Ali Abu Awad, 32 anni, vive a Bet Ummar, nei pressi di Hebron. Oggi lavora con Parents’ Circle, l’associazione che raggruppa famiglie palestinesi e israeliane che hanno subito dei lutti in attacchi terroristici o per mano dei soldati israeliani.

Sono nato a Bet Ummar, vicino a Hebron. Dopo il ’48 la mia famiglia fu costretta a lasciare il proprio villaggio, e a vivere altrove. Nel 1967 la storia si ripeté e di nuovo dovettero lasciare la propria casa per rifugiarsi in Giordania. Eravamo già diventati profughi due volte.
In seguito, però, mio padre e mia madre cercarono di rientrare, era troppo duro vivere lontani dalla propria patria, specie se nel nuovo paese non venivi accolto a braccia aperte; passarono così illegalmente il confine e si stabilirono nei pressi di Bet Ummar, il villaggio di mia madre. Nel 1978-’79 riuscirono infine ad acquistare una casa a Bet Ummar, e ci trasferimmo tutti lì.
In quello stesso periodo, era il 1982 e io avevo dieci anni, iniziò anche la nostra “vita” politica. Tutto cominciò con un viaggio di mia madre in Giordania, per far visita a mio fratello Jamil, che, come altri fratelli, si era sposato ed era rimasto a vivere là all’epoca della nostra emigrazione, e siccome mia madre aveva parenti in Siria colse l’occasione di quel viaggio per andare a far visita al figlio di suo fratello, morto nella guerra in Libano. Ma al ritorno, al momento di riattraversare il confine, venne arrestata e messa in prigione per sei mesi a Ramleh. Quando uscì cercò subito di mettersi in contatto con l’Olp.
Poi, con l’inizio della prima Intifada, nel 1987, iniziò il nostro interminabile dentro e fuori dalle prigioni israeliane. Nel 1988 venne arrestata ancora mia madre, e trattenuta venti giorni “per indagini”, poi fu la volta di mio fratello, detenuto per diciotto giorni, sempre con la stessa motivazione. Tra l’altro lui era insegnante e dopo il rilascio non potè continuare a insegnare per ragioni di sicurezza. Nel 1989 fu arrestato anche mio fratello Yousef, anch’egli per diciotto giorni.
Nel 1990 fu di nuovo il turno di mia madre: detenuta per tre mesi come “prigioniera politica”, ovvero senza alcun processo e alcuna sentenza, e di Yousef. Quell’anno, il 30 marzo, il Giorno della Terra (una delle nostre festività) fui arrestato anch’io (all’epoca avevo diciotto anni), ero tra i ragazzi che lanciavano pietre nel mio villaggio, e venni condannato a quattro anni. La storia della mia famiglia quindi si è svolta per una buona parte in carcere. Ricordo ancora il tempo in cui l’esercito si presentava continuamente per portare via un membro della nostra famiglia o per danneggiare le nostre proprietà, e picchiavano mia madre e mio padre… Nonostante tutto, però, siamo sempre riusciti a rimanere uniti.

Il carcere costituì il mio primo contatto con la politica vera. In quegli anni infatti le prigioni israeliane furono un luogo di formazione per i giovani palestinesi, c’erano molti libri e si potevano conoscere i leader. C’era una vera e propria società organizzata all’interno… Io mi misi a leggere e a studiare, soprattutto libri di teoria politica.
Infatti, uscito di prigione, mi unii subito alla prima Intifada: avevo imparato tante cose in carcere ed ero pronto per mobilitarmi, almeno sarei stato arrestato per qualcosa. E in effetti in quella seconda occasione c’erano diverse buone ragioni per arrestarmi…

Nel 1991, con l’inizio della Guerra del Golfo, mia madre venne nuovamente arrestata, e rimase in carcere per quattro anni. Riuscii anche ad andarla a trovare, ma non potemmo mai abbracciarci o stringerci…
Era un periodo in cui pensavo che non avrei mai potuto perdonare, volevo solo vendetta, farla pagare a chi mi aveva rovinato la vita, a chi mi aveva instillato tanto odio. Avevo dovuto interrompere gli studi, non avevo potuto iscrivermi all’università perché ero stato arrestato a 19 anni, appena conclusa la scuola secondaria, sentivo di non aver più alcun futuro. Io poi avrei voluto fare il pilota, è un sogno costante per i ragazzini palestinesi, tanto bello quanto impossibile, dato che non abbiamo né aerei né aeroporti, una pazzia, ma insomma era il mio sogno e si era infranto tutto…

Quando ci rilasciarono, dopo gli accordi di Oslo, non ci diedero il permesso di rientrare a casa nostra, a Bet Ummar, e ci mandarono a Gerico, dove saremmo dovuti restare altri due anni. Quindi non eravamo ancora liberi; essendo ritenuti politicamente pericolosi potevamo in qualche modo mettere a repentaglio gli accordi raggiunti.
...[continua]

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