Alessandra Foscati attualmente è ricercatrice presso l’Università di Leuven. Tra i suoi ambiti di approfondimento: lo studio dei testi agiografici come fonti per la storia della malattia, della medicina e dei guaritori nel tardo Medioevo; il corpo e le malattie delle donne; la storia del parto.

In questi ultimi anni, nell’ambito dei tuoi studi, ti sei occupata di ricostruire la scena del parto nel Medioevo, puoi raccontare?
Si tratta di un’operazione per nulla semplice, specialmente per il periodo medievale, perché non abbiamo testimonianze, salvo un paio, in particolare una del tardo Medioevo che viene dalla Spagna. Però possiamo affidarci a una serie di testi medici, giuridici e agiografici; questi ultimi sono importantissimi. Nei racconti dei miracoli legati al parto troviamo infatti una descrizione di quello che avveniva, di come si muovevano le ostetriche e in generale le donne. Mettendo assieme tutte queste fonti, comprese quelle mediche (che però tendono a essere un po’ ripetitive e in più sono scritte da uomini), riusciamo bene o male a ricostruire la scena del parto. Questo in riferimento in particolare al periodo medievale e alla prima Età moderna. Per epoche più vicine a noi è tutto più semplice: nel primo Seicento, per esempio, c’è un’ostetrica, Louise Bourgeois, che ha scritto un bellissimo trattato di ostetricia e ha raccontato la scena del parto. Ma il Medioevo è davvero un periodo non facile.
Era comunque una scena popolata da donne...
La scena del parto è affollata di donne: non solo quelle di casa, per così dire, ma anche le vicine, le conoscenti... La malattia, in quel periodo, ha un aspetto corale: non si viveva in modo individuale, c’era sempre la partecipazione dei vicini, dei parenti, che seguivano, che dicevano la loro, anche sulla diagnosi.
Gli uomini tendenzialmente stavano fuori, magari partecipavano con le preghiere, chiedendo la grazia al santo; a volte il sacerdote era presente per confessare la partoriente. Erano infatti molto frequenti le morti a causa del parto. A volte il religioso veniva chiamato anche per recitare dei carmina. Occorre ricordare che a quell’epoca superstizione, magia e religione non di rado si sommavano o confluivano l’una nelle altre.
Nei carmina si faceva spesso riferimento al parto della Vergine perché era l’unica ad aver partorito senza dolore: la si invocava con una serie di parole da recitare accanto alla partoriente; altre sante di cui si chiedeva l’aiuto erano Sant’Anna, che aveva partorito in tarda età, e Santa Elisabetta, che pareva essere sterile; tutte e tre avevano avuto dei parti felici. Teniamo presente che si trattava di riti ritenuti “efficaci” e non di atti di superstizione. Tant’è che alcuni di questi carmina entrano anche nei testi medici.
L’altra nota interessante è che ci si riferiva spesso al bambino quasi fosse un’entità, un demone...
Certe formule ricordano gli atti di esorcismo...
In effetti è così: si chiedeva a questo bambino di venire fuori, di uscire -la formula era “veni foras”- e di non uccidere la madre. All’epoca non si sapeva che l’utero aveva la sua peristalsi, si pensava che fosse il bimbo che a un certo punto rompeva le acque e usciva. Per questo lo si pregava di fare presto, si usava proprio l’espressione: “Vieni fuori”, la stessa che Cristo aveva adoperato rivolgendosi a  Lazzaro, colui che era resuscitato dai morti. Si può dire che si ordinasse al bambino di uscire come se questi rappresentasse un’entità estranea alla stregua di uno spirito maligno o meglio di una malattia da cui ci si dovesse “liberare”.
Non di rado si chiamava il neonato proprio Lazzaro. Quindi l’utero era assimilato a una tomba; in effetti nascita e morte sono fenomeni antropologicamente vicini: il bambino esce con la testa, il morto doveva uscire con i piedi dall’uscio; la vagina viene chiamata “l’uscio dell’utero”; ci sono proprio delle connessioni fortissime che ritroviamo nei carmina.
Si pregava anche Santa Margherita, la vergine di Antiochia, inghiottita dal demonio che le era apparso sotto forma di un dragone. Lei si era salvata squarciandogli il ventre, da cui era uscita illesa. Per questo motivo veniva invocata per ottenere un parto facile.
Attorno al XIII secolo, sbocciano molte versioni della vita della santa in cui si racconta che lei si rivolge a Dio e dice che si farà tramite dell’aiuto divino per tutta una serie di calamità naturali, tra cui quella del parto. Allora chiunque si appellerà a lei, avrà la grazia e il bimbo nascerà sano.
Troviamo a volte anche degli oggetti, la calamita, il corallo; alcuni di questi sono arrivati fino a un passato recente; pensa che si riteneva avessero una funzione talmente potente che alcuni si preoccupavano di non metterli troppo vicini alla partoriente perché altrimenti si rischiava che uscissero anche le viscere della madre.
Si usavano anche delle immagini, ad esempio l’Agnus Dei. Gli oggetti sono tantissimi; li troviamo citati nei testi medici, nei libri di preghiera, nei ricettari, in tutta una serie di manoscritti e di fonti di svariata tipologia. È una parte di antropologia culturale che io trovo affascinantissima e che credo non possa essere liquidata come semplici credenze di superstizione o magia.
Chi erano allora le ostetriche?
Occorre ovviamente distinguere l’ostetrica dalle donne esperte di famiglia. In età moderna poi inizieranno a esserci delle vere scuole, ma parliamo del Seicento. Comunque già in epoca medievale erano persone che imparavano il mestiere e che godevano di una notevole considerazione. La loro expertise veniva spesso richiesta nei tribunali. L’uomo non poteva toccare la donna nelle parti intime, quindi la figura dell’ostetrica è presente nelle aule, perché era suo compito verificare per esempio se una donna aveva subìto violenza, se era incinta o meno. Le troviamo anche nei processi di canonizzazione per la loro specifica competenza. Diciamo che erano loro che si occupavano della scena del parto a tutto tondo.
In seguito, per i parti difficili, incomincia a entrare in causa il chirurgo-barbiere e l’ostetrica viene un po’ messa in disparte, almeno nelle grandi città; diverso il caso delle campagne. L’ostetrica poteva anche impartire il battesimo d’urgenza, essendo questo uno dei pochi sacramenti che può essere amministrato pure da un laico.  Quando si temeva una morte prematura, bisognava immediatamente salvargli l’anima. E quindi l’ostetrica doveva essere lì.
Ora, siccome il battesimo si basa tutto sulle parole, che dovevano essere corrette, nel caso in cui il bimbo sopravvivesse e ci fosse il dubbio che l’ostetrica non avesse espletato il rituale nella maniera adeguata, il sacerdote ripeteva il battesimo ma sub-conditionem: “Io ti impartisco il sacramento se tu non l’hai già avuto...”. Perché non si può essere battezzati due volte...
Insomma, l’ostetrica, per tutte queste ragioni, era una figura fondamentale.
La storiografia, specie in passato, a volte ha dato troppa enfasi alla possibilità che questa figura potesse essere un po’ scambiata per una strega. In questi ultimi anni quest’ipotesi è stata ridimensionata e associata a un periodo successivo.
A fine Quattrocento, due sacerdoti tedeschi scrivono un trattato intitolato Malleus Maleficarum, dove raccontano le malefatte delle streghe. Fino a quel momento si pensava che tali dicerie fossero fantasie di donnicciole, ma con quest’opera assistiamo veramente a una cesura. Ecco, i due studiosi rivolgono grande attenzione alle ostetriche perché avevano a disposizione una materia prima importantissima, i neonati, molto ricercati dalle streghe, che li uccidevano e usavano il loro grasso per ungersi quando partecipavano ai sabbath. Adriano Prosperi ha condotto studi importanti su questi racconti. Possiamo dire che sicuramente nel Medioevo l’ostetrica era più libera: in età moderna dovrà porre molta più attenzione, perché i suoi gesti potranno essere fraintesi.
La figura del chirurgo, come dicevo, appare solo attorno al XV, XVI secolo. Prima di allora, fanno tutto le donne, le ostetriche. Esistono anche dei manuali che definiscono i compiti e le procedure, con indicazioni per i parti difficili, quando per esempio il bimbo è girato male, come inserire la mano, cosa fare... La tragedia era rappresentata dai parti gemellari, dove almeno uno dei bimbi moriva sempre e spesso entrambi.
E i mariti?
I mariti stavano fuori... sperando che nascesse un maschio! La partecipazione dei mariti è molto più tardiva. Come dicevo prima, pregavano, affidavano la moglie al santo. Poi in Età moderna, da un certo momento in poi, il sovrano comincia a partecipare al parto dei discendenti, ma quelli sono parti un po’ particolari perché sono presenti pure tutti i cortigiani. In quella situazione c’era anche il dubbio che il bambino potesse essere sostituito. C’è una bellissima testimonianza di Isabel de la Cavallería, che risale alla fine del Quattrocento: lei è una vedova che vive in Spagna; ha sposato un uomo molto ricco, signore di un casato; ebbene, quando partorisce, è presente anche un notaio, suppongo che stia un po’ defilato, fuori dalla calca, però prima che inizino le doglie, lui perquisisce la donna e anche l’ostetrica per vedere che non abbia portato con sé un bambino. Questo perché si verificavano anche queste situazioni di parti surrettizi, in cui la donna fingeva di essere incinta, o in cui il bimbo nasceva morto e veniva sostituito con un altro sano, o la femmina sostituita con un maschio.
Da un certo punto di vista possiamo dire che per le donne era quasi peggio appartenere a casati importanti che non essere popolane. Per dire, il cesareo su donna viva viene preconizzato alla fine del Cinquecento, da François Rousset, e non so quanti di questi parti in realtà siano andati a buon fine, direi pochi… però anche chi era contrario diceva: nel caso in cui si abbia a che fare con una donna di un casato importante forse...
Il famoso ostetrico François Mauriceau, che scrive alla fine del Seicento, afferma: “Io non sono d’accordo, è meglio salvare la madre, che potrà partorire altri figli, però nel caso di un casato importante si può anche pensare di tentare il cesareo...”, insomma queste donne nobili, principesse, erano molto stressate.
Nell’Età moderna abbiamo delle lettere di queste donne che scrivono di sperare di essere incinte e che il figlio sia maschio, perché portare avanti la stirpe era davvero una grande e grave preoccupazione.
Il cesareo nasce comunque come intervento post-mortem sulla madre. Per salvare l’anima del bambino?
Come dicevo, il parto cesareo su donna viva, per salvare entrambi i soggetti del parto, la donna e il bambino, viene preconizzato in ambito medico solo alla fine del Sedicesimo secolo, nel breve trattato in lingua francese del medico e chirurgo François Rousset.
Fino a quel momento, l’unica incisione al ventre nota e praticata durante il Medioevo si riferiva alla donna già morta di parto, unicamente ai fini dell’estrazione del feto, nel tentativo di garantire la salvezza della sua anima o anche (e forse in maniera prioritaria) per motivi inerenti al diritto ereditario che prevedeva il passaggio dei beni dalla madre al figlio (se estratto vivo) e quindi al padre.
Di questa pratica si parla già nella giurisdizione romana. Lo troviamo citato anche nel Digesto di Giustiniano, nel Corpus Iuris civilis ma probabilmente non venne mai praticato in periodo romano perché
non abbiamo testimonianze.
Il fatto è che se il bambino rimaneva in vita anche per pochi attimi c’era il trasferimento dell’eredità. In qualche modo “rompeva il testamento”. Insomma, entrava nella catena successoria. Per cui se la madre moriva e si pensava che il bambino potesse vivere anche solo per un momento, si doveva procedere con la pratica del cesareo. Questo diceva la giurisdizione romana, ma probabilmente, ripeto, non venne mai applicata.
Il tema viene ripreso nel periodo medievale dai giuristi che si ispirano al diritto romano e in questa epoca viene praticato soprattutto per la trasmissione dei beni della madre. Se la donna moriva (stiamo parlando sempre di donne ricche) i beni tornavano alla famiglia d’origine. Se invece il bambino sopravviveva, passavano al padre. In questi casi si creavano anche dei contenziosi tra i parenti della madre e del padre. Il problema era quello di riconoscere i segnali di vita: “Sì, si è mosso!”, “No, non si è mosso!”.
Nell’ambito della religione cristiana c’era anche un altro aspetto. All’inizio pare ci fosse un vero tabù relativo alla donna incinta: molti teologi dicevano che la donna che muore di parto non poteva essere portata in chiesa per le esequie perché aveva dentro di sé un bambino non battezzato, quindi un bambino non cristiano. Allora bisognava aprirla e seppellire il bambino in terra non consacrata. Solo successivamente la donna poteva essere sepolta. Poi, fortunatamente, questo aspetto si perde e rimane solamente  il problema dell’anima del bambino. Abbiamo tutta una serie di norme nei sinodi che dicono che la donna può essere comunque portata in chiesa e sepolta, però deve essere aperta per salvare l’anima al bambino.
Quand’è che il cesareo diventa una modalità di parto?
Per avere notizie del primo cesareo che sia andato veramente a buon fine, o almeno di cui abbiamo testimonianza, siamo già a fine Ottocento. Ottavia Niccoli dice che secondo lei, anche se non abbiamo testimonianze, molte donne sono state sottoposte a cesareo da parte di certi praticanti tipo i norcini, che erano questi castratori di maiali. C’è il racconto di un marito, riportato da un medico della fine del Cinquecento, che spiega di avere praticato con successo il cesareo su sua moglie e di averlo eseguito con la stessa procedura con cui lo faceva sui maiali. Sempre François Mauriceau a fine Seicento si dichiara assolutamente contrario a queste pratiche perché così -denuncia- vengono uccise tantissime donne.
Ma il dolore come veniva trattato?
Ah, il dolore... Nel Medioevo il dolore della donna incinta diventa una specie di riferimento: se ne appropriano gli stessi uomini. In alcuni testi agiografici (ovviamente scritti da uomini) questi religiosi, riferendosi magari a un altro uomo sofferente, affermano che pativa talmente tanto... come una partoriente! Mi verrebbe da dire: ma loro che ne sanno?
Però l’idea di questo dolore, tanto forte e intenso, diventa una sorta di archetipo. Così come il fatto di urlare. Ad esempio Michele Savonarola, un medico importantissimo che ha scritto il primo trattato in volgare italiano, diceva: “Sì, donna, urla, dai sfogo al tuo dolore, che va benissimo”. Ed è buffissimo, perché continuava: “Magari fallo anche di più, fingi, così poi ti daranno dei cibi buonissimi, sarai coccolata…”.
La donna soffriva molto, questo è certo. D’altra parte lei era una figlia di Eva, quindi doveva scontare il famoso peccato.
Va tuttavia riconosciuto che in Età moderna, al di là di una sorta di misoginia, certamente presente, emerge una specie di comprensione. Ad esempio, sempre Savonarola, rivolgendosi alla donna diceva: “Sì, tu hai peccato, ma così ha fatto anche l’uomo, allora mi chiederai: perché devo soffrire solo io?”. E poi proseguiva affermando di non conoscere la risposta e che in effetti non era giusto. Sembra quasi essere dalla parte delle donne. Mentre invece, più tardivamente, Scipione Mercurio, anch’egli autore di un trattato in volgare alla fine del Cinquecento, afferma: “Sì, la donna patisce, perché lei è figlia di Eva”. Insomma, è molto meno comprensivo. Nonostante l’immaginario prevalente, va detto che nel Medioevo la donna in qualche modo godeva di maggiore considerazione di quanto poi non avvenga nel periodo più tardivo. Per esempio, anche nei miracoli di guarigione, molto spesso il bambino moriva, però veniva salvata la madre. Tommaso d’Aquino, quando parla del cesareo (su madre morta), raccomanda di accertarsi per bene che la madre non sia più viva!
Le cose cambiano nei secoli successivi.
Nel 1700 Emanuele Cangiamila scrive un trattato intitolato “Embriologia sacra” che avrà molto successo, dove a un certo punto racconta che in fase di parto cesareo era capitato di scoprire “dal digrignar che fece dei denti”, che una donna (apparentemente) morta di parto, era in realtà ancora viva. Lui però aggiunge: non preoccupatevi, perché chiunque abbia eseguito l’intervento non ha peccato, perché ha salvato l’anima del bambino! In fin dei conti, la madre era un’anima già salva, perché battezzata. Ecco, considerazioni analoghe non le troviamo nel Medioevo dove, al contrario, la principale raccomandazione è assicurarsi che la madre sia davvero morta. Pur ritenendo importantissimo salvare l’anima del bambino, la madre non poteva essere sacrificata...
Nel Medioevo le ostetriche si occupavano anche del bimbo appena nato...
Se ne occupavano un po’ tutte le donne insieme, però le ostetriche avevano una serie di tecniche anche di rianimazione: soffiavano, insufflavano aria nella bocca... anche nelle orecchie!
Questi gesti li ho ritrovati nei processi di canonizzazione e successivamente in trattati di puericultura di Età moderna, quindi parliamo di pratiche tramandate oralmente. Nel periodo medievale infatti non esistevano trattati di puericultura, si parla un po’ del bambino nei testi di medicina generale, si dice che veniva messo del sale nella cute, del miele per rinforzare la pelle, veniva modellato un po’ il viso... di questo si facevano carico non solo le ostetriche, ma in generale le donne presenti sulla scena. Di questo abbiamo delle bellissime immagini. Per esempio la rappresentazione dei parti di Sant’Anna e Santa Elisabetta di fatto ci raffigurano la quotidianità, cioè cosa accadeva nella camera della puerpera all’epoca. Qui l’iconografia ci racconta davvero tanto: il momento del parto in sé e per sé viene censurato, è comprensibile, però ci sono queste scene bellissime del bambino che viene lavato...
Di aborto si parla?
Certamente. In qualche caso ci sono dei ricettari, soprattutto medievali, che riportano delle formule per abortire. Devo dire che questo tema io l’ho sempre lasciato un po’ in disparte perché bisogna occuparsene strettamente, c’è dietro tutto un discorso teologico e medico. Comunque, nonostante fosse rifiutato dai teologi, nel Medioevo troviamo in alcuni testi anche delle formule abortive. Queste venivano spesso trascritte dai ricettari, ma i ricettari a loro volta erano ricopiati negli scriptoria dei monasteri, quindi dai monaci!
In Età moderna l’ostetrica, così come la guaritrice, venne presa di mira anche per questo, perché si diceva potessero fare abortire le donne. Nel Medioevo però non c’è questa ossessione, anche se, ripeto, è un tema di cui non mi sono occupata, se non marginalmente.
Dicevi che i libri sui miracoli sono fonti importantissime...
Esistono delle edizioni critiche; molti sono stati trascritti dai padri bollandisti. I padri bollandisti esistono ancora, vivono a Bruxelles, sono persone molto erudite che hanno preso questi manoscritti e hanno trascritto le vite e i miracoli dei santi, sulla base del calendario liturgico. Questi Acta Santorum costituiscono moltissimi volumi e alcuni si trovano anche online. Io comunque, quando posso, faccio riferimento direttamente ai manoscritti. Fortunatamente oggi molte fonti sono online. Io ad esempio ho lavorato tantissimo con la Biblioteca Nazionale di Francia. La Gallica, la biblioteca digitale, è straordinaria; i manoscritti digitalizzati sono di una qualità eccezionale, davvero una meraviglia per noi ricercatori. Talvolta si parte dai lavori dei bollandisti per poi andare alla fonte, anche perché spesso il latino è stato normalizzato, reso classicheggiante, a me invece interessa il vero latino medievale, quindi devo andare all’origine.
Il grande studioso di riferimento per i processi di canonizzazione e i miracoli è André Vauchez, autore di testi fondamentali. Questi racconti dei miracoli sono fonti preziose perché raccontano tanto. Poi bisogna saperli leggere, non tanto perché sono in latino, ma perché occorre porre molta attenzione, nel senso che c’è una topica legata al genere: l’esagerazione, il santo che guarisce, ecc.
Altri testi importanti sono quelli medici, su cui mi sono dovuta fare una certa esperienza. All’Istituto Warburg ho avuto la possibilità di lavorare con Charles Burnett, uno dei più grandi studiosi di storia della medicina, e sono in contatto con tanti ricercatori.
Un gruppo di studiosi spagnoli con cui collaboro, per esempio, ha appena pubblicato un bellissimo dizionario di termini latini dedicati alla ginecologia e all’andrologia, per dire il livello a cui siamo. Teniamo poi presente che all’epoca era tutto manuale, le tecniche erano molto rudimentali; il forcipe, ecc., vengono dopo. Ci sono degli strumenti, uncini, ecc., per quella cosa orribile che è l’embriotomia. Già Ippocrate, che scrive tantissimo sul parto e sulla ginecologia, spiega che questa tecnica serve in due casi, o quando c’è il bambino morto nell’utero e quindi occorre “farlo a pezzi” per estrarlo, o anche nell’eventualità che il bimbo non riesca a uscire e la madre stia per morire. In questi casi è ammessa l’embriotomia.
Anche se il bambino è ancora vivo?
Sì. Queste pratiche vengono descritte nei testi di Ippocrate e, successivamente, di Sorano, Muscio, Muscione, anche in testi arabi che riprendono queste tecniche. E quindi ci sono questi uncini... si leggono delle cose terribili! D’altra parte accadevano cose terribili. Le donne comunque partorivano tantissimi figli. Quelle di alto lignaggio mandavano i figli al baleatico. La balia doveva avere certe caratteristiche -troviamo delle descrizioni che ricordano un poco il mercato del bestiame-, dovevano avere un seno di un certo tipo, essere giovani, meglio se avevano partorito un maschio... A leggere con gli occhi di oggi sono cose di una violenza terribile nei confronti delle donne...
Dicevi delle fonti mediche...
Nel periodo medioevale, di parto si scrive soprattutto nelle Practicae, testi in cui si parla di malattie dalla testa ai piedi. Il primo testo, quello di Savonarola, in volgare, è della fine del Quattrocento, ma è soprattutto alla fine del Cinquecento che nascono testi espressamente di ginecologia e ostetricia. Il crescente interesse per il corpo della donna  è legato un po’ all’aumento delle dissezioni (dissezionavano molti più corpi e quindi anche più corpi di donne), ma soprattutto al fatto che in questo periodo vengono recuperati, nella forma originale greca, le opere di Ippocrate e di Galeno. Nel Medioevo molti di questi testi non erano conosciuti o arrivavano attraverso la traduzione dall’arabo. E poi torna forte l’interesse per Aristotele, che ha scritto tanto, in particolare sulle questioni embriologiche.
Una componente importante è anche quella filosofica e astrologica. Una cosa molto affascinante secondo me è la questione degli otto mesi. Io mi ricordo che quando ero piccola, essendo nata appunto di otto mesi, mia madre mi diceva che era meglio nascere di sette mesi; otto mesi paradossalmente era più pericoloso. Io pensavo: che cosa strana! Eppure sono cose che si sentono ancora e hanno il loro fondamento nella medicina ippocratica. Già Ippocrate infatti diceva che il bambino cerca di nascere a sette mesi perché è già maturo, però magari non ce la fa e allora all’ottavo mese è stanco e quindi se cerca di uscire rischia di morire.
Ecco, nel XII, XIII secolo, in Occidente, prende piede anche una teoria astrologica che arriva alle medesime conclusioni.
All’epoca i pianeti conosciuti erano sette e ogni mese di gestazione era dominato da un pianeta: si partiva da Saturno, a cui facevano seguito Giove, Marte, Sole, Venere, Mercurio e per finire la Luna. Il ciclo terminava dunque al settimo mese determinando la piena formazione del bambino che poteva così sopravvivere, se cercava di uscire, perché ricordiamo che la credenza era che uscisse da solo. Se però non ce la faceva, si passava all’ottavo mese, in cui ricominciava il ciclo e toccava di nuovo a Saturno, pianeta freddo, dagli influssi nefasti, che si opponeva alla possibilità di vita del bambino. Nel nono mese ritornava il governo di Giove “pianeta benigno e di buona complessione”, che garantiva la nascita e il restare in  vita della creatura, così come faceva al decimo anche Marte, che con il suo calore poteva portare a ulteriore “maturazione”. Quindi all’ottavo mese è pericoloso perché il bambino o è stanco o ha i pianeti avversi. Ma la cosa che più mi ha colpito alla fine è come questa credenza sia arrivata fino a noi!
Alla fine il parto, la scena del parto, è un oggetto di studio affascinante perché non c’è solo l’evoluzione della medicina, ma anche l’aspetto sociale, antropologico, culturale, religioso, teologico, giuridico, perché poi è un evento che riguarda la donna ma anche il bambino, perché si parte con una persona e si arriva con due...
(a cura di Barbara Bertoncin)