Soheib Bencheikh, muftì di Marsiglia, ha pubblicato Marianne et le prophète: L’Islam dans la France laïque, 1998, Grasset.

Possiamo parlare del rapporto tra Islam e modernizzazione?
Prima di decidere se l’Islam si adatti o meno alla modernità bisogna stabilire cosa intendiamo per essa. Definendola sotto il profilo politico e sociale, secondo me la modernità è prima di tutto lo Stato di diritto, che non è sovrano in sé ma riceve la propria sovranità dalla volontà dei cittadini; è quindi provvisorio e posto sotto il controllo dei cittadini, che sono i soli sovrani nella modernità. Inoltre lo Stato di diritto non ha religione né razza, non riconosce quindi la comunità, l’affinità, l’etnia, ed è utilitario: il cittadino infatti è riconosciuto come individuo secondo i suoi talenti, le sue competenze, la sua capacità di dare. All’interno di questa visione della modernità, è fondamentale il diritto alla libertà individuale e quello degli individui e delle minoranze ad associarsi; diritti garantiti dalla democrazia, presieduta e preceduta da un minimo di principi costituzionali. I cittadini quindi sono liberi di raggrupparsi secondo affinità multiple.
Inoltre, nello Stato di diritto, ognuno ha diritto ad esprimere la propria fede, ma poiché le verità metafisiche non possono essere vere che agli occhi di colui che le professa, nessuno ha il diritto di imporle poiché l’imposizione è una modalità inerente alla dimensione statale e amministrativa, le quali, però, non hanno né religione né verità metafisica; lo stato e l’amministrazione “rispettano”, quindi c’è separazione, distacco, rispetto verso le convinzioni religiose dei cittadini. Fatta questa premessa, ritengo che l’Islam sia una religione che vive nella modernità, un po’ più delle altre religioni -anche se oggi si assiste al contrario- per due motivi. Il primo è costituito dal fatto che l’Islam rifiuta ogni intermediario fra Dio e il credente; non riconosce il clero, il sacerdozio, ma è basato unicamente su delle coscienze liberamente impegnate che mantengono con Dio una relazione individuale, intima e diretta. Il secondo motivo è che l’Islam è una religione che possiede una sola autorità, costituita dal suo corpus testuale; ma un testo non parla né si diffonde da solo, deve necessariamente passare attraverso la comprensione e l’interpretazione umane. Questo significa fare un’opera di relativizzazione perché la nostra comprensione e la nostra intelligenza si nutrono e si sviluppano necessariamente all’interno di un determinato ambito culturale: ad esempio, se sono in Italia interpreterò questo testo, fondatore della mia religione, secondo le preoccupazioni, le aspirazioni, i problemi di un italiano; se sono in Mauritania produrrò, sì, lo stesso testo, ma lo leggerò con gli occhi, gli stati d’animo, i problemi, le attese di un mauro. Quindi, poiché le società, e gli individui che le compongono, sono diverse le une dalle altre, si genera una molteplicità di interpretazioni differenti attorno a un unico testo, che costituiscono la ricchezza dell’Islam -e non una lacerazione- a condizione però che nessuna interpretazione si imponga con la forza sulle altre, altrimenti è l’inizio della deriva. Questa infatti non è più la dimensione della testimonianza della fede ma piuttosto quella del giudizio: non si testimonia più la propria fede, ma si giudica l’altro, lo si condanna e gli si vuole imporre la propria verità. In questo modo si diventa tutori di Dio e non ricercatori di Dio.
Questa sinergia tra un testo atemporale, eterno, e le interpretazioni che attraverso i secoli ne vengono date, aprendo una breccia verso una sua comprensione molto temporale, molto umana, molto relativa, garantisce al Corano e all’Islam un’estrema flessibilità e un’eterna, rinnovabile giovinezza.
Così, è evidente che se siamo abitati dalla modernità diventa fondamentale leggere questo testo adattandolo ad essa. Sfortunatamente quello che sto dicendo è troppo bello, la realtà purtroppo ci mostra il contrario, semplicemente perché l’intelligenza creativa e interpretativa che doveva accompagnare la lettura del Corano ha ristagnato e i musulmani ne hanno sacralizzato le vecchie interpretazioni, impedendone la comprensione e cristallizzando l’Islam in un determinato secolo. Infatti l’interpretazione diffusa che si ha oggi di questa religione, quella che ai nostri occhi appare sclerotizzata ed arcaica, era stata data da e per una società tribale, formata da clan, patriarcale, maschile, fallocratica. Ecco perché il musulmano, finché non rinnoverà la sua interpretazione dell’Islam, vivrà un dilemma lacerante: se dà del Corano una lettura e un’interpretazione cristallizzate, si condanna all’emarginazione; se invece opta per la modernità ha la sensazione di aver abbandonato l’Islam.
Che ruolo ha la teologia in questo delicato processo?
La grandezza di una religione viene dalla sua teologia, perché l’interpretazione è lo sforzo per delucidare il mistero, per razionalizzarlo, renderlo comprensibile e comunicabile col catechismo.
Purtroppo oggi si assiste alla tendenza a dare del Corano una lettura letteralista, che consiste nel voler capire la lettera di questo testo e non le sue finalità; ma il Corano ha usato delle formule tipiche della realtà dell’epoca della rivelazione -una società beduina del settimo secolo dopo Cristo- perché mirava a determinati obiettivi.
Oggi, se vogliamo che il Corano resti una fonte efficace, utile per il nostro secolo, non dobbiamo attardarci troppo sui mezzi descritti a quell’epoca ma realizzare quegli obiettivi.
Faccio un esempio: è vero che Dio ha raccomandato, in due punti del Corano, che le donne indossassero il velo, ma perché? Perché voleva proteggere la femminilità, la personalità, l’avvenire della donna, e per ottenere questo risultato ha utilizzato una modalità mutuata dalla cultura dell’epoca; infatti il velo esisteva ancora prima dell’Islam. Oggi, poiché i mezzi cambiano ma l’obiettivo resta valido, è su quest’ultimo che dobbiamo focalizzare l’attenzione e chiederci cos’è che oggi può proteggere la personalità e l’avvenire delle donne. E ciò è senza dubbio l’istruzione, che rappresenta il velo di oggi. Mentre il velo – in senso letterale – non serve certo a proteggere la donna ma solo a dimostrare la sua sottomissione all’uomo e il suo dominio su di essa. Un altro esempio: si attribuisce al profeta l’aver raccomandato ai genitori musulmani di insegnare ai loro bambini il nuoto, l’equitazione e il tiro con l’arco. Ora, applicare alla lettera questo dettato ci renderebbe un po’ snob, forse anche un po’ mondani, non sarebbe certo alla portata dei musulmani dei quartieri nord di Marsiglia! Ma allora bisogna chiedersi: cosa voleva il profeta? Voleva semplicemente che i musulmani fossero al passo coi tempi per potersi destreggiare nel loro secolo; oggi, se vogliamo rispettare questo dettato calandolo nell’attualità, dobbiamo far apprendere ai nostri figli le lingue e l’informatica, cioè le discipline del nostro secolo. Ancora: il profeta ha raccomandato ai musulmani di lavarsi i denti con un bastoncino di una certa pianta; oggi, con l’ondata di reislamizzazione si assiste al fatto che i giovani sono tornati ad usare questo bastoncino, senza tener conto che l’obiettivo del Corano era semplicemente l’igiene dentaria; il bastoncino era solo il mezzo migliore in un periodo in cui per l’igiene dentaria non c’era niente di meglio. Allora, così come il profeta ha utilizzato il mezzo migliore della sua epoca noi dobbiamo semplicemente fare altrettanto, utilizzando i mezzi migliori a nostra disposizione.
A ben vedere, sono due letture molto diverse dell’Islam: una lo rende un ritualismo ripetitivo, sempre le stesse frasi che hanno perso significato da molto tempo; l’altra lo rende azione, comprensione, intelligenza. Ed è questa la lettura che invoglia ad essere credenti, a trovare un senso nella religione: una lettura legata a una regola trascendente ma che viene sempre resa comprensibile e intelligibile grazie ad uno sforzo umano di interpretazione. La religione è come una medicina: può dare la vita, ma se non si leggono molto bene le avvertenze, le dosi, i tempi di somministrazione rischia di dare la morte.
Qual è il rapporto tra l’essere musulmani e l’essere laici, è possibile?
Innanzitutto chiariamo che l’Islam è una religione e la religione per definizione non può essere laica. La laicità è infatti un concetto che attiene alla neutralità, e il neutro non si oppone a niente e niente si oppone ad esso. La laicità non è sinonimo di lotta di religione né di religione a sua volta, non va confusa con l’ateismo e non respinge i valori, rappresenta invece la neutralità dell’amministrazione statale, una separazione amichevole della sfera politica da quella religiosa, basata su una razionalità condivisa che fa sì che tutti i cittadini, atei, cattolici, protestanti, ebrei, buddisti, musulmani, possano vivere insieme. La laicità infatti riunisce e gli avversari di ieri diventano i partner di oggi. In questo senso, il diritto di pregare trascende la laicità e la democrazia, perché fa parte di quei princìpi che devono precedere e presiedere la democrazia. Ci sono certi musulmani che rifiutano la laicità perché non la conoscono, credono sia sinonimo di ateismo, il che è completamente falso, ma la maggior parte di loro oggi comincia a capire, a distinguere. Del resto, è grazie alla laicità che, ad esempio, in Francia l’Islam, pur rappresentando una religione minoritaria, trova il suo spazio e ha il diritto di diffondersi, di esprimersi; proprio perché la laicità dello stato francese protegge le scelte confessionali di tutti e di ciascuno. Diversamente, la maggioranza cattolica imporrebbe le proprie scelte, e certo in Francia ci sono molti cattolici responsabili e tolleranti, ma ce ne sono altri che cominciano ad essere spaventati dall’Islam; siamo una minoranza spesso mal vista e abbiamo un’immagine che fa anche un po’ paura; a volte giustamente perché in nome di questa religione si commettono crimini atroci. A volte invece l’Islam viene strumentalizzato politicamente, ad esempio dall’estrema destra, con lo scopo di dividere.
Qualche tempo fa, il sindaco comunista di Billancourt, una città del nord della Francia, ricevette da parte della comunità islamica la richiesta di poter ampliare la moschea, poiché era diventata troppo piccola. Siccome il sindaco aveva paura di perdere consenso, invece di decidere, su questo problema organizzò un referendum locale. In realtà questo referendum non aveva alcuna legalità, era anticostituzionale perché non si può sottoporre il futuro di una minoranza all’opinione e al beneplacito di una maggioranza che non condivide i suoi ideali. In ogni caso il risultato ci interessa: ebbene, l’80% dei cittadini votò contro l’ampliamento della moschea, anche perché coloro che ritenevano che il referendum non avesse alcuna legalità non sono nemmeno andati a votare. Ma questo significa anche che c’è un 20-30% di cittadini che difende i diritti dei musulmani e riconosce la loro libertà di professare la propria religione.
L’Islam è compatibile con la democrazia? Ad esempio, in Algeria, l’Rcd è un movimento minoritario. Quanto è rappresentativo della società?
Oltre all’Rcd, in Algeria ci sono altri partiti minoritari democratici, e anche se oggi sono solo una minoranza, credo che per quel paese rappresentino il futuro. Teniamo presente che in questo senso il Corano è molto chiaro: in molti versetti afferma che tutto ciò che attiene all’organizzazione della vita, alla sfera politica, alla gestione degli affari di un paese è lasciato alla libera scelta delle persone. L’Islam non è né pro né contro la democrazia, semplicemente lascia la gestione temporale alla concertazione dei musulmani. La parola “concertazione” è molto ampia e può concretizzarsi in vari modi, con le elezioni, con la discussione, ecc. I musulmani non hanno quindi alcun impedimento coranico per seguire la democrazia, sono liberi di scegliere le forme di governo che preferiscono. Quella che invece si oppone è solamente la loro mentalità. Io sono un po’ spaventato perché in Algeria ho sentito alcuni discorsi dei partiti della maggioranza, al momento della corsa verso la presidenza, e parlavano tutti di scelte collettive, ma “collettivo” è una parola che mi fa paura perché tutte le dittature si sono verificate proprio per proteggere le scelte maggioritarie, collettive. In Algeria, ad esempio, si parla molto di arabità, di islamità e ci sono leader populisti che usano queste parole-slogan in modo strumentale. Mentre invece uno Stato deve assolutamente rispettare le scelte individuali.
Certo, sommando individuo a individuo si formano delle collettività, ma è unicamente sulle scelte individuali che bisogna basarsi.
In Algeria il diritto di famiglia obbedisce ancora alla sharia e non al codice civile...
Si commettono molti errori quando si usa il termine sharia. Sharia è una parola ricca di spiritualità, certamente di derivazione coranica, e significa “la via verso Dio”, “la via tracciata da Dio”, cioè ciò che Dio ha scelto per l’uomo. Simboleggia la “Legge” con la elle maiuscola, ma nasconde dietro di sé un grande lavoro umano, perché per realizzare la Legge con la elle maiuscola occorrono necessariamente leggi con la elle minuscola, vale a dire il lavoro di giuristi che nei secoli l’hanno codificata e interpretata. In origine c’erano più di una trentina di scuole giuridiche, di cui quattro sono sopravvissute sino ad oggi. Queste scuole sono differenti tra loro e talvolta sono in contrasto tra loro, vanno da un polo molto razionale ad uno molto ritualista, e fra i due poli c’è tutta una gamma di sfumature diverse. Per questo mi rattrista un po’ vedere in Algeria le lotte tra chi è favorevole al codice della famiglia e chi è contrario, perché comunque entrambe le parti sono d’accordo nel dire che il codice è un dettato divino.
Ma questo è falso: il codice della famiglia è il risultato del lavoro di una di queste scuole giuridiche, e fu concepito per una società magrebina, tribale che prese come fonte certamente il Corano, la Sunna, ma soprattutto le usanze locali; infatti la consuetudine locale è riconosciuta come una delle fonti del diritto musulmano. Faccio un esempio: in uno di questi scritti, rispecchiato oggi nel codice della famiglia, in caso di divorzio tra i coniugi, è la donna che deve lasciare il domicilio del marito per ritornare, con i figli, nel domicilio del padre. Ma questo era del tutto normale in una società tribale e patriarcale, dove la donna sposandosi lasciava il clan di suo padre per entrare nel clan del marito; in caso di divorzio rappresentava una forma di giustizia il fatto che la donna rifacesse il viaggio all’indietro lasciando il clan dell’ex marito per rientrare in quello paterno, perché, che cosa può fare una donna in un clan di cui non fa più parte? Ma ciò che rappresenta una forma di giustizia in un determinato secolo, se cristallizzata, può diventare ingiustizia in un altro secolo; ciò che significa progresso in una determinata epoca, diventa regressione in un’altra. Oggi il legislatore algerino, molto stupido e cattivo, ha preso quello scritto tale e quale per applicarlo alle donne algerine affermando che non lo si può toccare perché è Dio che l’ha voluto. Ma, ripeto, anche le persone che sono contrarie al codice della famiglia affermano ciò in nome dell’Islam: entrambe sostengono che è un dettato divino, ma né gli uni né gli altri hanno ragione. Infatti la revisione di questo statuto richiede uno sforzo umano: il diritto è un grande lavoro di comprensione, di giustificazione, di razionalizzazione, è una ricerca di giustizia.
Oggi gli stati musulmani impongono le leggi in nome della religione…
Sì, è vero. Ma questa usurpazione non è giustificata solo da una visione arcaica della società. L’Algeria, ad esempio, dopo l’indipendenza, ha optato per la modernità politica e si è denominata Repubblica algerina democratica e popolare. Che bella definizione! E anche la maggior parte dei regni è diventata costituzionale, ma tutto ciò è rimasto lettera morta perché contemporaneamente l’Islam è stata proclamata religione di stato. D’accordo, non dappertutto vige il sistema francese; in fin dei conti anche la regina d’Inghilterra è il capo della Chiesa anglicana, e in America il presidente governa in nome di Dio. Ma l’Islam è qualcosa in più, è la religione ufficiale dello Stato e della maggioranza e, soprattutto, la sua interpretazione, pur risalendo a secoli addietro, è intoccabile; nessuna riforma, nessun aggiornamento sono stati messi in atto per la sua comprensione. In più è lo Stato che deve fare la promozione dell’Islam. Ma se lo Stato fa la promozione di questa teologia semplicemente promuove la negazione di se stesso, perché significa che in questo Stato, e in questa teologia, non ci sono cittadini ma solo sudditi; non esiste più lo Stato di diritto che riceve provvisoriamente la sovranità da parte dei cittadini, non ci sono elezioni, ma esiste un re o un principe che regnano per volere divino, perché la terra appartiene a Dio: c’è la casa dell’Islam, dove l’Islam è sovrano, e c’è la casa della guerra, dove abitano i non musulmani, i nemici. E di conseguenza diventano importanti le proprie origini familiari, etniche e confessionali.
Quindi c’è un’evidente contraddizione: lo stato è costretto a promuovere la propria negazione. Partendo da queste premesse, si capisce perché -restando al caso dell’Algeria- vengano rifiutate le riforme. In tutte le moschee, in qualsiasi libro, si comincia, nel primo capitolo del diritto musulmano, dividendo le acque purificatrici, e si finisce col dividere il mondo fra la casa dell’Islam e la casa della guerra. Ma, allora, che Stato è mai questo? E cosa mai può più significare Repubblica algerina democratica e popolare? Ora sta ai musulmani più lucidi rifiutare questa tutela e optare per la promozione della democrazia. Certo, applicando all’Algeria un pensiero riformatore ci si potrà scontrare con una parte della sensibilità popolare...
Comunque un cambiamento della mentalità musulmana dovrebbe cominciare prima di tutto col mettere fine all’uso di questo neologismo: “Islam ufficiale”. l’Islam non è mai stato ufficiale, I’Islam è una religione veicolata dalle coscienze liberamente impegnate. Vi faccio un esempio che mostra l’arcaismo del pensiero musulmano: c’è un grande studioso musulmano tunisino dell’inizio del XX° secolo, che ha prodotto molti testi, studi, esegesi, ecc., ma che, come pensiero, appartiene ancora all’era arcaica; questo teologo nei suoi scritti condanna il furto e la corruzione perché contrari alla morale dell’Islam ma, nonostante la sua esperienza di uomo del XX° secolo, non dice una parola su azioni molto gravi come truccare le elezioni, azioni che comportano la spoliazione della volontà popolare. In questo senso, questo studioso, a livello di pensiero, appartiene a una realtà che risale al XIII° secolo.
La sua lettura del Corano, dell’Islam, che diffusione ha? Questa modernità è minoritaria?
Sì e no. La maggioranza dei musulmani aspira alla modernità, ma non spetta a loro teorizzare, non sono studiosi di teologia. I teologi, dall’altra parte, è bene che siano minoritari, perché non devono cercare il consenso; se domani tutti i musulmani diventassero modernisti, io inventerei qualcos’altro: bisogna essere minoritari e di disturbo, è un ruolo molto nobile.
Io non sono un politico che deve essere sensibile al consenso, che deve piacere, non contabilizzo quante persone mi seguono. Su questo punto sono insensibile.
Qual è stata la ripercussione degli avvenimenti dell’11 settembre nella comunità musulmana di Marsiglia?
Dopo questo avvenimento si è risvegliato un rifiuto del fanatismo da parte delle coscienze di tutto il mondo. Questo comunque è un male comune a tutta l’umanità, è una malattia contagiosa che può svilupparsi in qualsiasi contesto. Ecco, credo però che dopo quello che è successo l’11 settembre, sia molto più difficile strumentalizzare il fanatismo e utilizzarlo politicamente.
Anche in seguito alle vicende che interessano il Medioriente, in Francia ci sono stati episodi di tensione fra la comunità araba e quella ebraica…
E’ stata incendiata una sinagoga, non se ne conosce il responsabile, ma tutti hanno pensato che fosse necessariamente di origine musulmana. Certo, può essere vero, ma in questo caso bisogna trattarlo come un criminale e non come una persona di origine musulmana. Noi abbiamo fatto visita a questa sinagoga e abbiamo fatto dichiarazioni congiunte con i responsabili della comunità ebraica. Ma qui a Marsiglia la coabitazione fra le due comunità va piuttosto bene perché questa è una città commerciale, abituata ai traffici e alla convivenza pacifica tra comunità religiose ed etniche differenti. Le persone sono molto comprensive e tolleranti.
Cosa prevede per il futuro?
Io mi sento fiducioso, sia che i musulmani riescano a riformare la religione islamica, sia che vinca la secolarizzazione. Abbiamo l’esempio dell’Europa del XIX° secolo, in particolare della Francia: la Chiesa cattolica non volle allinearsi con il modernismo, il progresso, lo scientismo, il positivismo di Auguste Comte, e al contrario rispose con l’Enciclica e con il Concilio Vaticano I° di Pio IX che condannava gli errori del secolo, compresi i diritti umani e la democrazia. Ebbene, il progresso ha prevalso ugualmente, non ha aspettato la riforma interna della Chiesa (il Concilio Vaticano II° è venuto un secolo dopo a dare finalmente ragione al progresso). Parallelamente, o l’Islam trova nelle proprie motivazioni un pensiero riformatore oppure la secolarizzazione prevarrà. La natura ha orrore del vuoto e la storia non si ferma.
Lei nel suo libro parla di islamismo contro l’Islam.
Il primo nemico dell’Islam come religione è proprio l’islamismo. La parola islamismo non ha l’equivalente in arabo, l’Islamismo è l’Islam politico.
Quindi ogni appropriazione di questa religione da parte dello stato…
Oppure da parte dell’opposizione. C’è una corsa verso la conquista del potere che utilizza l’Islam, la moschea. Il fondamentalismo in sé è un pensiero apolitico, è solo una lettura letteralista, sclerotizzata, arcaica dei testi sacri; è la politica a strumentalizzarlo per contrapporsi alla modernità.
L’Islam è una religione che non deve imporsi, perché le verità non sono vere che ai nostri occhi. Piuttosto, oggi, davanti all’universale, l’Islam deve trovare il proprio posto, arricchirsi, affrontare dibattiti, accettare la critica e la messa in causa. L’Islam è ancora un blocco chiuso, ma è anche aperto all’espansione, al progresso, forse più in Francia che nei paesi musulmani, dove si è reso responsabile di crimini, negli anni ‘80 e agli inizi degli anni ‘90. Ma essere islamico significa essere un eroe, un uomo coraggioso capace di dire no alla tirannia.