Carla Melazzini, insegnante, è impegnata in Chance, un progetto che ha lo scopo di portare alla licenza media i ragazzi “evasi” da scuola.

Premessa
Avendo sempre insegnato nei bienni di istituti professionali e tecnici di periferia, ho registrato, dal punto di vista delle abilità di base, situazioni più o meno omogenee tra gli alunni delle prime classi: in una classe di 28 alunni, almeno due si debbono considerare semianalfabeti; due-tre hanno un livello accettabile, tutti gli altri, circa i tre quarti, stazionano in un limbo di frasi stentate e di pensieri sparsi. Risultato: le prime di 28 diventano seconde di 15, e quinte di 9-10, che si diplomano col minimo, salvo i soliti due che sono la eccezione necessaria per confermare la regola.
Sulle ragioni di tanto sfacelo non mi pronuncio. Mi interessa invece rilevare che, da un punto di vista puramente percentuale, la situazione dei ragazzi Chance paradossalmente è più rosea: allora, ci si chiede, perché stanno a Chance? Perché il traguardo della licenza media è stato tanto irraggiungibile per loro?
Tralasciamo il contesto familiare e sociale. Nonostante questo, parecchi dei nostri ragazzi hanno completato la scuola elementare senza troppi problemi: il disastro è accaduto alla scuola media. Il motivo? Nei colloqui di accoglienza i ragazzi non hanno dubbi: è stata la bocciatura in prima media, che si è tirata dietro come inevitabile una seconda bocciatura.
Allora i giochi sono fatti: non è possibile, a 13-14 anni, stare nella stessa classe con dei bambini.

Nelle società che chiamiamo primitive le più importanti tappe della vita erano sottolineate da riti. La trasformazione più sconvolgente, cioè il raggiungimento della maturità sessuale da parte del bambino o della bambina, veniva elaborata attraverso dure prove che simulavano la morte dell’io infantile e la nascita del nuovo io adulto, simboleggiata dal cambio del nome.
Ora che siamo civilizzati, e perciò ci siamo dimenticati che il corpo e le emozioni non hanno seguito lo stesso ritmo di sviluppo del cervello e della mano, gli unici rituali che accompagnano le tappe dell’evoluzione bio-psichica del cucciolo dell’uomo sono i passaggi dei cicli scolastici: ben misera cosa, ma meglio che niente.
L’ingresso alla scuola media apre nella vita del ragazzo una fase drammatica: trasformazione di un corpo che non si riconosce più, lutto per l’infanzia perduta, necessità di staccarsi dai genitori per costruire la propria autonomia, bisogno vitale di un nuovo punto d’appoggio, e di trovarlo là dove solo può essere, nel gruppo dei pari.
Nell’ottica di questa vita sotterranea di emozioni, relazioni e sconfitte la bocciatura in prima media, e a maggior ragione la seconda bocciatura, acquista un significato dirompente: non è solo lo scacco sul tavolo delle prestazioni intellettive ma, ben più grave, uno scacco esistenziale, l’essere ricacciati nell’infanzia, perdere i propri punti d’appoggio, essere costretti a riferirsi ad un gruppo che non è più di pari. E’, come dicono i nostri ragazzi, stare in classe “che creature”.
Si capisce quindi anche la forza della proposta Chance: prepararsi alla licenza media significa non solo il riscatto dai ripetuti fallimenti, ma una sorta di riequilibrio bio-psichico, la ricostituzione di un vero gruppo dei pari, che possono reggere anche quei ragazzi -e non sono pochi- che sono fuggiti dalla scuola sopratutto perché incapaci di sostenere le tensioni e i conflitti interni al gruppo dei coetanei.
Anche una scuola che non fosse, come quella esistente, tesa prevalentemente a richiedere e valutare prestazioni, troverebbe difficile fornire motivazioni intrinseche allo studio a preadolescenti immersi in un guado così difficile. Ma la scuola esistente invece è concentrata sulla richiesta e sulla valutazione di prestazioni; nel migliore dei casi si proietta in avanti, cercando di adeguarsi ai ritmi sempre più vertiginosi del cervello e della mano, ignorando il substrato profondo e antico dei corpi e delle emozioni. Eppure i ragazzi riescono a coniugare tecnologie avanzate e bisogni arcaici: non altrimenti si spiega la loro frenesia per il telefonino, che a prima vista appare come una vera e propria iattura. Ma se si osserva più attentamente il modo in cui viene usato dai ragazzi, appare la sua natura di oggetto magico, che mantiene il cordone ombelicale con la madre e contemporaneamente consente di interromperlo e riattivarlo su comando; che permette una comunicazione inin ...[continua]

Esegui il login per visualizzare il testo completo.

Se sei un abbonato online, clicca qui accedere, oppure vai alla pagina Abbonamenti per acquistare l'abbonamento online.
Gli abbonati alla rivista hanno diritto all'abbonamento online gratuito!