Rolando Bianchi Bandinelli, dopo la partecipazione a numerosi progetti europei su tematiche inerenti gli ausili informatici per disabili, si è interessato alle case adattate ai disabili e successivamente si è specializzato nella domotica. Nel 2001 ha fondato il "Laboratorio di Domotica” dell’Isti-Cnr, dove è stato installato un centro dimostrativo sperimentale.

Da tanti anni studi i processi di automazione della casa. Puoi spiegarci cos’è la domotica?
La domotica è l’insieme di tecnologie applicate alla casa e agli ambienti domestici che permette di integrare gli elettrodomestici in modo da agevolarne l’utilizzo.
Si è cominciato a parlare di domotica vera e propria negli anni Sessanta. La parola viene da "domus” e "informatica”, è una contrazione inventata dai francesi, la "domotique”, un termine poi accolto pure da noi italiani e che ora sta prendendo piede anche in America.
Devo dire che, inizialmente, io mi occupavo di case adattate per i disabili, cioè di tecnologia per persone con esigenze particolari. Piano piano, questa tecnologia si è diffusa alle case di lusso e agli yacht.
Come dicevo, la domotica, in sintesi, consiste nell’integrare tutte le applicazioni che stanno in una casa. Per esempio, se c’è una tenda parasole, questa quando c’è vento si chiude automaticamente. Se c’è un sistema d’allarme e si apre una porta in mia assenza, io ricevo una telefonata, eccetera. Ecco, tutte queste applicazioni oggi sono separate, ognuna agisce per conto suo. Se, invece, riuscissimo a integrarle in qualche modo, tutte le applicazioni dialogherebbero tra loro.
Ora, a cosa serve integrare la lavatrice con il frigorifero, perché si devono parlare? Beh, perché si possono avere tutta una serie di vantaggi. Per esempio, se io accendo contemporaneamente lavastoviglie e lavabiancheria, normalmente, in una casa normale salta la corrente. Se queste invece si parlano: "Guarda che io sto consumando corrente”, oppure interviene il forno elettrico: "No, servirebbe la corrente a me”, "Allora tu hai la priorità”, perché magari l’abitante ha fame, vuol mangiare e quindi è meno interessato al bucato. Ecco, tutte queste applicazioni che si parlano riescono in qualche modo a coordinare al meglio quelli che sono i servizi della casa.
Un’azienda italiana, o meglio ex italiana, perché è stata venduta, ha prodotto una cucina completamente domotica, in cui non solo il frigorifero parla con la lavastoviglie, la lavabiancheria, eccetera, ma sa esattamente che cosa c’ha dentro. Devo dire che attualmente il sistema non è ottimale perché bisogna passare gli alimenti al lettore di codice a barre (come si fa al supermercato per pagare). In questo modo però il frigorifero sa esattamente cosa c’è al suo interno, per cui può avvertire quando ci sono delle scadenze: "Il latte sta per scadere; o lo utilizzi o va buttato via”. Può avvertire se manca la scorta minima di latte. O ancora, telefonando dal supermercato, si può chiedere se le uova bastano, e così via.
Se poi uno non ha fantasia, può chiedere al frigorifero, o alla cucina in generale, che cosa si può fare con gli ingredienti presenti in casa. Con uno schermo, viene fatta una ricerca in internet e vengono presentate tutte le ricette possibili senza dover andare a far la spesa. Questa è una cucina che è stata realizzata, non è ancora in vendita, ma è un prodotto già finito.
L’altro dato importante della casa domotica è che gli stessi sensori possono essere utilizzati per funzioni diversificate. Ad esempio, un sensore di presenza che, quando io non ci sono, serve a segnalare l’eventuale presenza di estranei e dare l’allarme; in mia presenza può essere utilizzato per creare l’ambiente più adatto a me, sia termicamente, cioè con la temperatura giusta, sia come grado luminoso, sia acusticamente, per cui se a me piace avere una musichetta di sottofondo, me la mette.
All’Istituto di cultura araba di Parigi, hanno fatto un lavoro analogo: ci sono tutta una serie di oblò che si aprono e si chiudono a seconda della luce desiderata dall’interessato. Infatti, guardando la parete, ci si accorge che magari certi giorni sono quasi tutti aperti a metà, tranne uno che è tutto aperto o tutto chiuso, perché magari la persona che sta lì dentro preferisce così. Ecco, questa è una cosa che, in una casa domotica, è abbastanza semplice da controllare.
Con la casa domotica c’è infine la possibilità di un controllo remoto, a distanza. Magari siamo soliti lasciare la finestra aperta perché c’è la pianta che ha bisogno di luce, però se arriva la grandine non va bene. Ecco, tutto questo oggi può essere controllato con un telefonino collegato ad internet e quindi alla casa.
Dicevi che, oltre al confort, la casa domotica è importante anche sul piano della sicurezza.
I vantaggi della domotica sono svariati. Oltre al confort, c’è in effetti il beneficio di una casa che non ha bisogno di essere guardata, cioè quando si esce non c’è bisogno di controllare che tutte le finestre siano chiuse, che le luci siano spente, che il gas sia spento. Ci pensa la casa a fare tutte queste manovre. È evidente che in un’abitazione in cui ci sono tutti i controlli, la sicurezza aumenta moltissimo.
Nel modello di casa domotica che abbiamo realizzato nel nostro laboratorio, per esempio, si entra in casa con l’impronta digitale, cosa che, in Italia, tra l’altro, sarebbe vietata perché non si possono memorizzare dati sensibili, però nel privato si possono utilizzare.
C’è una grossa azienda italiana che produce delle serrature bellissime a impronta digitale e a lettura dell’iride dell’occhio, cioè si guarda la porta di casa intensamente, e quella riconosce l’iride e apre. Queste serrature, però, come dicevo, qui non sono vendute, perché bisognerebbe memorizzare le persone che possono entrare, cosa che nel nostro paese è proibita.
So che negli altri paesi invece questo è un comparto che funziona. È una bella cosa, perché si può programmare la porta di casa facendo sì che si apra solo col padrone o con la padrona. Nel caso poi dovesse ad esempio arrivare il medico e noi siamo a letto, possiamo inserirlo tra le persone abilitate. Con la donna di servizio, che ha le chiavi, si possono decidere gli orari in cui ha accesso. Un po’ come succede negli alberghi: programmano la porta e quando uno ha finito il suo periodo, la chiave non funziona più. Il fatto di farlo con le impronte digitali è particolarmente comodo, perché c’è un controllo su chi entra e chi esce, quindi la casa sa chi c’è per cui predispone anche gli ambienti.
Aggiungo che il confort più la sicurezza permettono a questi luoghi di essere abitati anche da persone che hanno esigenze speciali. Chi ha problemi di disabilità o, diciamo, di anzianità, con una casa domotica può vivere in autonomia più a lungo.
A questo proposito, il fatto che la casa "conosca” i suoi abitanti può servire a monitorare addirittura lo stato di umore o di salute di chi ci vive. Puoi raccontare?
È così: oltre al confort, la casa può controllare che tutto succeda in modo regolare. Faccio un esempio: un utente, d’abitudine, va in bagno tre, quattro volte al giorno. Bene, se a un certo punto, ci va dieci volte al giorno, può essere cambiato qualcosa nel suo stato di salute e può quindi scattare un campanello d’allarme. Lo stesso può succedere se certe abitudini cambiano di punto in bianco.
Ci sono già degli studi e anche applicazioni che con l’uso di piccole telecamere installate in una abitazione riescono a rilevare lo stato dell’utente: l’utente è felice, è depresso, ha caldo, ha freddo, è sofferente, ecc. Questa possibilità può arricchire e rendere più efficace il controllo dell’umore.
Uno degli studi che stiamo facendo adesso ha a che fare con la ricerca di segni premonitori per l’Alzheimer, o per la perdita di memoria. Se si vede che l’abitante compie delle azioni che non sono corrette, cioè che non rientrano nel suo modo di fare, questo viene segnalato.
Abbiamo realizzato controlli su operazioni semplici, tipo il controllo dei fornelli che l’anziano si dimentica. Oppure, ad esempio, monitoriamo una serie di operazioni, per cui se l’anziana accende il ferro da stiro, poi va ad accendere il fornello, mette l’acqua sul fuoco e, dimenticando di aver acceso il ferro da stiro, va a leggere il giornale… ecco, la casa domotica si rende conto di tutte queste cose ed elimina questi pericoli.
Ora, se l’impianto usualmente interviene tre-quattro volte al giorno per rimediare a qualche dimenticanza e poi, di punto in bianco, deve intervenire venti volte al giorno, vuol dire che è successo qualcosa all’utente, quindi la casa, a seconda di com’è programmata, può avvertire un parente o chi di dovere.
Adesso ci sono tutti questi apparecchi che l’anziano dovrebbe mettersi al collo e premere un pulsante quando succede qualcosa, ma in realtà non è detto che se casca per terra o sviene o si sente male sia in grado di premere quel pulsante. E quindi deve essere la casa che in qualche modo recepisce la cosa. Noi abbiamo fatto anche una sperimentazione sui rumori, cioè avevamo cominciato, poi sono mancati i fondi e non l’abbiamo portata a termine.
Anche i rumori infatti possono essere analizzati: se ci sono dei colpi di tosse, o se si sente un forte rumore può essere che l’abitante sia cascato per terra e magari non riesce ad alzarsi.
Una grossa azienda olandese di elettronica, che si occupa anche di domotica, ha creato ad Echinoppe degli appartamenti perfettamente vivibili che venivano concessi gratuitamente ai visitatori che volevano approfittarne per una settimana, quindici giorni.
Si tratta di appartamenti insonorizzati. Ora, quando si abita in un condominio, si sente magari il vicino che litiga con la moglie, con il figlio e così via e questo non è piacevole. D’altra parte, un appartamento completamente insonorizzato fa sentire l’inquilino isolato, solo, e ­neanche questo è piacevole. Allora lì cos’erano fatto? Hanno insonorizzato questi appartamenti, però, attraverso dei microfoni e degli altoparlanti, riproducono il suono degli altri appartamenti, senza però far riconoscere le voci delle persone, il tono, così si mantiene la sensazione di essere in mezzo a una comunità.
Parlavi anche di una maglietta...
Oggi esistono delle magliette con tutta una serie di sensori per registrare tutti quei parametri che si possono rilevare in modo non invasivo, tipo il battito cardiaco, l’umidità della pelle (le magliette che misurano la pressione, ad esempio, sono un po’ invasive, perché ogni tanto si gonfiano). Quella che avevamo comprato noi era piuttosto brutta, ma ora al Politecnico di Milano ne stanno producendo di molto belle. Si mettono tranquillamente in lavatrice e una volta indossate comunicano con i sensori della casa, che già monitorano quante volte uno è andato in bagno, o se tossisce, ecc. Chiaramente questi sono tutti dati che si tiene la casa, per così dire. Cioè la casa lo sa, ma non lo dice a nessuno.
Può essere un sistema molto utile per i pazienti che, per un certo periodo, devono essere tenuti sotto controllo. In questo modo possono stare in casa, senza alcun vincolo se non quello di indossare questa maglietta, che tra l’altro è uguale alle altre, non si nota la differenza. Tutto questo può essere di grande aiuto anche per una persona anziana che vuole continuare a vivere da sola, mantenendo la sua indipendenza, la sua autonomia.
Nonostante i costi ormai accessibili, la domotica non è decollata come avrebbe dovuto.
Purtroppo, in Italia la diffusione è limitata. Era stato previsto che intorno al 2010 la casa domotica avrebbe soppiantato quella tradizionale. In ­realtà le cose stanno andando molto più a rilento.
In effetti questa tecnologia ha avuto alcuni problemi. Uno è che i produttori ci vogliono fare il business sopra e quindi tendono a fare delle applicazioni proprietarie. Questo è un nodo cruciale perché comporta che se uno decide di farsi una casa domotica, deve anche decidere da quale produttore andare e questa non è una scelta da poco perché da quel momento dovrà comprare certi componenti e non altri in quanto i prodotti delle varie aziende non si parlano.
Ora la Comunità europea ha elaborato degli standard, ciononostante i grossi produttori cercano di imporre il loro, che non è compatibile con quello europeo.
Finché non ci sarà uno standard uguale per tutti, l’acquirente avrà il problema di dire: "Quale scelgo? A chi mi affido?”.
Quello dello standard è un problema grosso, non ancora completamente risolto.
Una seconda spiegazione è che questa tecnologia non è ancora pienamente conosciuta. Noi qui al Cnr di Pisa, abbiamo fatto ore e ore di formazione per elettricisti, geometri, architetti, ingegneri, però non riusciamo a coprire tutta la Toscana e tautomero l’arco nazionale.
È anche una questione di mentalità. A volte si sente dire: "Io vorrei la casa domotica”, "No, no, non lo faccia, ci sono quelle diavolerie elettroniche che poi nessuno sa come aggiustare”.
In fondo è esattamente quello che mi sentii dire io, quindici anni fa, quando comunicai al mio meccanico che volevo acquistare un certo modello di macchina: "No, quella non c’ha lo spinterogeno, ha tutte le diavolerie elettroniche, i freni sono fatti con una cosa che si chiama Absi che non si capisce come funziona… non prenda quelle macchine lì!”. Ecco, oggi non c’è scelta: non esistono più gli spinterogeni, l’ars è la regola, eccetera.
Allora anche nel campo delle automobili all’inizio c’è stata una grossa resistenza, poi però i costruttori hanno imposto questi requisiti e i meccanici si sono dovuti adeguare, per quanto magari poco volentieri.
Oggi, nella domotica, succede la stessa cosa con gli elettricisti e gli impiantisti che intanto sono costretti a parlare lo stesso linguaggio, perché la gestione dell’acqua va gestita in accordo con quella della corrente elettrica, del gas, ecc., ma soprattutto ci vuole un pochino di cultura globale. Non basta più la cultura specifica sul tal componente, sulla caldaia o sulla luce.
Insomma, è necessario che la cultura degli installatori e dei progettisti sia adeguata… Ora, architetti e ingegneri hanno dovuto fare corsi aggiuntivi per quanto riguarda la sicurezza. Poi ci sono i corsi sulla classe energetica. Nei prossimi anni, tutti gli edifici, prima i pubblici e poi i privati, dovranno avere la classificazione, che tra l’altro sarà uno dei parametri che deciderà il valore della casa. Se la casa perde calore da tutte le parti, costerà meno.
Attualmente, noi abbiamo partecipato a dei progetti su grosse barche. Parliamo di imbarcazioni di cinquanta, sessanta metri. In questo comparto la crisi è arrivata molto in ritardo, fino all’Anon scorso non si sentiva e comunque in questi cantieri stanno costruendo degli impianti molto sofisticati.
Il bello dell’impianto domotica è che si può creare piano. Lo sforzo iniziale è quello di creare le vie di comunicazione, nel senso che ci sono dei cavi che si devono far passare in tutta la casa. Se lo si fa al momento della costruzione di una casa, la spesa è molto limitata. Certo, se invece lo si fa quando la casa è già costruita, specialmente una casa antica dove non si possono toccare le pareti, diventa un pochino più complicato… Si potrebbero utilizzare anche le onde radio, però qualcuno ha paura che queste onde ci invadano. Comunque, ripeto, la predisposizione costa abbastanza poco.
I cavi non possono girare nelle normali canaline?
Sì, potrebbero entrare nelle canaline, purché ci sia posto. Ci sono anche delle tecnologie per utilizzare gli stessi cavi elettrici per far passare l’informazione che serve, si chiamano "onde convogliate”. Però sono sistemi meno sicuri e più complicati da utilizzare, quindi non hanno avuto grande successo, per ora.
In America c’è una catena di negozi di elettronica che si chiama RadioShack che negli anni Settanta, forse già alla fine degli anni Sessanta, aveva messo in vendita dei componenti che parlavano fra di loro proprio attraverso i fili della corrente elettrica, le "onde convogliate” di cui parlavo prima. Ebbero anche un certo successo, però erano affari che funzionavano un po’ così, la tecnologia era un po’ rozza.
Oggi ci sono dei sistemi che sono davvero molto sofisticati.
Nel laboratorio noi abbiamo realizzato un ambiente dimostrativo, un appartamento costituito da ingresso, salotto, camera da letto, cucina e bagno. Le applicazioni sono tutte molto semplici, perché non potevamo permetterci il lusso di fare cose troppo sofisticate, però si può vedere come appunto si gestiscono tra di loro: quando si entra in casa si stacca l’allarme, si apre la finestra, si alza la tapparella, si accende la musica che piace al proprietario…
Con la domotica ci sono anche tutta una serie di vantaggi legati al risparmio energetico.
È così, perché per quanto uno possa stare attento a spegnere le luci, ad abbassare il termosifone quando esce e rialzarlo quando rientra, è difficile riuscire a risparmiare quanto può fare un impianto automatico.
La casa automatizzata d’inverno cerca di incamerare il maggior calore possibile, utilizzando al massimo il sole; d’estate cerca invece di tappare il più possibile nelle ore diurne in modo da evitare che la casa si scaldi eccessivamente e inutilmente.
D’inverno, quando nessuno è in casa, la temperatura può essere lasciata scendere di tre, quattro gradi. Quando uno entra in casa sente che comunque la temperatura è più calda che fuori, quindi all’inizio possono bastare quindici gradi, dopodiché piano piano la temperatura si alza e arriva a regime.
Ecco, già con questi semplici accorgimenti si riesce a risparmiare moltissimo. All’Università di Vienna hanno fatto degli esperimenti con due aule identiche, una costruita secondo le tecniche più moderne, ma non domotica; l’altra dotata delle tecnologie domotiche. Dopo cinque anni hanno scoperto che per la luce avevano risparmiato il 50%, e così per il riscaldamento.
Oggi nelle case si possono poi allestire i pannelli solari o sistemi di risparmio energetico supplementari. La domotica, in questi casi, ottimizza le risorse presenti.
Adesso in Germania sono di moda le "passivhaus”, case che si riscaldano senza impiegare energia, nel senso che accumulano energia e calore quando c’è e poi lo trattengono. Sono case estremamente coibentate, fatte molto bene, non come si costruivano le case da noi fino a dieci anni fa, che erano veramente dispersive.
I punti che portano il caldo o il freddo da fuori si chiamano "ponti termici”. Ecco, le nostre abitazioni sono piene di ponti termici. Questo stesso edificio dove siamo ora è il massimo del ponte termico: abbiamo tutte le finestre di metallo, materiale che comunica da fuori a dentro, per cui quando fuori picchia il sole, dentro non ci si può neanche avvicinare alla finestra altrimenti ci si scotta. È una situazione tipica, dopodiché d’estate si rimedia con l’aria condizionata a tutto spiano, e d’inverno con il riscaldamento, con un dispendio di energia pazzesca.
Comunque, per concludere, la domotica si sposa bene con le case a risparmio energetico.
Ora, come dicevo, le case sono fatte come le lavatrici: sono classe A, B, C. Le case degli anni Sessanta sono classe G, la più bassa, appunto perché disperdono molto.
Dicevi che un altro passaggio cruciale sarà la diffusione della tecnologia Rfid.
Già oggi ci sono alcune automobili che hanno la serratura fatta con questa tecnologia, per cui uno si mette in tasca questa schedina e quando si avvicina all’automobile, questa si apre automaticamente.
La tecnologia Rfid in effetti porterà a una rivoluzione. Pensiamo solo ai supermercati: non saranno più necessarie le cassiere. Le etichette, infatti, anziché essere fatte coi codici a barre, che hanno bisogno di essere letti uno per uno, grazie all’Rfid, potranno memorizzare tutta una serie di dati, ad esempio, non solo il prezzo della bistecca, ma anche dove è stata allevata, quando è stata macellata, da dove proviene l’animale, la scadenza, ecc.
In sostanza, l’acquirente mette tutto nel carrello e quando allo scanner, automaticamente esce fuori il conto di quello che ha preso, senza bisogno di leggere articolo per articolo.
La cucina di cui parlavo all’inizio, che ha il frigorifero che deve sapere cosa c’è all’interno, è predisposta per questo tipo di etichette. Ora invece è assolutamente noioso perché ogni volta che si mette qualcosa in frigorifero bisogna far leggere il codice a barre. Con l’Rfid il frigo saprà immediatamente cosa c’è dentro. Questa sarà una grossa novità.
La storia di queste tecnologie è interessante. Prima nei negozi c’erano queste cassiere che conoscevano tutti i prezzi a memoria -questo me lo ricordo da ragazzino- successivamente sono arrivati i codici a barre perché i due più grossi supermercati del mondo, a un certo punto, dissero: "Noi non compreremo più niente se non c’è il codice a barre”. Nel giro di sei mesi, venne allestita la banca mondiale dei codici a barre, per cui ogni oggetto che esiste sul mercato ha il suo codice a barre, che è uguale per tutti i supermercati. Ecco, ora queste due catene di supermercati hanno detto: "Vogliamo gli Rfid”. Quindi forse ci sarà un’accelerazione.
Per chi ha un handicap la domotica è una straordinaria opportunità…
Noi abbiamo cominciato tanti anni fa. Negli anni Novanta ricordo che stavano costruendo delle case di edilizia popolare, a Cascina, un comune vicino a Pisa. Poiché molti destinatari di tali abitazioni erano anziani, l'idea era che almeno alcune delle case, in base ai fondi, fossero domotiche. Così, facemmo una riunione con le famiglie che avevano fatto domanda.
Ci colpì molto la storia di una coppia di anziani. La moglie stava diventando cieca, il marito allora aveva cominciato a cucinare, però con risultati pessimi perché non si rendeva conto delle quantità, ad esempio, del sale. D’altra parte, le spiegazioni della moglie erano del tipo: "Ma mettine il giusto”. Insomma, una situazione problematica. La coppia, a un certo punto, chiamò i figli dicendo: "Stasera c’è un freddo che non si resiste”. Allora il figlio cominciò a indagare: "Vai a vedere se è accesa quella spia della caldaia, vai a vedere com’è messo quell’interruttore”, alla fine desistendo: "Vabbé, vengo io”. Sicché si fece quaranta chilometri e andò dai genitori, per scoprire che avevano tutte le finestre aperte nell’altra stanza. I due anziani non se n’erano accorti.
Ecco, con la tecnologia di allora si fece un’applicazione che col telefonino permetteva al figlio di controllare le finestre, le luci e un po’ di cose della casa, in modo che non dovesse ogni volta farsi quaranta chilometri ad andare e quaranta a tornare.
Nel frattempo le cose sono andate avanti e quell’applicazione non serve più, però all’epoca fu un bello studio, i telefonini erano ancora agli inizi, per cui erano applicativi quasi avveniristici. Si parla di tanti anni fa. Oggi sono procedure normali, non c’è bisogno di fare nessuna ricerca.
A chi ha un handicap la domotica, in alcuni casi, ha cambiato veramente la vita.
Ricordo questo ragazzo, che era un po’ più giovane di me, che aveva partecipato alle olimpiadi di Mosca; era uno schermidore, un tipo molto atletico, poi andò a Marina di Pisa e fece un tuffo…
Si ruppe una vertebra molto alta, quindi non muoveva né braccia, né gambe, né niente. Gli mettemmo a punto un apparecchietto che riconosceva la voce, era uno dei primi, così stando a letto o in carrozzina, dando i comandi a voce, riusciva ad accendere e spegnere la televisione, a cambiare i canali, ad accendere le luci, insomma, a fare tutta una serie di cose. Gli avevano poi dato un computer e lui, con un cerchietto in testa e un bastoncino, ci batteva dei testi. Devo dire che, a volte, io avevo un po’ il timore di fargli fare troppo lavoro, perché lui, per ogni tasto, doveva muovere la testa, ma chi lo conosceva mi rassicurava: "No, ma lui lo fa volentieri, si diverte, passa il tempo”.
È morto qualche anno fa.
Non so se ha sentito la storia di Luca Coscioni. Ecco, lui utilizzava un sistema domotico. Aveva una casa abbastanza automatizzata e poi utilizzava un sistema particolare: sotto il computer c’era una fonte di raggi infrarossi, come potrebbe essere il telecomando della televisione, una lampadina sempre accesa.
Provo a spiegare: quando si fa una fotografia con un flash, gli occhi vengono rossi, perché l’occhio si illumina. La stessa cosa succede con i raggi infrarossi, solo che noi non li vediamo. Ma una telecamera li può vedere e quindi si può capire da che parte sta guardando la persona che è seduta di fronte. Grazie a questo sistema Coscioni guardava una tastiera disegnata sul monitor e quando si fermava su una lettera quella veniva battuta automaticamente. Allo stesso modo riusciva a comandare anche tutte le apparecchiature della casa.
Noi abbiamo fatto una sperimentazione con un cappellino che controlla le onde cerebrali, cioè la corrente che passa nella testa. L’idea è di far muovere il cursore attraverso le onde cerebrali. In pratica con il pensiero si riuscirà a muovere le cose, a gestire la casa solamente con la forza del pensiero. Purtroppo mancano i fondi, per cui per ora siamo fermi.
Con una casa domotica anche tutto l’aspetto della manutenzione e della riparazione cambia...
Di nuovo, è un po’ come con le automobili. Oggi, con l’elettronica, la macchina o va o non va (ma di solito va).
Ecco, nella casa domotica ci sono alcuni sistemi che sono fatti "a prova di utente furbo”. Ci sono cioè dei sistemi domotici che si possono montare senza essere degli esperti. Ad esempio, se si vuole inserire un termostato in una stanza della casa che tende a essere più fredda delle altre, in modo che la caldaia tenga conto anche di quel locale, basta dedicarci un paio d’ore di studio per capire come funziona e si fa. Ovviamente i sistemi che l’utente può montare da solo sono quelli più semplici. Se uno invece ha bisogno di grosse sofisticazioni, si deve rivolgere ad un installatore.
Anche nel caso delle riparazioni il discorso è diverso. Non è più come l’elettricista di una volta che arrivava e diceva: "Ah, s’è rotto quello, vado a prendere i pezzi e te li monto”. Intanto il tecnico può vederlo da casa se c’è qualcosa di guasto e, al limite, può intervenire senza venire.
Gli installatori, generalmente, hanno dei permessi limitati perché sennò potrebbero entrare nelle case delle persone. Il padrone di casa, in qualche modo, deve dare l’accesso al tecnico per farlo operare da remoto e, una volta riparato il guasto, revocarlo. Questo garantisce la sicurezza.
Abbiamo parlato dei benefici. Ci sono controindicazioni?
La controindicazione è che, in effetti, ci si impigrisce… Io una volta conoscevo a memoria tutti i numeri di telefono dei miei amici. Ora, da quando ci sono telefonini e telefoni che si ricordano i numeri, non me ne ricordo più neanche uno. Se perdo la rubrica del telefono, non conosco un numero, ricordo a stento quello di casa mia, perché ogni tanto qualcuno me lo chiede. Quindi, le controindicazioni sono queste: che la troppa facilità forse impigrisce la persona: uno si disabituerà a controllare prima di uscire se le finestre sono chiuse, se il gas è chiuso, se le luci sono tutte spente. Anche la memoria si utilizzerà sempre meno. Qualcuno dice che così la si utilizza per cose più interessanti. Non lo so.
D’altra parte, affidarsi alla tecnologia, diventerà inevitabile. Lo vediamo con le automobili: ormai sono tutte fatte così, c’hanno mille spie, mille avvertimenti: "Ti sei messo la cintura di sicurezza?”...
Comunque, la domotica, secondo me, cambierà anche il modo di vivere delle persone. Sarà un po’ come quando arrivò la corrente elettrica e la gente non doveva più procurarsi le candele, ecc. Noi prima abitavamo nelle caverne, poi nelle palafitte, alle case di cemento ci siamo arrivati prima di Cristo; all’epoca del Colosseo o del Partenone si facevano già delle bellissime opere. Fino all’Ottocento la tecnologia è stata quella, non è cambiata. Poi nell’Ottocento è arrivata la corrente elettrica e il cemento armato ed è cambiato tutto. Negli anni Sessanta, con l’arrivo degli elettrodomestici, c’è stata un’altra rivoluzione. Ecco, il prossimo passo è la domotica. Ormai gli elettrodomestici ce li abbiamo; a parte alcuni sensori nuovi, da sperimentare, la gran parte di quelli che servono per la domotica sono già disponibili a livello industriale. Sull’informatica, in effetti, dobbiamo ancora lavorarci, soprattutto su quello che l’utente si aspetta da noi. È un po’ come con le lavatrici: i produttori hanno capito che dovevano avere un certo aspetto sennò non si vendevano; così dobbiamo fare con la domotica, non far vedere che c’è questa innovazione e però inserirla.
C’è un installatore di Siena, conosciuto per caso, che mi ha detto: "Io, quando devo fare un impianto elettrico, senza dir niente a nessuno, lo faccio domotico”. Qual è il vantaggio? Che di lì a poco gli può proporre: "Vuoi per caso un impianto di allarme? Te lo monto io per pochi soldi”. E così gli aggiunge la funzionalità di impianto di allarme. Poi dice: "Vuoi un controllo delle temperature più sofisticato? Te lo posso aggiungere spendendo poco”. E così, un po’ alla volta, gli fa venire la voglia, al cliente…
Ovviamente il primo intervento lo fa a suo rischio perché chiaramente a fare l’impianto domotico guadagna di meno che non a fare l’impianto tradizionale, però probabilmente anche questo è un sistema per far partire la domotica come di deve. Forse la ricetta è proprio partire dalle singole cose e poi aggiungere, aggiungere, fino a che uno si ritrova con una casa completamente domotica.
(a cura di Gianni Saporetti)