"Utopia” è generalmente considerata una parolaccia. Il concetto è stato troppe volte utilizzato per giustificare il terrore totalitario e la passività nei confronti delle attuali problematiche politiche. Di rado l’utopia viene considerata un ideale regolativo che resiste alla messa in pratica, e che però risulta necessario per guidare qualsiasi genuino tentativo di liberazione. Essa, più facilmente, riporta alla mente immagini di demagoghi, sognatori, fanatici, creduloni e, forse più di tutto, di quel che Samuel Butler, il grande scrittore di satire vittoriano, chiamava "erewhon” (cioè, "nowhere” [in nessun luogo] letto al contrario). Questa, tuttavia, è solo una parte della storia. L’utopia ha un fascino antropologico, specie per gli umili e gli oppressi, ed Ernst Bloch aveva senza dubbio ragione quando faceva notare nel suo L’eredità del nostro tempo (1935) che "non di solo pane vive l’uomo, specialmente quando non ne ha”. Molte civiltà hanno il proprio ideale esclusivo di paradiso (celeste o terrestre) da cui, in una visione globale, tutte le altre civiltà possono imparare. Tracce di utopia compaiono nelle più svariate forme di arte, filosofia e religione: costituiscono un’intuizione di cosa l’umanità davvero desidera, o non desidera, e in tal modo danno sostanza alle aspirazioni della società liberata.
Concepire l’utopia richiede uno sforzo immaginativo unito a una profonda conoscenza del passato e della sua eredità culturale. Le descrizioni più antiche (e anche alcune recenti) hanno caratteristiche pastorali, come il Giardino dell’Eden (un tempo identificato con i giardini di Persepoli, costruiti da Ciro il Grande nella città persiana di Shiraz), "la terra del latte e del miele”, o persino i giardini paradisiaci da nababbi del film "Metropolis” (1927). Tutte queste visioni esprimono il desiderio di una società organica, senza alienazione o reificazione, senza quella decadenza o complessità scientifica e culturale associata alla modernità.
I critici distopici hanno contestato tali utopie per il fatto che ignorano i benefici del lavoro e del coinvolgimento politico. Questi immaginano gli abitanti di Utopia vivere in uno stato di semi-assuefazione, scioccamente felici, privi di individualità e senso della vita. Ma è facile criticare quando si vive comodamente. I miserabili della Terra hanno sempre compreso il carattere libertario di ciò che Paul Lafargue (genero di Marx) definiva "il diritto alla pigrizia” e la visione utopica di una vita fatta di abbondanza, quiete, salute, riposo, serenità, gioco.

L’utopia progetta giustizia sociale, uguaglianza economica, democrazia radicale. La "vita migliore”, tuttavia, non si riduce semplicemente alla sconfitta della scarsità. L’utopia propone una trasformazione rispetto a cosa viene prodotto e come viene prodotto, promuovendo comportamenti che privilegiano bontà e senso morale, carità ed altruismo, sperimentazione e tolleranza. L’invocazione dell’utopia ci permette di capire che quel che possediamo non è necessariamente quel che desideriamo, e che quel che desideriamo non è necessariamente tutto ciò che possiamo avere. Nessun sistema e nessun movimento potranno mai realizzare pienamente tutte le possibilità dell’esperienza umana. Libertà e desiderio superano sempre la realtà. Ci saranno sempre nuove possibilità di accrescere la gioia di vivere, così come casi di violenza e repressioni. Come sottolineava Bertolt Brecht in Mahagonny (1930), quando c’è l’utopia c’è sempre "qualcosa che manca”.

Gli ideali utopici hanno tradizionalmente avuto con la realtà un rapporto complesso e carico di tensione. Il modo in cui sono stati utilizzati, infatti, ci dice qualcosa del carattere dei partiti politici radicali e dei movimenti sociali, della loro specificità e del loro modo di operare. Nel suo classico Ideologia e Utopia (1929), Karl Mannheim sottolineava come ogni genuino movimento di massa fosse alimentato da impulsi utopici. Persino la democrazia sociale aveva cristallizzato la sua visione della vita migliore nella popolare opera di Edward Bellamy, Guardando indietro (1888). Tali ideali utopici, tuttavia, sono sempre legati agli interessi e alla base sociale del movimento in questione.
In questa visione dell’utopia il carattere critico del concetto viene perso.
L’utopia si traduce così in forme e slogan ideologici adatti alla mobilitazione delle masse. Solo gli intellettuali migliori, quelli liberi e indipendenti ("free-floating”) sono in grado, secondo Mannheim, di riflettere su q ...[continua]

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