Dal 17 al 22 novembre si è tenuta a Forlì la Fiera delle buone pratiche di cittadinanza, iniziativa promossa dalla Regione Emilia Romagna e dalla Fondazione Lewin. L’intervento di Pino Ferraris ha introdotto l’incontro del 21 novembre dal titolo “Cittadinanza e welfare”.

L’intento dichiarato dell’iniziativa e del convegno è saggio e prudente: cercare di sollevare soprattutto buone domande.
Su un tema intitolato “Welfare e cittadinanza” mi sono reso conto che è molto difficile selezionare e proporre domande non dico “buone” ma anche solo sufficientemente utili. Proverò.
La crisi del welfare si incrocia con tendenze molto contraddittorie rivolte sia alla sua difesa conservativa, sia alla ristrutturazione sia al suo ridimensionamento. A questa crisi e a questo dibattito si sovrappone poi una confusa e incerta transizione nella dislocazione dei poteri e delle responsabilità (welfare locale, welfare nazionale, direttive comunitarie).
La complicazione dei processi di metamorfosi della società, i sussulti della politica e i mutamenti istituzionali rendono molto difficile orientarsi.
Vorrei fare una premessa.
E’ vero che i sistemi di welfare che abbiamo ereditato nell’Europa continentale sono sistemi originariamente di tipo meritocratico, costruiti sul paradigma di una solidarietà assicurativa che offre differenziate tutele sulla base del lavoro prestato e dei contributi versati.
Ma lo Stato sociale che oggi abbiamo può e deve contare su fonti plurime di risorse.
Oltre alla solidarietà assicurativa c’è la solidarietà fiscale che garantisce universalità dei diritti sociali, e ci sono le risorse della nuova solidarietà quotidiana che raccoglie saperi sociali e competenze istituzionali nel welfare locale.
La mia opinione è che i problemi della coesione sociale sono oggi così gravi da richiedere la convergenza dell’intervento riformato di tutte le forme della solidarietà.
Altri pensano che la leva fiscale sia un tabù, che la mobilitazione delle solidarietà quotidiane debba servire a ridurre i costi e le responsabilità dei livelli istituzionali, che l’implacabile principio assicurativo debba elevare il calcolo attuariale a criterio di decisione circa l’esigibilità di diritti fondamentali di cittadinanza.
Questi diversi approcci forse non hanno solo una matrice ideologica, ma discendono da discordanti valutazioni sulla fase storica che stanno attraversando le nostre società dopo il cosiddetto “glorioso trentennio” della grande crescita.
La domanda è questa: esiste oggi una nuova questione sociale che richiede mobilitazione di cultura e di politica oppure dobbiamo confrontarci soltanto con singole e congiunturali disfunzioni dello sviluppo, da trattare con tecniche specialistiche e amministrative di correzione e di adattamento?
Non credo affatto sufficiente il richiamo, pur pertinente, alle tendenze demografiche di invecchiamento delle nostre popolazioni che genera aspre contraddizioni e gravi tensioni tra risorse disponibili e sovraccarico di domanda sociale.
La crisi del welfare incrocia soprattutto mutazioni sociali di ben più vasta portata.
Tra coloro che vedono un nesso forte tra le difficoltà dello Stato sociale e importanti mutamenti della struttura sociale mi sembra che si possano individuare, semplificando, due scuole di pensiero.
La prima focalizza l’attenzione soprattutto su ciò che accade nelle periferie sociali e indica la crescente dilatazione dei serbatoi della marginalità.
Questo tipo di analisi alimenta l’insistenza delle politiche sociali dell’Unione europea sui temi dell’esclusione sociale e delle nuove povertà.
Nel fronteggiare questi spigolosi problemi sociali emergono tutti i limiti e l’insostenibilità di un welfare passivo di mero risarcimento dell’esclusione sociale.
Ne derivano sollecitazioni verso politiche attive del lavoro e la proposta di istituti come quello del reddito minimo di inserimento che lega una offerta di risorse al singolo all’interno di un impegno personale in un progetto di inclusione sociale attraverso la formazione e il lavoro.
Credo che non occorra sottovalutare questo ripensamento dell’intervento sociale: il suo orientamento selettivo e personalizzato, il suo intendimento di sfuggire al mero sussidio della dipendenza per attivare la capacità dei soggetti a risollevarsi ed a farsi autonomi, a mio avviso, assume una valenza più generale di riforma dell’insieme delle politiche di welfare.
Però tutto questo è facile a dire ma difficile da fare.
Ci rendiamo conto di quale invest ...[continua]

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