Pubblichiamo l’intervento di Nadia Urbinati al nostro convegno “Le due libertà”, svoltosi a Forlì il 10 e 11 gennaio 2002. Nel numero scorso avevamo pubblicato l’intervento di Pino Ferraris.

1. Il termine ‘liberalsocialismo’ è stato coniato da Guido Calogero e Aldo Capitini nel 1940. L’Italia era appena entrata in guerra. Il fascismo godeva di un largo consenso nazionale e, dopo l’epilogo tragico della Guerra di Spagna, di una forte egemonia in Europa. Pensare in termini di ‘dopo-fascismo’ nel 1940 sembrava quanto meno utopistico. Il Manifesto del liberalsocialismo fu un atto di sfida al realismo e una scommessa nella forza della ragione. E fu una scelta realistica perché lungimirante. Il Manifesto fu l’atto costitutivo di un movimento intellettuale e politico e la piattaforma ideologica del Partito d’Azione, che si costituí nel 1942 e riunì i più prestigiosi intellettuali laici anti-fascisti appartenenti a due generazioni: quella che si era formata nel corso della Prima guerra mondiale e negli anni della crisi dello stato liberale, quando cominciò l’ascesa del fascismo; e quella che si era formata nell’Italia fascista e aveva maturato la propria cultura politica e morale nel corso della lotta clandestina contro il regime fascista all’interno o a fianco del movimento “Giustizia e Libertà”, fondato da Carlo Rosselli a Parigi nel 1930.
Molti degli intellettuali liberalsocialisti furono eletti all’Assemblea Costituente che cominciò i suoi lavori dopo il referendum del 1946 (con il quale gli italiani scelsero di darsi una forma repubblicana di governo), e che completò la stesura della Costituzione della Repubblica Italiana alla fine del 1947. Il Manifesto, dunque, fu più che il programma costitutivo di un partito politico; esso fu anche un documento politico consapevolmente orientato a indicare i principi fondativi di una democrazia costituzionale. In questo senso, la sua ragion d’essere trascendeva effettivamente il fascismo. Come nel caso di “Giustizia e Libertà”, anche nel caso del Partito d’Azione l’opposizione al fascismo era motivata da un intento costruttivo o positivo, non semplicemente di opposizione o negativo. Il loro antifascismo era la conclusione coerente di una concezione della politica che era normativamente democratica, un esempio unico nella storia italiana e, come le sorti del Partito d’Azione hanno dimostrato, minoritario nell’Italia del dopoguerra.
Il liberalsocialismo fu il grande sconfitto nella nuova Italia democratica. Le prime elezioni libere a suffragio universale decretarono la scomparsa del Partito d’Azione i cui aderenti presero strade politiche diverse; alcuni entrando a far parte di altri partiti laici e progressisti, altri proseguendo la loro attività intellettuale come studiosi e accademici. Il paradosso delle idee liberalsocialiste fu di essere anacronistiche tanto rispetto alla cultura nazionale italiana, più disposta a riconoscersi in identità comunitarie e di ‘fede’ (cattoliche o comuniste che fossero) che liberali, quanto rispetto all’ordine internazionale che si impose alla fine del secondo conflitto mondiale. Il fallimento del progetto del Partito d’Azione -ovvero l’alleanza delle forze socialiste e democratiche con quelle liberali- facilitò l’egemonia democristiana e il duopolio della politica nazionale tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista; un ordine politico che si dimostrò ben presto funzionale all’egemonia democristiana stessa e alla Guerra Fredda.
La logica manichea dell’ordine internazionale e italiano del dopoguerra ha interrotto la ricerca teorica e politica di una convergenza tra ideali socialisti e ideali liberali e democratici che era iniziata nella seconda metà del diciannnovesimo secolo con la conseguenza di determinare un irrigidimento ideologico che è stato deleterio per entrambe le tradizioni perché ha contribuito a dissociare l’idea di giustizia sociale da quella di libertà individuale, orientando la prima verso lo statalismo e la seconda verso una concezione minima o negativa della libertà. L’incapacità della sinistra italiana del dopo Guerra Fredda di darsi un’identità teorica autonoma dal marxismo e, dall’altro lato, l’identificazione del “vero” liberalismo con lo stato minimo e il libero mercato che la destra è riuscita a sedimentare nella recente cultura politica, sono in qualche modo due conseguenze tra loro speculari della sconfitta della strategia liberalsocialista negli anni della costituzione dell’Italia democratica.
2. ...[continua]

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