Non ho titoli speciali per proporre i miei ricordi di Lisa. Nella bella cerimonia di commemorazione al Campidoglio del 5 marzo scorso, sulle pagine dei giornali, nei commenti al suo libro di ricordi (E’ andata così) è già stato detto tutto l’essenziale della sua presenza pubblica: certamente quello che le sarebbe piaciuto che si ricordasse. Eppure sono convinta che, nel corso dei prossimi mesi, molti altri si faranno avanti per testimoniare l’uno o l’altro aspetto di questa bella figura di donna -intellettuale, studiosa, viaggiatrice- che ha attraversato da protagonista gli eventi più significativi del Novecento (l’antifascismo, la Resistenza, il comunismo e la destalinizzazione, i movimenti sociali degli anni ’70 e il post ’89 nei paesi dell’Europa “sequestrata”,) ma con un passo lieve e senza venire mai meno alla sua natura aperta, generosa, eppure intellettualmente rigorosa.
Era una persona davvero unica e soprattutto capace di rendere unico e prezioso ognuno dei suoi molteplici rapporti di amicizia. L’unicità stava nella speciale natura della conversazione (Lisa conosceva il valore profondo della conversazione) che veniva da lei posta in una sfera intermedia tra pubblico e privato, in modo che ciascuna delle due facce della relazione guadagnasse dall’altra in ampiezza o in profondità. Era, questa sua qualità, il distillato di una particolare tradizione famigliare e di milieu (ce l’ha raccontato un grande scrittore-donna sua concittadina, Natalia Ginzburg), ma Lisa non si sarebbe accontentata nella sua vita di condividerla con i suoi “pari” (per età, condizione, cultura), sforzandosi invece di immetterla in ogni nuovo rapporto, e di porgerla, con il suo memorabile understatement, a chiunque mostrasse sincerità di sentimenti e passione di conoscenza. Fedele nelle sue amicizie, fu sempre pronta fino all’ultimo ad avviarne di nuove anche in continenti sconosciuti e disponibile a ricambiare con generosa ospitalità il dono di nuovi incontri.
Ho parlato del suo essere torinese, intellettuale e donna.
Torinese: si legga la sua intervista del 1994 a Una città (riprodotta dalla stessa rivista nelle pagine In memoriam del numero di marzo 2005) per cogliere nei suoi ricordi la distanza (“esistenziale”, l’ha definita Giovanni De Luna) della gioventù intellettuale di Torino dal fascismo -“stupido, banale, volgare” prima di diventare anche razzista e antisemita- a cui sarebbe seguita, nelle circostanze del ’43, in maniera quasi naturale, la scelta della Resistenza, vissuta come esperienza di liberazione, di emancipazione e… di amicizie, forti, lunghe, durature. “E il momento della scelta -dice con grande acume nell’intervista del 1994- fu certamente quando si realizzò la coincidenza tra gli eventi che possono rendere migliori le persone e le persone che decidono di essere migliori. Sono i momenti magici della vita, ci sono sempre stati e torneranno ad esserci”. Inevitabili le delusioni del dopoguerra in un paese tornato oscurantista e bigotto, schiacciato dalle campagne di propaganda della guerra fredda tra opposte religioni “…il modo di presentarsi dei politici era più o meno simile: in tutti i comizi si urlava sempre, c’erano sempre masse osannanti, insomma si faceva appello agli impulsi più elementari”, con ripercussioni prevedibili anche sul comportamento quotidiano: “era difficile parlare, intendersi, le amicizie si incrinavano, le persone cessavano di frequentarsi”. La svolta è rappresentata dal ‘56, che spinge a riconsiderare il proprio modo di essere comunisti, di fronte alla realtà tragica dei movimenti popolari all’Est: Lisa lavora a “Rinascita” con Palmiro Togliatti (anche lui formatosi a Torino…) di cui offre, nell’intervista, un ritratto prezioso, tutto da meditare, frutto ancora una volta di un evidente rapporto di amicizia. Intanto però nuovi rapporti si instaurano con i dissidenti dell’Est, russi, ungheresi e, in particolare, polacchi, sia prima che dopo l’uscita dal Pci (nel 1969), grazie all’esperienza al “Manifesto” dove si occupa degli esteri con Aldo Natoli, altro amico di una vita, con il quale inizia a seguire anche gli eventi in Cina.
L’unico altro momento “magico, liberatorio” dopo la Resistenza fu, secondo Lisa, il ’68. Anche se, ammette, la fase liberatoria è durata poco, quell’esperienza ha prodotto veri cambiamenti “nel modo di pensare e di comportarsi”, cioè i più importanti e necessari per il nostro paese. Nel 1972, come rievoca nel suo ultimo libro, avrebbe scritto l’introduzione agli interventi di Gui ...[continua]

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