Ignazio Marcozzi, medico di famiglia, esperto di dipendenze, è stato Presidente dell’Agenzia per le tossicodipendenze del Comune di Roma fino al 2009.

Lei si è occupato di tossicodipendenza fin dagli anni Settanta. Cos’è cambiato rispetto al consumo e alle sostanze stesse?

Di tossicodipendenza mi occupo da quando avevo vent’anni ed ero studente di Medicina. Me ne sono occupato prima da un punto di vista sociale e anche politico, poi da un punto di vista medico-scientifico e infine come amministratore di un’agenzia comunale per circa 12 anni. Oggi continuo a occuparmene per quei pochi pazienti tossicodipendenti che mi sono rimasti come medico di medicina generale.
Chiedeva cos’è cambiato. Beh, è cambiato moltissimo. Negli anni Settanta abbiamo assistito all’emergere di quella che poi è stata un’emergenza vera e propria e che è durata tanti decenni cioè la dipendenza da eroina. Prima, negli anni Sessanta c’era un consumo limitato a delle élite culturali e ad alcune tendenze giovanili. Il mondo giovanile, hippy, beat, con questi riferimenti alla musica e ai figli dei fiori, si rivolgeva alla cannabis. Roma aveva questa caratteristica del cinema che riguardava la cocaina. Ma parliamo di due settori minoritari della società e abbastanza impermeabili. Ecco, negli anni Settanta i consumi sono diventati sempre più di massa. Non solo, il consumo della cannabis, se all’epoca non era problematico, oggi lo è. Il contenuto di tetraidrocannabinolo presente nella cannabis negli anni Sessanta e Settanta era di molto inferiore a quello che c’è attualmente.
Quindi è vero che le droghe leggere non sono più così leggere...
No, non sono più così leggere perché c’è stata una selezione delle piante e oggi il contenuto è sicuramente dieci volte superiore a quello di una volta. Anche i danni alla salute e i comportamenti sono cambiati. Intanto c’è stata una diminuzione sempre maggiore dell’età di accesso al consumo. Lo stesso consumo è diventato sempre meno collettivo e sempre più finalizzato a una forma di autoterapia: viene utilizzato come un vero e proprio ansiolitico.
Negli anni Settanta il rito dello spinello era fondamentalmente, direi esclusivamente, collettivo. Poteva riguardare poche o molte persone però era un rito collettivo e aveva che fare con un’allegria dello stare insieme, con l’accompagnare momenti musicali. Col tempo è diventato sempre più un consumo abitudinario e isolato. Io conosco molte persone che fanno un uso, appunto, ansiolitico della cannabis, cioè se la fumano da sole la sera prima di andare a dormire o in altre circostanze non socializzanti.
Diceva che il consumo è diventato di massa.
Il consumo di hashish e marijuana credo che possa riguardare circa quattro milioni di persone in maniera saltuaria o abitudinaria e con delle problematiche giovanili che non sono più così indifferenti. Ovviamente se si aumenta la frequenza del consumo e si diminuisce l’età di inizio, beh, gli effetti si vedono.
Il tetraidrocannabinolo si accumula nel nostro grasso quindi viene dismesso lentamente. Questa dismissione può durare anche un mese o più determinando degli effetti psicologici, fisici.
Oggi si parla della cosiddetta "sindrome amotivazionale”. Ecco, io ho l’impressione che nelle generazioni degli anni Novanta e Duemila soprattutto, un consumo massiccio abbia determinato sicuramente un minore impegno scolastico, un minor impegno fattivo, costruttivo della propria identità.
Che effetti produce la cannabis?
La cannabis può scatenare una serie di effetti molto diversi. A qualcuno abbassa la glicemia, ad altri la alza, dipende molto da chi incontra, e anche dalla situazione. La dispercezione sensoriale è sicuramente uno degli effetti ricercati; una dispercezione che può essere di tipo uditivo, che si ricerca proprio per ascoltare (o per fare) musica in maniera diversa dal normale. Una dispercezione visiva, cioè una diversa visione dei colori delle cose che può essere anche pericolosa. Per esempio nella guida di un automezzo, la persona sotto l’effetto di cannabis può avere un particolare piacere nel guardare la luce del semaforo. Abitualmente chi fuma guida più lentamente, che in questo caso non vuol dire essere più sicuro per sé e per gli altri, perché ci sono dei ritardi nelle reazioni, nei riflessi necessari per un’operazione complessa come quella della guida. Un altro effetto è quello di uno stato maggiormente sognante, meditativo, assieme a un’alterazione della valutazione dei propri mezzi espressivi e della "qualità”, diciamo, dei pensieri. Chi ha fumato sente profondità in discorsi che sono assolutamente banali. Anche nella musica questo può succedere: il musicista fumato pensa di star suonando meglio, se poi però ascolta la registrazione capisce che ha suonato peggio. È un’illusione divertente e anche affascinante in alcune situazioni che però, se ripetuta, porta sicuramente a un impoverimento della propria relazione col mondo, della propria crescita personale se parliamo di adolescenti, della propria affermazione lavorativa se parliamo di adulti.
Bisogna che le persone sappiano tutto questo.
Nei decenni siamo stati testimoni di questa sorta di metronomo che andava da una condanna assoluta a un’assoluzione assoluta delle droghe; entrambe posizioni a mio modo di vedere non utili. Perché se i giovani consumatori percepiscono che il pericolo non è così estremo come una certa propaganda tende a paventare non ti credono più. Per molto tempo, poi, c’è stato un approccio -prima degli anni Settanta e di nuovo negli anni Duemila- di unificazione delle droghe. Di nuovo: quando non si fanno le dovute distinzioni il messaggio viene percepito come falso e quindi non percepito.
La cannabis produce danni al fisico?
Danni fisici accertati in maniera consistente non ce ne sono. Tuttavia un ragazzo che ha fatto uso di cannabis per tanto tempo con una frequenza abituale, giornaliera, beh è una persona che perde anni di formazione che difficilmente avrà l’opportunità di recuperare. Quindi sul piano formativo questo è un problema. E del resto lo si vede. Io come osservatore grezzo lo vedo nella generazione degli anni Novanta e Duemila; in questa differenza tra le donne e gli uomini, nel senso che le donne vanno meglio a scuola e vanno meglio l’università, io non dico che sia l’unica spiegazione ma da tempo sono convinto che un po’ c’entri la questione dei consumi che, non a caso, riguarda più i maschi che le femmine.
Perché c’è una mancanza di concentrazione, di motivazione. C’è appunto quello stato sognante e beato, che spinge a non impegnarsi.
Poi ci sono sicuramente danni anche sulla memoria: la memoria di fissazione ne risente.
Lei è da sempre un antiproibizionista...
Sì e continuo a esserlo. Intanto perché penso che questo divieto di ingurgitare qualcosa sia impossibile da realizzare negli uomini e negli animali. Ma soprattutto perché sono convinto che l’unica via sia quella di una precisa conoscenza e regolamentazione severa. Fino a che invece queste sostanze saranno proibite e in mano a un mercato che fiorisce e fa tanti soldi, è impossibile lavorare sulla regolamentazione e sulla conoscenza dei rischi e dei danni.
Per regolamentazione cosa intende?
Faccio un esempio. Prendiamo la regolamentazione del fumo del tabacco, che è una sostanza molto nociva. Dapprima le sigarette si vendevano sfuse e quindi, dal punto di vista dell’igiene (non parlo del bene o del male del fumare), qualche problema c’è l’avevano. Il confezionamento è stato un primo passo. Un secondo passo avanti è che queste società sono state costrette a mettere il quantitativo delle sostanze. Il terzo che sono state costrette a mettere un avviso di pericolo. Il quarto che è stato loro proibito di fare pubblicità occulta o palese. Ecco, queste sono regolamentazioni.
Poi, sempre nel caso del tabacco, ci sono le campagne di educazione, la giornata antifumo, gli interventi scolastici, le iniziative di informazione fatte dai medici, dai media, che hanno sicuramente dato dei risultati. Infine ci sono stati i divieti, come quello di fumare nei luoghi pubblici, che hanno sortito grandi effetti. E, attenzione, con tutto questo non è che abbiamo abolito il tabacco. Certo, si è ridotto il numero dei fumatori. Dopo di che uno resta libero...
Ecco, sulla cannabis andrebbe fatto un discorso del genere.
Dietro, volendo, c’è anche una motivazione politico-democratica: togliere enormi proventi alle varie narcomafie vuol dire anche difendere un’economia legale, e quindi la sicurezza dei cittadini.
Abbiamo parlato delle "droghe leggere”. Possiamo parlare dell’eroina?
Sull’eroina il discorso è molto diverso perché i danni e i pericoli sono molto più gravi di quelli della cannabis. Intanto si può diventare dipendenti dall’eroina (che vuol dire essere schiavi di una sostanza che può procurare danni enormi finanche il decesso) con pochi "buchi”. Proprio questo dato dalla dipendenza fa sì che le cose siano più gravi. Per dire, esiste anche la dipendenza di un forte fumatore di cannabis, ma è abbastanza leggera, forse addirittura minore di quella di un fumatore di tabacco. Non dimentichiamo che la nicotina è una sostanza pesante.
Con l’eroina, invece, il pericolo è imminente, incombente: una persona può diventare tossicodipendente veramente in poche settimane di uso quotidiano, dopodiché sarà alla mercé della situazione che si viene a creare. Che vuol dire avere immediatamente un rapporto molto stretto con lo spaccio (spesso si diventa spacciatori per avere una propria dose), quindi con un sistema illegale e con agganci criminali.
Poi c’è una caduta verticale dei rapporti sociali: l’eroinomane taglia i ponti inevitabilmente. Il tossicodipendente da eroina precipita e fa terra bruciata molto presto perché non rispetta i patti, ruba al parente, è totalmente inaffidabile perché preda della dipendenza e quindi diventa una mina vagante.
Il tossicodipendente da eroina non è molto aggressivo, lo può essere in determinate circostanze, ma abitualmente è uno che sconfigge se stesso. Ci sono sottopopolazioni molto diverse tra i tossicodipendenti, però l’eroinomane spesso è una persona che attraverso questa sostanza ha l’impressione di curare un dolore affettivo mostruoso. L’eroina è un analgesico, quindi toglie il dolore fisico, ma toglie anche questo aspetto del dolore affettivo. Spesso è questo l’aggancio. Parliamo di persone che hanno testato varie sostanze per il proprio malessere, come esploratori di autocura e che a un certo punto arrivano all’eroina e scoprono che è quello che cercavano.
Purtroppo quell’illusione di felicità dura poco dopodiché è l’inferno per il resto della vita perché il malessere della dipendenza si aggiunge all’altro e diventa veramente una vita molto triste.
In questo senso, il discorso da fare è diverso da quello relativo al consumo di cannabis.
Vale invece anche qui l’assoluta necessità di strappare queste persone al mercato clandestino che poi le fa morire per altri motivi, tagli, modalità di consumo, quindi malattie infettive ecc. tutte cose che non c’entrano col consumo in sé per sé ma con il consumo clandestino. E quindi ritorniamo al discorso del tabacco e all’opportunità di avere delle regolamentazioni, delle garanzie per il consumatore.
Il consumo di eroina è calato....
Il consumo di eroina è cominciato a calare già dalla fine degli anni Novanta per un concorso di motivi. Intanto sono state messe in campo tante iniziative. Per esempio la diffusione dei distributori per lo scambio di siringhe, che fino ad allora era stato considerato un modo di essere "complici”, di essere a favore delle droghe. Infatti non lo si è fatto per gli eroinomani, ma per il rischio Aids. Cioè nel momento in cui si è capito che questa popolazione diventava un pericolo infettivologico notevolissimo, c’è stato un intervento massiccio. Tra parentesi, se si fosse fatto prima, come molti medici -me compreso- avevano sollecitato, avremmo avuto un’infezione da Hiv sicuramente minore. Ricordiamo che l’Aids ha fatto una strage di tossicodipendenti. Comunque a un certo punto si è capito da parte delle istituzioni sanitarie e politiche che l’eroinomane era un pericolo enorme per sé e per gli altri e quindi si è intervenuti. Sono stati istituiti i Sert, oggi ce ne sono oltre cinquecento in tutto il paese. Sono nate anche tante comunità terapeutiche che, assieme ai Sert, in maniera inizialmente un po’ contrappositiva (altra sciocchezza esclusivamente italiana: è chiaro che le cose vanno integrate a seconda dei momenti, delle fasi di cura), hanno svolto un ruolo importante. Direi che oggi ci siamo. Dopo tanto tempo quest’integrazione pubblico e privato è migliorata.
Io credo che questi siano i motivi fondamentali per cui è sceso il consumo di eroina. Cioè, anche attraverso i media, è passata una notizia di pericolo alle nuove generazioni che, quindi, si sono tenute lontane da questa sostanza.
Purtroppo non si sono tenute lontane da altre, principalmente droghe di tipo eccitativo quindi anfetamine e metanfetamine o cocaina.
Diceva che siete stati molto sorpresi, negli anni in cui presiedeva l’Agenzia comunale per le tossicodipendenze, degli esiti di una ricerca sulle sostanze più usate dai giovani...
Nei primi anni del Duemila abbiamo condotto una ricerca su quali fossero le sostanze prevalenti. Attraverso operatori del settore, che quindi sapevano mettere in campo i giusti strumenti per parlare coi ragazzi, siamo entrati nelle discoteche, a scuola, nei luoghi di aggregazione giovanile. Ecco, noi ci aspettavamo ecstasy e metanfetamina, invece era già cocaina. La cocaina era più presente dell’ecstasy all’epoca. Questa grande ondata degli anni Duemila ha coinvolto dal Parlamento alla classe operaia. Una volta la cocaina era la droga dell’alta classe imprenditoriale; oggi è pieno di operai che fanno uso di cocaina. D’altra parte, il prezzo è calato moltissimo: con 50-100 euro uno fa una serata abbondante. Anche lì si innesca la solita storia, cioè si compra e si vende e si iniziano altri al consumo. È un po’ la stessa cosa che è successa con le altre sostanze: l’allargamento avviene anche perché c’è un’illegalità per cui a un certo punto diventa quasi la norma comprare e vendere un po’, e questo espande la platea dei consumatori.
Ora, sulla cocaina le cose sono più complicate. Intanto bisogna dire che è una droga meno pericolosa dell’eroina dal punto di vista delle morti. Per l’eroina però nel frattempo si sono trovate delle sostanze agoniste e/o antagoniste, cioè dei farmaci che hanno avuto un grandissimo successo. Primo tra tutti il metadone che ha permesso la sostituzione dell’eroina in centinaia di migliaia di casi: persone che hanno potuto così ritrovare un ritmo normale nella propria vita, appropriarsi di opportunità, volontà, affetti, lavoro. Cose che non sarebbero state possibili con la routine dei 4-5 buchi di chi si fa di eroina.
Ecco, il metadone, la buprenorfina, il Sert, le comunità terapeutiche hanno cambiato radicalmente la condizione degli eroinomani.
Io ero anche a favore -per una piccola cerchia di persone resistenti alle cure- all’eroina terapeutica di Stato e l’ho pure proposto, ma nella quasi assoluta solitudine. Con Massimo Barra, della Croce Rossa Italiana, un uomo che di queste cose sa moltissimo ed è un precursore di interventi e metodologie, per anni abbiamo tentato di portare all’ascolto della politica la possibilità di avere se non altro una sperimentazione, così come successo in tanti altri paesi, Svizzera, Germania, Canada, dove nel frattempo è diventata cura abituale. Ma senza alcun esito.
Cosa si intende per "eroina terapeutica di Stato”?
Funzionerebbe così: viene selezionata una coorte di persone dipendenti dall’eroina che sono state seguite, e curate, ma che non hanno risposto positivamente al metadone, alla comunità eccetera, cioè le cure disponibili sono tutte fallite. Ricordo che noi abbiamo avuto persone che sono state sette volte in comunità, che hanno fatto piani di mantenimento col metadone e che però non trovavano beneficio. Ecco con costoro non puoi dire: "Non facciamo più nulla”. Queste persone in quella fase della vita non possono fare a meno dell’eroina e quindi la proposta è somministrare loro la sostanza ricercata, ma sotto controllo medico, in ambulatorio. Ottenendo che cosa? Una maggiore sicurezza sulla sostanza, per non incorrere in tagli; sulla somministrazione, così da non rischiare un’overdose; sulla questione infettivologica, per non prendersi malattie come Aids o epatiti o altro; e infine la possibilità di non finire nelle mani della malavita. Oltre l’ambulatorio, ci sarebbe stato inoltre tutto ciò che può aiutare per il reinserimento nel sociale e nell’ambito lavorativo. Questi erano gli obiettivi per coloro che non rispondono ad altre cure. Prima o poi forse si capirà anche questo. Comunque questo non è accaduto in Italia e quindi noi abbiamo avuto sicuramente una parte di sofferenza aggiuntiva che potevamo risparmiare a questa popolazione di tossicodipendenti da eroina.
Dicevamo della cocaina...
Sì, la cocaina è meno lesiva dell’eroina, però è una droga molto subdola. Intanto dà degli effetti completamente diversi da persona a persona. Il cocainomane non è immediatamente dipendente dalla sostanza. Mentre grosso modo possiamo dire che il 100% di coloro che cominciano a farsi di eroina e lo fanno a ritmo giornaliero diventano dipendenti, il consumo della cocaina ha almeno tre figure diverse. C’è chi ne fa un uso saltuario e quindi è poco problematico. Può incorrere in un incidente di percorso se gli capita di avere un incidente stradale o perché diventa aggressivo. Però nella vita quotidiana non ha problemi nei rapporti sociali e affettivi. Poi c’è quello che invece non è dipendente, ma ha un consumo problematico perché magari comincia a spendere molti soldi, ad avere uno stato alterato costante, a manifestare aggressività, maniacalità, ossessività, dinamiche tipiche del cocainomane. C’è infine il dipendente. Ecco, il tossicodipendente da cocaina è forse peggio del tossicodipendente d’eroina perché è uno che immediatamente comincerà, per l’economia della sostanza, a farsela per endovena e siccome la sostanza ha una vita breve, sale e scende, se la farà tante volte al giorno e questo rende la situazione disastrosa.
Pensi questo. Negli anni in cui me ne occupavo in modo più approfondito, girando il mondo, ho visto come si erano organizzate alcune grandi città. L’esempio canadese mi colpì molto. Vancouver è nella costa del Pacifico e ha molte relazioni con l’oriente e quindi ha una popolazione che consuma eroina perché l’oppio viene da lì. Bene, lì avevano distributori di scambi di siringhe in cui si calcolavano 4-5 siringhe al giorno per tossicodipendente.
Montreal invece è una città dove l’ndrangheta calabrese è fortissima da sempre ed è l’organizzazione che tradizionalmente ha in mano la cocaina. Bene, i piani per questa piccola percentuale di tossicomani calcolavano 20-30 siringhe al giorno. Ecco questi sono i numeri per un tossicomane da cocaina.
Quanto può durare un tossicomane da cocaina che è passato alla siringa?
Eh, quelli muoiono. Nel passato anche recente, molte di queste morti non venivano riconosciute perché il cocainomane in genere muore per infarto cardiaco, per crisi ipertensiva, per infarto cerebrale. Cioè non muore per overdose, ma per l’effetto delle sostanze sugli organi vitali.
Proprio per questo, da qualche anno gli ospedali di Roma fanno il controllo sui metaboliti della cocaina in tutte le persone giovani che hanno crisi ipertensive, angina pectoris, infarti, ecc. perché bisogna pensare a quello.
La cocaina non è una sostanza facile da trattare. Se infatti per la cannabis si potrebbe proporre un discorso di stretta regolamentazione come con l’alcol e il tabacco e per l’eroina un accompagnamento con un controllo medico, ecco, la cocaina, proprio per questa sua plasticità, per queste diverse tipologie di consumo e quindi diversi gradi di pericolosità (da blanda a gravissima) comporta una maggiore difficoltà di inquadramento. Comunque secondo me anche in questo caso sarebbe opportuno fare uno sforzo per tirare fuori dalla clandestinità i consumatori e portarli alle cure.
Le cure oggi sono esclusivamente di tipo comportamentale, psicologico, con l’aiuto di farmaci di tipo psichiatrico. Non c’è un farmaco specifico come il metadone. In genere si fa molta psicoterapia individuale e di gruppo, e magari un breve periodo in comunità. Non c’è bisogno dei tempi lunghi dell’eroinomane che deve proprio riadattare il proprio sistema neuroendocrino, il cocainomane, se è in una fase non gravissima, può starci meno.
L’uso saltuario nel cocainomane è una modalità che può durare nel tempo?
Sì, è una modalità che può durare nel tempo. Ci sono consumatori saltuari che diventano problematici e altri no. Non a caso nella cronaca sono spesso degli insospettabili.
Le anfetamine, da questo punto di vista, sono più pericolose perché danno una maggiore dipendenza, una grave sindrome da astinenza e dei gravissimi pericoli per l’apparato cardiovascolare. Ora c’è questa sostanza, si chiama shaboo, è un tipo di anfetamina usata in Oriente, nelle Filippine. I locali ne fanno un uso che assomiglia un po’ a quello che fanno i cocaleros in Bolivia, cioè la assumono per lavorare, per essere attivi.
Tra i giovani diceva che vanno per la maggiore gli eccitanti....
Parlando dei consumi giovanili, c’è una parte che come radici culturali si rifà alla tradizione degli allucinanti, quindi dispercezione, viaggi allucinogeni, ecc.
Questi ci sono, e rimangono, anche se ho la sensazione che si tratti di piccole coorti, tribù di consumatori che hanno riti precisi (un po’ come quelli dei concerti degli anni Sessanta), come i rave, un certo tipo di musica, un certo tipo di cultura, comunque di emarginazione e autoemarginazione. Non sono consumi di massa.
I veri consumi di massa sono gli eccitanti, in primis la cocaina, che poi si mischiano molto con l’alcol, una delle sostanze di cui i giovani abusano di più. L’alcol fa tanti danni, rispetto alla sicurezza pubblica, crea aggressività, mancanza di freni inibitori. Quando si registrano gesti di violenza eccessivamente gratuiti bisogna sempre andare a vedere il consumo che c’è dietro.
Purtroppo, siccome l’alcol fa parte del nel patrimonio culturale del nostro paese, non c’è nessuna colpevolizzazione dell’abuso, poi sono anche riti collettivi. Pensiamo al tifo del calcio o a ciò che succede nelle discoteche.
Anche nei confronti di questo consumo è opportuno fare campagne di informazione, di dissuasione dall’abuso. Su questo comunque molto è stato fatto. La maggiore rigidità nel controllo sulla guida è una cosa che funziona moltissimo. Attraverso la prova del palloncino e il conseguente ritiro della patente mi sembra che il messaggio sia passato: moltissime persone vanno in discoteca e oramai, d’abitudine, c’è uno che non beve. Alcuni locali organizzano un servizio di pullman. Queste sono cose che dovrebbero essere potenziate. Le istituzioni sono un po’ in ritardo. È più facile che siano le discoteche a muoversi.
Negli interventi di sensibilizzazione dei giovani, cos’è che funziona meglio?
Quello che funziona è un rapporto di verità. Bisogna dire le cose come stanno: se i ragazzi intuiscono che quel discorso non è vero, la loro disponibilità all’ascolto finisce immediatamente. Poi le modalità per entrare in sintonia possono essere le più varie. Bisogna trovare di volta in volta la giusta strategia a seconda della tipologia di persone che si hanno di fronte... I risultati migliori si ottengono quando si coinvolgono i cosiddetti mediatori, cioè delle persone che per gruppo d’età o per gruppo culturale siano vicine ai ragazzi e possano fare da tramite.
L’incontro tradizionale, con la lezione frontale in classe in cui si parla della droga, magari addirittura utilizzando nozioni di chimica, non funziona perché annoia mortalmente.
Parlandone, non c’è il rischio di suscitare curiosità?
Ma la curiosità, se ha come conseguenza l’ottenimento di un’informazione, è un dato positivo. Intanto se c’è interesse vuol dire che quella persona si era già fatta un’idea e quindi ha colto l’occasione.
La curiosità, se viene stimolata da persone che poi offrono strumenti per comprendere, è senz’altro preferibile all’interesse suscitato dalla persona che, detto brutalmente, offre una pera. Perché poi succede questo: se io non trovo una risposta ad un tema così onnipresente, in famiglia o nelle istituzioni, la vado a cercare altrove e, al limite, provo.
Cosa si può fare con chi non abbandona l’uso, con i cronici?
Io penso che non ci sia mai la parola fine a un intervento migliorativo dell’esistenza di un tossicodipendente. I passi possono essere millimetrici, possono essere uno avanti e uno indietro, ma bisogna tenere presente che guadagnare anni di vita vuol dire anche guadagnare chance di stare meglio. C’è sempre qualcosa da fare, anche con persone che hanno cronicizzato a lungo e pervicacemente la propria situazione.
Io sono sempre stato ottimista. Certo, le frustrazioni non sono mancate perché tante persone muoiono, però insomma io posso dire che in questi decenni ho visto molto migliorare la condizione di chi soffre di dipendenza. All’inizio i tossicodipendenti erano così isolati, persi, veramente morivano nell’abbandono totale di sé e degli altri. Adesso questo non succede più. Magari in maniera anche un po’ caotica, sempre partigiana, contrapponendo cure a cure, però il nostro paese in questi anni ha fatto dei grandi passi avanti. Su questo non ho dubbi. Io ho vissuto questa storia un po’ dall’inizio e posso dire che oggi chi cade in una dipendenza non è più abbandonato a se stesso.
(a cura di Barbara Bertoncin)