Paola Canarutto, medico, è coordinatrice di Eco (Ebrei contro l’Occupazione) e membro del comitato esecutivo di Ejjp (European Jews for a Just Peace).

Mi reco in Palestina/Israele in occasione di due convegni, a cui partecipo a nome del comitato esecutivo di Ejjp, federazione di gruppi ebraici di nove Paesi europei, di cui Eco fa parte: a Betlemme, 1 e 2 dicembre 2005, Secondo Seminario internazionale dell’Aic (The Alternative Information Center, l’unica organizzazione in cui israeliani e palestinesi sono allo stesso livello) insieme con Alternative Tourism Group (Atg) e Health Work Committees (Hwc), dal titolo: "Building a Joint Future: Alternatives to the Israeli-Palestinian Impasse”; a Ramallah, 10 dicembre, Terza Conferenza Annuale del Pcrf (Palestinian Children’s relief Fund) e dell’Ipcro (International Palestine Cardiac Relief Organization), sul tema: "Costruire un programma di cardiochirurgia in Palestina”.
Mio figlio Daniele, sedicenne, ha deciso che non può non essere della partita, e il viaggio lo facciamo in due.

1-2 dicembre 2005
All’aeroporto Ben Gurion non ci sono problemi. Mi chiedono dove andiamo, dico "dai parenti a Rechovot”, e tanto basta. Caricati sul pulmino dell’Aic anche Phillys Bennis, studiosa americana, e Robert Kissous, dell’Afps (Association France Palestine Solidarité), si parte. A Betlemme ci si ferma al Muro: c’è il posto di blocco. L’autista parla cortesemente in ebraico con il soldato di guardia, che controlla i nostri passaporti e il documento del guidatore (arabo). Il Paradise Hotel è a circa un chilometro.
In albergo incontro Bjørn Westlie, giornalista del DagensNæringsliv, quotidiano economico norvegese; con una fotografa, prepara un servizio sul Natale a Betlemme. Ha un grande senso di colpa: "Sai -mi dice- ho scoperto che mio padre, durante, la guerra, ha aiutato i nazisti. Poi ho fatto una ricerca sui beni ebraici che i norvegesi avevano confiscato: dopo i miei articoli, sono stati restituiti agli eredi. Ho presieduto alla costruzione di un ‘Museo dell’Olocausto’ in Norvegia e ho lavorato con il World Jewish Congress. Ma quello che ho visto a Betlemme mi lascia senza parole”.
Tutta la giornata del 2 dicembre è occupata dalla conferenza dell’Aic. Daniele, intanto, esplora Betlemme.

3 dicembre
Il dottor Nidal Salameh -che avrà sui 45 anni e si è laureato in Italia- mi accompagna a visitare il centro medico caritativo che dirige. Betlemme sembra il nostro Sud: le case hanno il tipico aspetto mediterraneo, e anche il modo di vestire delle donne anziane è poco diverso. Le strade però sono semideserte e i negozi vuoti.
Al centro, due signore si precipitano a offrirmi prima un tè, poi un altro; sono un po’ stupite che me ne basti solo uno. Intanto Nidal mi racconta della sua opposizione al Centro Peres: occorre lavorare, dice, per una sanità palestinese indipendente dagli israeliani. E’ anche in totale disaccordo con gli accordi di Ginevra, perché negano il ritorno dei profughi.
Guidando, Nidal non va oltre il Paradise Hotel (ho visto che tutte le auto compiono lì un’inversione a U). A 50 metri dall’albergo ci sono i militari israeliani e non vuole incontrarli. Uno dei suoi figli studia all’università di Hebron (in arabo al-Khalil). Nidal non va a trovarlo, e il figlio non vede mai i suoi perché fra Hebron e Betlemme ci sono due posti di blocco. "Gli ho detto di prendere alloggio a Hebron, e pazienza se non lo vedo. Ai posti di blocco perdi almeno un’ora e mezza, sempre che ti lascino passare. Perché se vogliono umiliarti ti lasciano lì ad attendere, e poi ti dicono che no, oggi non passi”.
Gli chiedo cos’è la colonia gigantesca sulla collina a est dell’albergo: "E’ Ghilo”, risponde.
Vedo la sala dentistica e quella ginecologica; l’ecografo dovrebbe essere riparato. I fondi per far funzionare il centro vengono da donazioni (Nidal, per mantenere la famiglia, ha un altro lavoro). Visita una signora diabetica ed una con un dolore all’orecchio. Questa è accompagnata da un’altra che, invece di abiti normali associati eventualmente al velo, porta indumenti lunghi, guanti e velo neri: restano scoperti solo gli occhi. L’impressione è raggelante.
Gli dico che vorrei incontrare M. A., e il dentista mi accompagna al campo profughi. Questo è attorno a una stradina che si diparte dalla strada principale. La miseria è tanta. M. non c’è: è a scuola, fa la maestra. Un ragazzino mi porta al centro (in condizioni desolate) dove lei lavora al pomeriggio e le scrive che è arrivata Paola dall’Italia ...[continua]

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