Gianni ha la straordinaria capacità di cogliere qualche
frase che hai farfugliato mentre prendevi con lui un caffè e di
scaraventarla poi tra gli amici come una provocazione.
La provocazione è stata comunque utile. Il mio discorso con Gianni è
iniziato dalla considerazione che, per la prima volta, tra i lettori che
conosco qui a Roma e nel circondario ho percepito con sorpresa osservazioni
su alcune difficoltà di lettura rispetto ad una rivista che considero come
un l'unico "giornale che leggo tutto e tutto d'un fiato".
L'interrogativo che mi sono posto è il seguente: sta cambiando la platea
dei lettori oppure sta cambiando la rivista? Non sono in grado di dare una
risposta: trasmetto la flebile percezione di un sintomo. La novità di
questa vostra impresa consiste nel grande rispetto che avete per la voce di
chi racconta, però io consiglierei anche di tenere un qualche monitoraggio
circa le orecchie di coloro che ricevono il messaggio.
All'interno di questa vaga trasmissione di sensazioni ho sollevato il
problema cui fa riferimento Francesco. E su questo mi permetto di
intervenire in modo un poco più preciso.
Credo che Francesco sappia benissimo che, all'interno di un rapporto di
intervista, si gioca "inevitabilmente" una relazione di potere.
Il sociologo che intervista un operaio impone le sue regole del gioco e
opera un certo grado di violenza sull'interlocutore e una certa distorsione
dei risultati. Un bravo intervistatore cerca di ridurre al minimo il
livello di violenza ed avere il massimo di controllo critico sulle
distorsioni.
Il pregio delle interviste di una città è che sono ispirate dalla "non
violenza": di qui la grande efficacia delle interviste "lunghe" e
"destrutturate".
Considero questo il contributo centrale ed assolutamente originale della
rivista: dare voce libera e spazio di autoriflessività all'esperienza sociale.
Altra faccenda è la cosidetta intervista tematica. Se io "profano"
intervisto uno "scienziato" il rapporto inevitabilemte asimmetrico che c'è
in ogni intervista potrebbe rovesciarsi: il sapere tecnico-scientifico che
possiede l'intervistato è "autorevolmente" strutturato e codificato e c'è
il rischio che il rapporto di "violenza" che c'è in ogni relazione di
intervista si ribalti.In questo caso l'intervistatore deve essere più
attivo per fare sì che l'intervistato (come dice Enzo) esca dal
"laboratorio" e rischi l'apertura in "pubblico". Soprattutto dentro i
laboratori vigono i "catechismi" sostenuti dai ruoli di autorità.
Mi spiace che questa discussione sulle "aree tematiche" si sia aperta sul
caso Vittadini.
L'intervista della Vittadini infatti "per me" è stata utilissima, ho
imparato un sacco di cose e l'ho fatta circolare molto.Che cosa devo farci
se "per altri" invece ho dovuto fare pressioni perchè la leggessero? Ci
sono alcuni (forse pochissimi) nostri lettori che non hanno saputo
raccogliere le perle che l'ostrica conteneva perchè essa, mentre le
nutriva e le custodiva, in parte anche le imprigionava. Forse nel caso
delle "cosidette interviste tematiche" non c'è solo un problema di
lunghezza ma vi sono quelle questioni di "traduzione" cui accenna Enzo. Di
una cosa sono certo: in questi casi non si addice la preziosa e disarmata
"non violenza" dell'intervistatore che è efficacissima quando si rivolge a
chi porta esperienza sociale.
Ora basta. Non voglio più improvvisare accettando provocazioni. Verrò
documentato a Villa Salta. Pino Ferraris
una città / 2010
Testo di una città
21 febbraio 2006
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