Essere arrestata per me è stato come essere scaraventata all’improvviso nel mondo di quelli con cui mi ero sempre schierata. Io studiavo, ricevevo i soldi dai miei e poi andavo dagli occupanti delle case, famiglie del sud, gente che aveva un mare di problemi e mi schieravo con loro. Ecco, quando ti arrestano è come se ti dicessero: "Volevi lottare per gli oppressi? Adesso ti ci mandiamo proprio in mezzo, così vedi". E infatti quando sei dentro dici: "ah, ma io avevo le mie sicurezze...".

Per me e la mia amica, poi, era l’anno in cui per la prima volta avevamo una casa in cui non stavamo in venti, in cui non c’erano tutte le mattine montagne di piatti da lavare, in cui non c’era quello che nella camera accanto si faceva e che poteva rubarti i soldi. Quell’anno per la prima volta avevamo persino la macchina che per noi era il top e un progettino di viaggio in Irlanda come ciliegina sulla torta.

Ricordo che me ne stavo seduta lì, mentre perquisivano, guardando davanti a me il baratro che si era aperto e in cui sarei sparita...

Tutto avvenne nel ’77, anno del quale, per altro, io mantengo un bel ricordo. Il ’77 è stato disponibilità, curiosità, desiderio del nuovo, insomma la sensazione che in ogni momento potesse succedere qualcosa di bello, di fondamentale, che ogni cosa fosse possibile. Si stava insieme, si fumava, si ascoltava la musica. Poi, piano piano, fra noi si è infiltrata la politica e con la politica il mito dell’organizzazione e quello è stata la fonte dell’aberrazione. Ma fuori c’era l’eroina e allora sembrava che facessimo politica per non diventare o degli inquadrati o dei peromani. Per lo meno così ce la raccontavamo.
Mi è rimasta impressa l’immagine di noi dopo il ’77, quando c’erano già i latitanti e vi era un certo fascino della clandestinità: pur avendo ancora dentro il senso della ribellione, non lo davamo più a vedere, per distinguerci dagli emarginati, che avevano preso la via delle pere o la via dell’India, si andava tutti vestiti bene.
Insomma, ci si rifugiò nell’organizzazione come fosse una famiglia che difendeva dai lupi cattivi. E in ogni famiglia ci sono i ruoli, con un padre che lavora, che rischia, che fatica e che impone la sua volontà.
Poi è stato tutt’uno: Brigate Rosse, omicidio Moro, paranoia, una gran paura che ti fa chiudere ancora di più e che rende sempre più difficile la scelta di uscire dall’organizzazione dopodiché, a quel punto, chi resta resta, anche se non sa bene dove, come, per fare che: casomai per essere disponibile a dare la chiave della casa o quella della macchina, senza voler sapere altro. Fino ad allora tu accettavi solo la violenza della piazza, considerandola in fondo qualcosa di psicologico, uno scaricamento di stress, di tensione, di aggressività, una specie di training autogeno collettivo, e non accettavi affatto quella del terrorismo, quella che con freddezza individua l’obiettivo, ma la paura di restare sola e abbandonata, alla fine, ti spinge ad accettare tutto. Nell’organizzazione, nella "ditta", come la chiamava Prima Linea, tu hai amici e pur di restare uniti a qualcuno, pur di restare in famiglia alla fine non dirai di no...

Inevitabilmente, nel frattempo, dopo l’omicidio Moro, lo Stato stava facendo i suoi passi e si finiva dentro. Io dò la chiave del mio appartamento a una persona che doveva incontrarsi con altre persone. La cosa mi viene detta con segretezza e quindi intuisco che c’è qualcosa sotto, però a quel punto, siccome non avevo detto che "mi toglievo dal mezzo", c’ero dentro anche se non volevo sapere più di tanto. A quanto pare la polizia pedinava un latitante e così arriva a casa mia. E cosa succede? Succede che sull’onda di Moro, del 7 aprile, anche
Firenze, per restare à la page, deve avere il suo blitz e io con altre quattro persone finisco su tutti i giornali con titoli così: "arrestati i cervelli di Prima Linea!". All ’attivo mi ritrovo non solo la costituzione di banda armata ma tutti i reati attribuiti a Prima Linea: una decina di rapine, un tentativo di evasione, via delle Casine, dove c’era stato il morto, quindi omicidio. In carcere ci sono rimasta 3 anni e 11 mesi. Poi al processo le imputazioni gravi sono tutte cadute, la costituzione è diventata partecipazione, mi hanno condannato a quello che avevo già scontato e sono uscita.

In carcere ho provato la grande oppressione dell’ideologia, aggravata dai ruoli che si ricreavano. Anche dentro il nostro collettivo dove se parlava la Fiora... E beninteso, erano ruoli reali perché ...[continua]

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