forma di micronarrazioni. Pasolini non ha assolutamente una vocazione romanzesca e questo in Petrolio è abbastanza evidente. Nel romanzo, ad esempio, dice che il male è il potere, cioè la voglia di dominare e possedere le cose, quindi il male è il principio maschile fallico, infatti il protagonista maschile cambia sesso perché solo la donna, che costituzionalmente non possiede, ma viene posseduta, può avere davvero esperienza della totalità e avvicinarsi di più alla verità dell’essere. Ma il fatto paradossale è che Petrolio, proprio perché è un romanzo semifallito, dimostra che Pasolini stesso non rinuncia a possedere intellettualmente la materia e che quindi non è un romanziere, non riesce cioè ad abbandonarsi liberamente a una trama o alla costruzione di personaggi diversi da sé che siano poi in grado di avere una loro vita autonoma; in ogni pagina di Petrolio si sente la voce del suo autore e la sua presa sulla realtà, che è una presa anche razionale.
Tu accosti il saggismo di Pasolini a quello di Nicola Chiaromonte.
Pasolini e Chiaromonte per me sono i due più grandi saggisti nel senso di quello che gli inglesi definiscono personal essay, che è contrapposto al formal essay, il saggio accademico. Il personal essay è il saggio molto autobiografico, digressivo, soggettivo, libero. Qualcuno mi ha criticato perché avrei fatto di Pasolini una specie di intellettuale terzaforzista, un liberal, invece credo che ci fossero molte analogie tra Pasolini e Chiaromonte, benché Pasolini non amasse per niente l’ambiente del Mondo di Pannunzio. Uno dei punti più roventi del mio libro dal punto di vista politico è che secondo me Pasolini non era comunista come diceva di essere; anche in questo caso in lui prevale la figura della sostituzione, quella che in retorica si chiama il tropo. Lui era sempre qualcosa di diverso da quello che voleva essere e anche politicamente diventò comunista negli anni ‘50 per solidarietà coi braccianti friulani, quindi per uno slancio molto spontaneo ed emotivo. Probabilmente Marx non lo aveva mai letto o forse aveva letto il Manifesto del Partito Comunista; il fatto è che amava molto di più il popolo comunista dell’ideologia comunista. Ci sono due cose che ricordo nel libro. La prima è che Pasolini aveva un’idea molto forte di individuo, da contrapporre a qualsiasi potere statale esterno: il suo ideale era la polis greca, l’autogoverno; per lui nell’individuo c’è qualcosa di sacro, di inviolato e di inviolabile da parte della società e della storia, tanto che quando andò in America s’innamorò della New Left americana, che aveva un’ispirazione molto libertaria e a-ideologica dal nostro punto di vista; quando vide sfilare i manifestanti a New York nel ‘67 disse che non aveva mai visto una cosa così bella. Pasolini odiava tutto ciò che è collettivo, codificato, conformista; arrivò a dire che anche la disperazione, che è un sentimento molto serio, quando diventa qualcosa di codificato diventa insopportabile. La seconda cosa che ricordo è che Pasolini non solo fu il primo a capire che il marxismo non riusciva a spiegare molti aspetti peculiari della condizione umana (quello che lui definiva il “poco razionale”, per il quale rinviava invece al mito e alla tragedia), ma vide anche che il marxismo in Italia era diventato una specie di nuova retorica asservita a precisi interessi; era cioè uno strumento di potere di quella classe media invasiva e bulimica che ha descritto così bene nelle feste di Petrolio, in quelle cene ai Parioli dove si incontravano anche il giornalista dell’Espresso e il dirigente comunista. A questo proposito parlava proprio del neoprogressista o del neochierico che usa il marxismo come strumento di autoaffermazione. Ma soprattutto non poteva accettare che i più lo vivessero come una specie di religione nonostante le sue evidenti insufficienze. Diceva ad esempio che i comunisti non sarebbero mai riusciti a spiegare quale forza misteriosa avesse permesso a Gramsci di sopravvivere per molti anni in carcere, cosa lo avesse sostenuto se non un qualcosa che si può definire “poco razionale” a cui bisogna comunque dare luogo, rivolgendosi anche ad altri saperi e ad altre tradizioni di pensiero. Il suo ideale potrebbe essere così riassunto: un populismo libertario a sfondo cristiano-evangelico, e, ovviamente, con una forte connotazione etica.
Quando Pasolini rimprovera ai Sessantottini di essere uguali ai loro padri allude quindi soprattutto al fatto che si pongono l’obiettivo della presa del potere accettandone così la logica?
In parte è così, anche se non bisogna dimenticare che alla fine della poesia su Valle Giulia -“Il Pci ai giovani!”- confessa di pentirsi e di prendere in considerazione l’eventualità di fare la Guerra Civile al fianco degli studenti…Era comunque politicamente schierato e non aveva alcuna indulgenza verso la classe dirigente dell’epoca, come del resto non l’aveva Chiaromonte. E proprio sul ‘68 io credo che abbiano una posizione molto simile, entrambi infatti solidarizzano col movimento perché capiscono che esprime una critica necessaria sia verso certi modelli di vita che verso la classe politica di allora; Chiaromonte in uno scritto del ‘68 dice che quella classe politica non merita alcun rispetto; Pasolini qualche anno dopo proporrà di processare la Dc. Sono entrambi però un po’ delusi perché vedono nel movimento un’ideologia che condivide molte cose con l’avversario. Chiaromonte, ad esempio, critica nel movimento il fatto di assumere come unico criterio positivo l’appagamento di tutti i desideri, la famigerata autorealizzazione, che in effetti è anche il valore cardine della società dei consumi. E così Pasolini ne denuncia la sostanziale aspirazione agli stessi modelli che avrebbe voluto combattere, una sorta di identificazione con l’aggressore. Questo del resto è il tragico destino del marxismo: da una parte ci ha dato degli strumenti fondamentali di conoscenza di questa società, basta pensare alla centralità giustamente assegnata all’economia, o anche all’idea che comunque, da qualche parte, magari oggi in periferia, fuori dai nostri sguardi, c’è una parte di lavoro umano non retribuita… Dall’altra ha condiviso molte idee di questa società, ad esempio l’identificazione tra progresso e sviluppo, che Pasolini invece rifiutava. Insomma, Marx in fondo nel capitalismo ci credeva e tendeva a minimizzarne gli aspetti più distruttivi. Forse il problema è quello ben riassunto da Carlo Rosselli nel ’30: non rifiutare o accettare Marx ma liberarsene! Tornando al rapporto di Pasolini con la politica, io credo sia lecito avere una posizione anche un po’ scissa, politicamente cioè ci si può schierare dalla parte della democrazia e delle battaglie per i diritti civili e sociali e quindi identificarsi con una tradizione (a me per altro Pasolini sembra una specie di libertario populista), però poi, per capire veramente la realtà e i fenomeni sociali, si possono tranquillamente usare tanti altri strumenti e rivolgersi ad altre tradizioni. Pensiamo a Carlo Levi che, quando andò in Lucania fu molto affascinato da quella cultura arcaica e mitica, però non rinunciò mai a un impegno civile e politico. Tutto questo per dire che la politica esprime solo una parte della nostra esistenza.
Possiamo approfondire l’idea che Pasolini aveva della storia e della realtà, visto che spesso nel suo pensiero i due concetti sembrano agli antipodi?
In effetti, se uno mi chiedesse che cosa mi ha insegnato Pasolini, soprattutto quando ero più giovane, potrei rispondere che mi ha insegnato a capire bene che cosa è reale e che cosa è irreale. Ora, tutti i classici che avevo letto andavano nella stessa direzione di comprensione della realtà, ma Pasolini è stato decisivo. Io lo seguivo, compravo tutti i giornali dove lui scriveva, ad esempio Il tempo illustrato, dove mi pare uscisse il giovedì con la rubrica “Il caos”. Il mio era un rapporto molto viscerale e a un certo punto lui mi fece capire questa cosa molto elementare e cioè che, per dirla un po’ schematicamente, è reale il presente concreto e vissuto dalle persone, mentre è irreale qualsiasi rinvio al futuro o a utopie per quanto luminose possano apparirci. Tra l’altro mi pare ci sia un verso di Transumanar e organizzar che dice più o meno che se non ci fosse idea del domani non ci sarebbe neanche l’idea del potere. Ma tornando all’idea di realtà: è reale la vita quotidiana, è reale l’orizzonte limitato delle persone, quindi la nostra esistenza fatta di pensieri, sentimenti e relazioni con gli altri; è reale l’orizzonte più ristretto in cui sperimentiamo la nostra libertà essendo concretamente attivi come individui; è invece irreale tutta la storia, dove siamo sempre smarriti e agiti, ma questo lo pensava anche Tolstoj. Nel famoso orizzonte più ristretto noi siamo liberi o vogliamo crederci tali. Freud nega che noi siamo liberi perfino in quell’orizzonte ristretto, ma qui commette un errore perché, come diceva Artur Koestler, Freud non ha capito veramente la coscienza mettendo in atto una specie di riduzionismo. Il punto è che gli esseri umani hanno la convinzione che tutta una serie di loro atti siano fondati su una libera decisione e questa convinzione è molto reale. Non importa che la nostra libertà sia sempre illusoria, come diceva Freud, perché la nostra convinzione è reale e a quella bisogna attenersi per comprendere la coscienza umana. Quindi, tornando alla questione di cosa è reale e cosa non lo è, possiamo dire che il potere è irreale, perché fa sempre dei calcoli sul futuro; il potere deve proiettarsi sempre in avanti perché si prefigge il dominio della realtà, che invece è impossibile da realizzare. Pasolini odiava la borghesia perché diceva che non è una classe sociale, ma una visione del mondo che si riassume nell’idea che uno possa possedere le persone, le cose, la vita stessa.
Per Pasolini invece le vita non si può e non si lascia possedere; questa può essere una scoperta traumatica, ma è reale. E qui c’è un’altra convergenza con Chiaromonte, la cui intera opera infatti è una riflessione incessante su quest’enigma della realtà e dell’irrealtà: è reale tutto ciò che lega l’individuo agli altri individui e al cosmo e ciò che lega l’individuo a quello che lui chiamava “il fondo oscuro dell’esistenza”. Anche Chiaromonte come Pasolini era molto attratto dalla Grecia antica e sempre lì tornava, alla tragedia, ai filosofi presocratici, al mito. Ricordo una sua frase bellissima: “la realtà è infinitamente mutevole, ma non modificabile” quindi bisogna accettare questa verità; un pensiero perfettamente condiviso da Pasolini, e non da lui solo.
Ho citato Carlo Levi; ebbene, penso che Levi si trovi all’origine di alcune riflessioni di Pasolini, ma anche Elsa Morante, per la quale pure era centrale la questione di ciò che è reale e ciò che non lo è. E tutti questi che ho nominato hanno in comune una avversione nei confronti del capitalismo, ma viscerale, quasi preideologica, che quindi non c’entra col comunismo; la Morante parlava del drago dell’irrealtà. Ecco, tutti loro sono contro il capitalismo, quindi contro la borghesia e contro il potere, perché è derealizzante, svuota la realtà. Da questo punto di vista la politica stessa è agli antipodi, perché anche la migliore crede comunque di poter governare cose e persone, mentre dovrebbe innanzitutto riconoscersi limitata. Io credo che ogni politico dovrebbe diffidare di Pasolini; i politici che lo celebrano come una specie di icona un po’ mi preoccupano. Va bene ricordare il Pasolini civile, il suo senso della storia e della responsabilità che questa implica, ma il centro semisommerso del suo discorso cade fuori della storia e di qualsiasi “civis”.
La felicità di cui parla a un certo punto è quella del sorriso di un cascherino in bicicletta, del suo canto o dell’invenzione di una battuta, una felicità che si scioglie subito come neve e non lascia tracce.
Come si riflette sullo stile di Pasolini questa fondamentale diffidenza verso la politica?
Pasolini aveva un forte impegno politico personale e interveniva continuamente sui temi civili, anche se -come ho detto- penso che fondamentalmente fosse convinto che la politica e la storia non hanno l’ultima parola sulla condizione umana. Insisterei sulla sua idea di felicità, che poi è alla radice di ogni sua riflessione. Per Pasolini la felicità è qualcosa di metastorico, irrazionale, regressivo e perfino distruttivo. Egli infatti pensa che con la felicità l’uomo non possa costruire nulla perché la felicità dura un attimo: come quando si ferma con Ninetto Davoli sulla sponda del lago Trasimeno a mangiare le mele e si ricrea per un istante l’atmosfera dell’Eden, oppure alla fine di Accattone quando il protagonista che sta morendo dice: “Mò sto bene”. E’ quindi una felicità che viene prima di tutto, ma che contiene qualcosa di asociale, un’idea tragica. Per questo dico: attenzione a maneggiare Pasolini, attenzione ad arruolarlo tra le proprie fila. Bisogna sempre specificare quello che ci differenzia o ci allontana da lui.
Qui torniamo al titolo del mio libro, Uno gnostico innamorato della realtà, che è un’immagine in sé contraddittoria, perché gli gnostici pensavano che la realtà fosse il momento della caduta, il prodotto cioè del demiurgo cattivo, quindi la rifiutavano. Si potrebbe dire che la gnosi chiede all’individuo un risveglio, che gli faccia capire che lui non appartiene a questo mondo, poiché il mondo è demoniaco e lui vi si trova immerso perché è una scintilla divina caduta sulla terra.
Pasolini da un lato ha una sensibilità gnostica, pensa cioè che la realtà sia negativa (Walter Siti lo include addirittura nella categoria di coloro che non volevano nascere, perché ha continuamente nostalgia di una felicità uterina, assolutamente utopica ed edenica, regressiva); d’altro canto però è uno gnostico che finisce con l’innamorarsi della realtà proprio come succede a Sofia, il protagonista di un mito citato da Valentino, un rappresentante dello gnosticismo siroegiziano, una corrente meno manichea rispetto all’iraniana. Sofia era uno degli eoni, che, caduto sulla Terra, finì con l’innamorarsi del mondo terrestre. Lo stesso si può dire per Pasolini, il quale, pur sentendo che questa realtà è negativa o perfino diabolica, sente però anche che non c’è altro e quindi l’unica possibilità che abbiamo resta quella di rincorrere una pallida memoria della felicità sperimentata nell’utero materno. Da questo discende anche la sua concezione del tutto immanente del sacro. Per Pasolini, infatti, il sacro non è qualcosa di esoterico, ma in un certo senso -colpo di scena- la realtà stessa, la sua alterità insieme tangibile e sfuggente; così il sacro lampeggia attraverso un modo preciso di guardala e di viverla: senza rinvii al futuro, senza proiezioni utopiche, senza calcoli. Il sacro coincide con la realtà stessa e col suo mistero, nel contenere tante dimensioni differenti, che costituiscono altrettante possibilità. Pasolini ripete spesso che tutto quello che esiste è innaturale e che la nostra esistenza non è evidente in sé; per lui tutta la realtà è profondamente arcana, appunto sacra. Quando definisce il San Francesco della Cavani un prodotto piccolo-borghese sostiene che non ha il senso del sacro (non fa mai vedere un miracolo) e perciò è animato al fondo da un odio “borghese” verso la realtà. Si potrebbe anche dire che per Pasolini la bellezza -per chi sappia coglierla- è platonicamente una rivelazione di realtà. Se io dico: “E’ bello!” è esattamente come dire: “Esiste!”.
Cosa pensava Pasolini delle avanguardie?
C’è chi, come Carla Benedetti, che io per altro stimo, colloca Pasolini all’interno della body art, perché dice che il suo mettere continuamente in gioco il proprio corpo potrebbe imparentarlo con quell’esperienza.
Io invece credo che sia un’interpretazione molto fuorviante, perché una delle poche certezze che abbiamo su Pasolini è che detestava l’avanguardia. Salò è un pamphlet contro le avanguardie storiche: gli aguzzini fascisti torturano facendo citazioni squisite di Nietzsche e dei dadaisti; a un certo punto nel film si sente dire: “l’unica vera anarchia è quella del potere”, perché solo il potere non si assegna nessun limite. Ma tornando alla parentela con la body art fondata sull’estetica della performance, in Pasolini, in realtà, il fatto di mettere in gioco continuamente il proprio corpo non è programmatico; per lui è naturale, non lo fa per dimostrare qualcosa o per esprimere una poetica; è la sua esperienza del mondo e rientra semmai nella dimensione tragica che gli è peculiare, una dimensione dove è molto forte, ad esempio, anche la necessità di scandalizzare. Pasolini si identifica col Cristo, l’innocente che viene perseguitato, per cui tra le molte valenze che lo scandalo assume per lui, una è sicuramente quella di esporre tutta la propria debolezza e le proprie ferite prima che lo feriscano gli altri. E’ una specie di spontanea strategia difensiva. Credo infatti che in realtà Pasolini avesse paura degli altri, non aveva una percezione positiva o edificante della società umana. Simone Weil parlava della società umana come del “grosso animale”, citando una famosa immagine di Platone. Pasolini temeva la società e ne preveniva l’aggressione mettendosi in mostra e facendo scandalo.
In Pasolini è centrale l’idea di creatura, possiamo approfondire questo punto?
E’ un’idea che Pasolini deriva da Auerbach, il grande critico che considerava suo maestro e dal quale aveva mutuato il magma stilistico, cioè la coesistenza degli stili, come ideale stilistico supremo. Auerbach assume la definizione di creatura data dal cristianesimo dei padri e così la riprende Pasolini, opponendola alla tendenza derealizzante in atto nella società contemporanea, in cui c’è un’idea assolutamente falsa dell’esistenza umana. Qualcuno ha definito la nostra una società narcisista, una società cioè fondata su un amore di sé che nasce da un’insicurezza. Siccome oggi l’individuo non sa più bene in cosa consistere, allora ricerca continuamente e ansiosamente prove della propria esistenza fuori di sé, vuole essere ammirato o invidiato più che stimato; viviamo in una società dell’apparenza. Il narcisismo però può avere, secondo me, anche un’accezione positiva: l’amore di sé è fondamentale per avere un sano rapporto con l’esistenza. Il punto allora è il modo in cui ci si ama: se ci si ama in quanto creatura tra altre creature -e dunque fragile, precaria, esposta alla sventura e al fallimento- l’amore di sé diventa un valore, rientra in ciò che è reale, per tornare alla distinzione un po’ schematica fra realtà e irrealtà. Se invece uno si ama soltanto in quanto individuo superiore, pienamente realizzato, vincente e di successo, il narcisismo si riduce a mera aspirazione al potere e, come dice Canetti, colui che gestisce il potere vuole essere l’unico al mondo, perché vuole sopravvivere a tutti gli altri, essere l’ultimo superstite in un mondo a quel punto desolato, terrificante. Ma il cristianesimo non è l’unica tradizione di riferimento per Pasolini; la dimensione creaturale in lui si esplica in un contesto privo di rimandi metafisici di possibili redenzioni e qui torniamo al pensiero greco antico. Pasolini cioè assume la vita dell’individuo e del cosmo come un ciclo continuo di creazione, distruzione e ricreazione sempre uguale (non c’è resurrezione dei corpi o vita ultraterrena); in questo è un pensatore dionisiaco, perché ha questa visione tragica di un ciclo continuo che costituisce il fondo oscuro delle cose e che non si può fare altro che accettare . O meglio: Pasolini un po’ lo accetta e un po’ -cristianamente- lo rifiuta.
A proposito di questa accettazione Pasolini sottolinea il valore della mitezza, di nuovo un concetto evangelico...
La mitezza per lui è sempre legata al non possedere, al non appartenere a niente, come per il personaggio di Karl, l’alter ego del protagonista in Petrolio. A proposito di Aldo Braibanti, Pasolini scrisse che la stima nei suoi confronti era legata al fatto che si trattava di un uomo profondamente mite, nel senso più puro del termine, poiché “non ha mai preteso nulla né si è mai appoggiato a niente”. Il suo scandalo è di essere un uomo debole e mite, il che scatena l’aggressività piccolo-borghese. E mi piace ricordare uno stupendo elogio della mitezza fatto una volta da Bobbio, scomparso proprio in questi giorni: per il filosofo torinese è mite chi lascia essere l’altro quello che è (non vuole cioè combatterlo, migliorarlo o modificarlo per forza). La mitezza non è una virtù signorile né “politica”. Pasolini è attratto dalle persone miti, siano esse incarnate nel dolcissimo popolo indiano che ha occasione di conoscere a Calcutta, o in genere negli umili privi di ogni autorità sociale, che ignorano di avere dei diritti e che hanno un loro universo ricco di miti, valori, relazioni, ecc.
Quando nella poesia prima citata si rivolge ai giovani del ’68, definiti non a caso “prepotenti e ricattatori”, fa loro notare che sono sempre ossessionati dal potere, dall’ansia di prendere il potere. Ora, pensiamo davvero che quella è una storia che non ci riguarda più? Prendiamo il famoso discorso di Nanni Moretti a piazza Navona. Per carità discorso benemerito per molti aspetti. Però la frase: “Con questi dirigenti non vinceremo mai!” -divenuta popolare, stampata sulle T-shirt- beh, ha un accento sul vincere, appunto sulla presa del potere, che dovette ipnotizzare quel pubblico, indubbiamente democratico ma assai poco “mite”, nel senso pasoliniano.